Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte terza
6
Della Notte. Parte II.

   Da le cimerie tenebrose grotte
e dal fin del viaggio a lei prescritto,
egualmente distante era la Notte;
   et io confuso, e ’n mille guise afflitto,
facendo al capo de la man colonna,
disfogava l’acerbo mio despitto.
   Quando a’ miei lumi giovinetta donna
s’offerse più di Zefiro leggiera,
allegra in vista, involta in verde gonna,
   che ’n voce di sirena, e lusinghiera
agli atti, a le parole allettatrice,
al mio primo apparir mi disse: — Spera.
   E se svelto non hai da la radice
Amor, che senza me mai non s’annida,
non disperar, ch’ancor sarai felice.
   Ahi quanto è semplicetto chi si fida
e crede a’ finti sdegni, talché fuore
piange, dentro sovente avien che rida.
   Per discoprirsi onesta a l’amatore,
ond’ei più l’ami e più la pregi, niega
la donna quel che dar vorria col core.
   Ma s’ei torna e risupplica e ripriega,
e mesce i detti co’ sospiri e piange,
dopo lungo contrasto al fin la piega.
   Cosa non è ch’un saldo amor non cange;
un freddo cor di scoglio e di diamante
dopo servitù lunga al fin si frange.
   Ma lasciamo d’Amor le leggi sante.
Vero amor senza premio? or che disperi,
essendo acceso sopra ogn’altro amante?
   Ma segui: non si vincono gli imperi
a un giro d’asta, ad un sfodrar di spada,
ma più volte pugnar fa di mestieri.
   Raro adivien ch’al primo assalto cada
cittade, o rocca, agli nemici in preda,
o che la pianta al primo colpo cada.
   Sollecita, importuna in fin che ceda
chi sé già vinse tante volte; e, vinta,
al vincitor pur vinta si conceda.
   Ergi e ravviva l’audacia estinta,
caduto timido, a me la fede rendi,
onde da l’aversaria mia fui spinta.
   Vigor, conforto, ardire e me riprendi,
e s’or non vuoi sollecitar l’impresa,
opra almeno la lingua e ti difendi;
   ché chi ha contra di sé l’accusa intesa,
e pensa e pende irresoluto e tace,
par che confessi col tacer l’offesa.
   Questo ti dico in somma: essere audace
conviensi ad ogni amante, e ben sperare.
Spera tu ch’ami, et osa, e resta in pace. —
   Ebbe finito appena il suo parlare,
che mosse il piè per l’aria assai più presta
che ’l legno ch’abbia aura seconda il mare.
   Come l’erbetta, a cui sia stata infesta
del pianeta maggior la face ardente,
a le rugiade si rinverde e desta,
   così la trista e nubilosa mente
a le dolci parole di costei
si rallegrò, si serenò repente.
   Destò Speranza i sensi e i spirti miei,
quasi da profondissimo letargo,
che ben conobbi a prima giunta lei.
   Freno i sospir, non più lagrime spargo,
m’accingo a la difesa, e bramo allora
l’orecchie de la Fama e gli occhi d’Argo.
   Non guardo più se ’l ciel pinge e colora
la sposa di Titon, ma solo attendo
se ’l mio terrestre sol si sveglia ancora.
   Le luci ad ogni suon ergo et intendo,
e con le labbra chiuse, desioso,
de l’aria il moto con l’orecchie apprendo.
   Quasi nocchier, che, qualche minaccioso
segno vedendo, intento ode et ascolta
il rauco suon del vasto fondo algoso,
   movo per gire a lei più d’una volta;
ma il timor di destarla mi ritira,
e i miei taciti passi adietro vòlta.
   Ecco ch’ella si desta, e volge e gira
e vien del letto a l’altra sponda estrema,
e dal profondo del suo cor sospira.
   Tosto risorge in me novella tema,
che mi priva d’ardir e di speranza;
palpita il cor nel petto e ’l piede trema.
