Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Scipione Della Cella [1576 - 1608]

Della corona di Apollo [1610]
Parte prima
I
Florindo dolente.

   Già sovra il carro suo la notte assisa
ricamava di stelle il fosco velo,
già sparso al mondo era il silenzio in guisa
che tacea ’l flutto in mare, il vento in cielo,
quando un pastor, che per amor incisa
porta la vita sua di crudo telo,
quanto al giorno passò membrando al core,
questi accenti focosi espresse fuore:
   — Pur giunse il chiaro dì che tanto io volsi
per dar lume al pensier, pace a l’affetto;
pur la mia lunga fame al fine sciolsi
col caro cibo del beato aspetto.
Lasso, ma che giovò? se quinci accolsi
nutrimento di morte, empio diletto?
se la dubbia pietà di quel bel ciglio
fece del viver mio certo il periglio?
   Là dove almi pastor, ninfe vezzose
fean leggiadro soggiorno in danze liete,
mi guidò Amor, che così Amor dispose
più forte del mio cor strigner la rete.
Fra le schiere gentili et amorose
stava colei che del mio pianto ha sete;
come suol rosa star fra le viole,
o fra le stelle in ciel notturno sole.
   Di bellezze guerriere armata il volto,
belle guerre aventava a l’altrui vite.
Felice quei che d’un suo strale colto
cogliea in campo d’Amor pene infinite.
Dunque ogni sguardo in lei sola fu vòlto,
s’offrì dunque ogni petto alle ferite;
ma quanto a lei crescea l’amante stuolo
scemava a me la vita e crescea il duolo.
   Che de begl’occhi arcier parea ch’amasse
d’esser bersaglio ei sol pur il cor mio;
e dove senza piaghe altri restasse,
senza vita restar non curav’io.
Ma stimò la crudel che ver’ me usasse
un modo d’impietà pur troppo pio,
se con armi d’Amor sol fea ch’io mora;
onde con gelosia mi assalse ancora.
   Quinci tra due mi tenne in foco e ’n gielo,
né sì né no nel cor mi sono intiero;
sembrava or per mio amore arder di zelo,
or altrove voltar l’animo altiero;
tanto (ch’ahi lasso) or si trovava in cielo
or cadea nell’abisso il mio pensiero,
quasi flutto di mar che ’n aspro verno
or è sovra le stelle or nell’inferno.
   La bella Eurilla al fine o che temesse
non l’un per l’altro mal fosse men forte,
o pur che, mossa da pietà, volesse
donar alla mia vita una sol morte,
s’armò tutta d’Amore, e quel ch’espresse
dolce guardo ver’ me fu di tal sorte,
ch’oprando in suo splendor virtù diverse,
m’illuminò la vista e ’l petto aperse.
   E così fummi de’ begl’occhi il giro
fólgore al colpo, al lampeggiar baleno,
che d’aureo lume i lumi miei s’empîro,
e s’empié il seno mio d’empio veneno.
Ma io, quasi l’augel ch’ha sol desiro
di bearsi del sole al bel sereno,
né cura che le piume arda a quel foco,
de la morte del cor mi dolsi poco.
   E perché gl’occhi miei quindi avean vita
nella luce d’Amor, le luci intesi;
et adorai l’alta beltà gradita
con la mente idolatra e i sensi accesi.
E ’n quell’estasi cara, onde rapita
restò l’anima mia, tant’oltre intesi,
che intese l’occhio mio l’almo splendore;
e mi fei di me stesso assai maggiore.
   Maggior mi feci alor quando in sua spera
viddi quasi il mio sol che ’l mondo onora;
e nella forma sua mirai più vera
quella vera beltà che m’innamora.
Più dirò che se scarso amor non era,
beato in tutto io divenia in quell’ora;
ma un riso aprì dal caro ciglio amato,
che troncò il fil del mio felice stato.
   Che qual fiamma per fiamma arde più assai,
tal il bel volto sfavillò nel riso,
e doppiò il lume, ond’io vinto restai
dal soverchio splendor di paradiso.
E tornando a me stesso indi trovai
le virtù fulminate e ’l cor conquiso;
e sentii il fiero incendio in ogni vena
tal che co’ sensi miei sentiva appena.
   Sentia, sol che le voglie innamorate,
l’inquieto bisbigliar e ’l moto ardente;
mille volte bramai chieder pietate
a lei, che di pietà colpo non sente.
Ma posi sempre il freno all’infiammate
voci, che spinse l’anima dolente;
e diedi volta al rapido desio,
ché del sospetto altrui sospetto ebb’io.
   Tacque dunque la lingua, e non parlâro
gl’occhi accorti, d’Amor facondi messi;
et in loro sermon le disser chiaro
tutti i tormenti miei sì gravi e spessi.
Leggiadro echo amoroso indi sembrâro
gl’occhi di lei quando parlâro anch’essi,
e disser sospirando a’ sospir miei:
Che possiam noi se duro ha il cor costei?
   Lasso, così vid’io che non accorda
l’aspetto col pensier, l’occhio col core;
e se di fuor mi ascolta, entro mi è sorda
questa bella e crudel maga d’Amore;
la qual se del mio sangue ha l’alma ingorda,
deh se ’l beva ben tosto il suo rigore;
né più omai fra la noia e fra il conforto
mi tenga in parte vivo e ’n tutto morto. —
   Così disse Florindo, e dir più avanti
volea dell’empia Eurilla e di se stesso;
ma restâr le parole in mezo ai pianti
morte, e morto dal duol restav’anch’esso.
Se non che rimirando a sé davanti
la morte e di sue pene il fin sì spesso,
di vitale allegrezza il cor diffuse;
poi nel carcer del sonno i lumi chiuse.

74: ‘viddi’, così nel testo. 84: [...] > di paradiso. 87: sento > sentii. 108: d’amore > d’Amore.





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