Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Giovan Francesco Busenello [1598 - 1659]

Rime e prose di Claudio Achillini [1662]

Del signor Giovan Francesco Busenelli al signor Claudio Achillini.

   Achillin, volan gli anni, e ’l tempo avaro,
ch’è de le glorie umane abisso e notte,
assorbe i nomi e le memorie ingiotte,
e spegne a un soffio ogni splendor più chiaro.
   Il balsamo a le membra essanimate
prometter suole un favoloso sempre;
ma gli aromati al fin son vane tempre,
ché vanno in polve ancor l’ossa gelate.
   Scalpello industre, e sovra fin disegno,
umana i sassi, e palpitar fa i marmi;
ma tutto in van, perché del tempo l’armi
a le memorie altrui tolgono il regno.
   D’ingegno peregrin l’opre e le carte,
indocili al morir, con forti essempi,
vagliono sole a contrastar coi tempi,
e mercan da le stelle un cielo a parte.
   Però tu che, sì dotto e sì sublime,
a l’eterne sirene insegni i canti,
e a l’armonia degli organi stellanti
dài silenzio e stupor con le tue rime,
   di gloria indivisibile consorte,
con l’orme del tuo piè stampando luce,
tu, di te stesso e tramontana e duce,
varchi là su dove non giunge morte.
   La tua man, sì famosa a’ tempi nostri,
dovea tra l’alte menti trattenersi
a trattar cieli, e non componer versi,
e volger stelle, e non stillar inchiostri.
   I numeri canori, i metri ornati,
le melodie dei lirici concenti,
quasi sotto alto ciel bassi elementi,
sotto a la penna tua stanno prostrati.
   E le Muse celesti ed immortali
sono elitropie al sol del tuo pensiero,
e, innamorate del tuo merto vero,
son le lodi e le glorie alte rivali.
   Incognito son io; ma pur vorrei
scoprirmi a la tua luce, e farmi illustre,
e salendo al tuo ciel, vapore industre,
tento far d’oro i precipizii miei.
   Scrivi, Achillin, ne la tabella altera
di tua memoria il nome mio perduto,
ch’uscirà dal sepolcro ov’è caduto,
e l’alba mia non vedrà mai più sera.
   Un atomo divoto e riverente
entro a la sfera tua loco ritrovi,
o tante in me de le tue grazie piovi,
ch’io vaglia a uscir dal cupo orror del niente.
   Sarà gloria al tuo nome e a l’opre grido
vestir di raggi un’ombra, e col tuo lume
crear splendori in tenebrose piume,
et ingemmar d’augel palustre il nido.
   Il tuo Pindo divin mandi a tutt’ore
con liberal virtù fiori beati,
e i versi tuoi, d’eternitade armati,
sforzino a idolatrarti il mio stupore.

3: ‘ingiotte’, così nel testo.





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