   Pur mi concede Amor tanta baldanza,
ch’al letto col piè timido m’accosto,
e di così parlar mi dà Speranza:
   — Madonna, se ben so ch’ancor deposto
non avete lo sdegno e l’empio orgoglio,
e che no ’l deporrete così tosto,
   con tutto questo brevemente io voglio
mostrarvi tutte, e segua poi che vuole,
le mie ragion, quasi dipinte in foglio.
   Voi degnatevi udir le mie parole,
che ’l giudice ode l’accusato, e spesso
l’uno l’altro nemico ascoltar suole.
   Prima potrei negar d’aver commesso
l’errore, onde da voi sono accusato,
pur per farvi piacere io lo confesso;
   ma vi soggiungo ben che non è stato
delitto tal, che così acerbamente
esser da voi dovesse gastigato.
   Facendo quel ch’io feci, o poco o niente
v’offesi, anzi avrei fatta offesa grande
al vostro bello facendo altramente.
   Né credo che per legge si comande
che debbia esser punito un servitore
ch’il suo salario al suo padron domande.
   Se questo è vero, io non commisi errore,
perché fu pattuito al mio servire
premio la vostra grazia e ’l vostro amore.
   Dichiari Amor quel che vuol inferire;
chi la grazia e l’amor vuol per mercede
de la sua donna, io ’l so, non lo so dire.
   In oltre, ad uno che morir si vede,
e non ha cosa onde si pasca e viva,
il rubar da le leggi si concede.
   Io dunque non errai, perché sentiva
l’anima già mancar quando tentai
cosa involar che la tenesse viva.
   Ma per altra ragione io non peccai:
perché ’l diletto mio non fu perfetto,
ch’io no ’l condussi a fin, ma appena osai.
   E voi chiaro sapete che l’affetto
è da le leggi lasciato impunito,
se non sortisce il desiato effetto.
   Ma non mi vaglia un numero infinito
di ragioni, ch’addurvi ora potrei,
s’a voi pur par ch’io debbia esser punito.
   Sola una grazia chiedervi vorrei:
se l’amor mio vi fu gradito e caro,
che si punisser solo i membri miei.
   E gli occhi e ’l cor, che sempre vi adorâro,
non mertan pena; denno esser punite
le mani e l’altre membra che peccâro.
   Pur se contra chi v’ama incrudelite,
prendete il ferro e mi passate il core,
e l’ira vostra e ’l viver mio finite.
   Eccovi nudo il petto, un breve errore
sarà dunque bastante a cancellare
dal vostro petto un mio sì lungo amore?
   Se non vi basta aver cavato un mare
di pianto da questi occhi, col pugnale
fatemi un rio di sangue ancor versare.
   Ma se pietade, o almen giustizia, eguale
a l’immensa bellezza in voi vivesse,
né questo patirei, né minor male. —
   Qui disse a la mia lingua che tacesse
Amore; ella obedillo, e mi fu aviso
che madonna men cruda si facesse.
   Volle parlar, ma la ritenne un riso,
e asciugando al bel volto i vaghi umori,
invaghì di se stessa il paradiso.
   Ritornâr ne le guance i bei colori,
fêr de lo sdegno i nuvoli scacciati
lampeggiando i begli occhi almi splendori.
   E da le perle e da’ cinabri amati
si fêro udir gli amorosetti accenti,
benché sdegnosi al senso, al suon turbati:
   — S’amar mi vuoi per l’avenir, convienti
in fatti e non in detti esser modesto,
che le parole son preda de’ venti.
   Bastiti ciò, ch’invendicata io resto;
bastiti ch’una volta m’ingannasti;
meglio di me tu forse intendi il resto. —
   — Ah, Morte ria, perché non mi passasti
allora il sen; — dic’io — perché, spietata,
a sì cruda novella mi serbasti?
