Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Giovanni Battista Ciampoli [1590 - 1643]

Rime [1648]
I
Sopra la villa di Belvedere del signor cardinal Pietro Aldobrandino a Frascati. Canzone prima al signor don Pietro Aldobrandino, che militava nel campo cesareo in Boemia.

   Non dentro a regni di Nereo spumanti,
domator di procelle,
io del marino dio bramo il tridente,
né guidando pe ’l ciel destrier tonanti,
a spaventar le stelle
desio mia destra armar di strale ardente.
Ben so come sovente
le temerarie voglie il ciel condanni,
né mi nascono in cuor sì folli inganni.
   Non niego già che giovenil vaghezza
del mio pensier gli strali
talor non drizzi a troppo eccelso segno.
Ma che? non raro a lusingar si avvezza
l’audacia de’ mortali,
d’immaginati onor pasce l’ingegno.
Sol dall’etereo regno
talor la cetra io desiai d’Orfeo,
né so se tanto ardir sia troppo reo.
   Ei già traea su le strimonie piagge
ogni più fera belva,
mansuefatta al suon d’incliti accenti.
E sempre intorno a lui scene selvagge
fea la seguace selva,
che gli arbori ad udirli ivan non lenti;
e i fiumi obedienti,
finché dell’auree corde il suon non tacque,
stupefatti arrestâro il corso all’acque.
   Mirabil pregio! dagli alpestri gioghi
attrar boscaglie antiche,
cui Borea forte ad estirpar non era,
e, non mirando al variar dei luoghi,
per le campagne apriche
condur come guerrieri arbori in schiera.
Qual re sì forte impera,
che aspiri in terra a sì mirabil vanto?
E pur Orfeo sì trionfò col canto.
   Or se di Lira, che nel ciel fiammeggia
gemmata d’aurei lampi,
propizia stella unqua mi fea signore,
ove mèsse di Cerere biondeggia
non io dagli altrui campi
rapir cantando i frutti avrei nel core;
ben or, per suo valore,
oltre all’orride vie dei gioghi alpini,
dal Tusculan trarrei fonti e giardini.
   Fôra del plettro mio vanto supremo
le selve aldobrandine
muovere al suon d’armoniosi detti,
e sotto il freddo orror del ciel boemo,
pur verdeggianti il crine,
condurle, o regio Pietro, ai tuoi diletti.
O che fiamme saetti
Febo, o tremi di giel l’anno senile,
fiorire in lor vedresti eterno aprile.
   Là, spregiando l’Ercinia e ’l patrio gielo,
verrian gli eroi germani
le tue delizie a vagheggiar ben pronti,
e celebrando il bel teatro e ’l cielo
dei colli tusculani,
più ch’i lor fiumi, ammirerian tue fonti.
Ma qua del Lazio i monti
privi d’un tanto pregio, il mio desire
condannan già di troppo ingiusto ardire.
   Non soffra il ciel che su’ latini colli
manchin mai l’ombre e l’onde,
che di Lucullo han rinovato i fregi.
Stolto, che desiai? lasciare io volli,
come selci infeconde,
piagge ammirate or da monarchi e regi;
questi tuoi vanti egregi,
poiché nessun mortal cantando impetra,
né meno ora gli ambisco, o tracia cetra.
   Oh se mi fusse Clio nuova maestra,
io degli accenti toschi
tai maraviglie adeguerei con l’arte.
Chi di penna felice arma la destra,
sa trapiantare i boschi
e i fiumi attrar su celebrate carte.
Del mondo ad ogni parte
può trasportarli sì gentil magia,
senza oltraggiar la region natia.
   Chi brama gli orti di Feacia antica,
fragil vascel non armi
su per l’ionio mar fatto nocchiero:
senza soffrire in viaggiar fatica,
con miracol di carmi
entro a’ volumi suoi gli porta Omero.
Et io per tal sentiero,
fin sui campi de l’Istro, al signor mio
su queste carte il Tusculano invio.
   Oh règia di trofei, madre d’eroi,
Germania imperatrice,
che sì vaste provincie accogli in seno,
ben di glorie non vil tra i boschi tuoi,
e l’Ercinia nutrice,
e mostri, emoli al mar, Danubio e Reno;
e puoi mostrar non meno
abissi di caverne preziose,
ove l’argento e l’or natura ascose.
   Nei monti tuoi Borea i cristalli indura,
e fulgidi ametisti
fan d’ostro oscuro rosseggiar tue vene.
I regni tuoi tanto arricchì natura,
che scintillar son visti
atomi d’or su le più vili arene.
Ma fonti e piagge amene,
quali io dal Tusculano oggi t’apporto,
nell’ampie selve tue mai non hai scorto.
   Or forse al ciglio tuo poco fian grate
su liti della Molta,
giovinetto guerrier, fontane e frondi.
Fiumi di sangue infetti, aste ferrate,
turba ostile insepolta,
fan degli armati eroi gli occhi giocondi.
Ove più crudo inondi
sanguinolente Marte, è tuo diletto
esporre a colpi avversi invitto il petto.
   Ma se dal crine il luminoso acciaro
talor si trae Bellona,
e di Permesso all’armonia gioisce,
quest’ombre ai tuoi riposi oggi preparo,
mentre l’aurea corona,
serva alle glorie tue, mia Musa ordisce.
Non in vano ella ardisce,
a chi d’invitti allori orna le chiome,
d’inespugnabil carmi armare il nome.
   Sprona il destrier per travagliosa strada,
sprezzator di perigli,
et al furore ostil percuoti il tergo;
mentre stillar dalla fulminea spada
tu fai rivi vermigli,
armato il petto di lucente usbergo;
io qua d’ambrosia aspergo
le tue crescenti palme, e alla tua gloria
augura il Tebro ognor vita e vittoria.

91: O règia > Oh règia.





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