   Se più non t’è la mia presenza grata,
se gradir non mi vuoi, come solevi,
se da me ti rincresce esser amata,
   prendi, prendi la spada; e non t’aggrevi
trarmi d’affanni, s’avermi non vuoi
in quel grado d’amor nel qual mi avevi. —
   — Vagliami a dire il vero, oggi tra noi, —
rispond’ella — hanno in me scemato in parte
l’affezione i portamenti tuoi;
   e non so se potrò più tanto amarte,
quanto finor t’amai. — Ciò detto tace;
io, supplicando, traggomi in disparte.
   In questo la Ragion, che se ben giace
sotto ’l giogo de’ sensi imperiosi,
non però è morta, così parla, audace:
   — Misero e senza cor, perché poco osi
e molt’ami, ella insuperbisce teco;
usa tu modi alteri e dispettosi.
   Ben sei di lume e d’intelletto cieco,
ben sei privo di me se non t’accorgi
che l’amor perdi e le fatiche seco.
   A più belle speranze il petto porgi,
smorza le fiamme e spezza le catene,
e dal fango amoroso omai risorgi.
   Quel che mostrano i sensi è falso bene,
se ’l vero e sommo ben ritrovar brami,
per altra strada caminar conviene.
   Volgi a man destra, o se le reti e gli ami
d’Amor seguir t’aggrada, dona almeno
e sacra i tuoi pensieri a chi più t’ami.
   Più dolce spron ti punga, et altro freno
ti regga, e per tuo scampo, o men tuo danno,
di più leggiadre fiamme arda il tuo seno.
   Che s’altri amanti a lei non mancheranno,
forse maggior fia ’l numero di quelle
che ’l tuo amor prontamente seguiranno.
   Molte, di lei men rustiche e più belle,
s’arrecheranno a gloria d’innalzarsi
sopra la penna tua presso a le stelle.
   Ella, che da te sente ognor lodarsi,
tra sé gioisce, e per tuo scherno finge
de le tue lodi molto non curarsi.
   Ella da sé sovente ti rispinge
superba, e se talor sembra pietosa,
non è, ma tal, perché no ’l so, s’infinge.
   L’arbitrio tuo, superba et orgogliosa,
tiranneggia ella, e tu te ’l soffri; e tace,
ahi, sofferenza indegna e vergognosa. —
   Io rispondo a Ragione: — Esser audace
mi bisognava allor quando primiero
mosse Amor contra me l’arco e la face.
   Or ch’hanno tolto i sensi a te l’impero,
or che ’l mio cor non è più meco, invano
tu da me, io da lui soccorso spero.
   E se chi solo può, non porge mano
a la mia vita debole, la veggio
finita, omai, da l’appetito insano. —
   Mentre così tra me parlo e vaneggio,
madonna con un cenno a sé mi chiama,
e chiede quel che bramo in somma e chieggio.
   — Non è vero amator chi quel che brama
a la sua donna sa mostrar; — dic’io —
chi chieder sa quel che vorria, non ama.
   Dico ben che credei ch’al servir mio
dovesse essere il premio oggi concesso,
egual forse al mio merto e al mio desio.
   Tra la spiga e la man qual muro è messo?
qual cieco scoglio ha ’l legno mio spezzato,
ch’al rarissimo porto era sì presso?
   Uomo che lungamente abbia sudato
tra ’l giugno e ’l luglio de le care biade,
così da fiera grandin è fraudato;
   così destrier che per longinque strade
peregrinò lunga stagion, vicino
a l’albergo, al riposo, estinto cade;
   così tranghiotte l’onda abete o pino,
quand’ei, del mar solcando i campi immensi,
credé finir posando il suo camino. —
   M’interrompe madonna, e dice: — Pensi
forse, sciocco, ch’io, sciocca, non intenda
di queste tue parole i foschi sensi?
   Or vedo apertamente a qual fin tenda
il tuo amor temerario; or vedi quanto
il tuo voler la mia onestade offenda.
   Onde romper risolvo, dal mio canto,
il laccio che mi strinse; tu, se farmi
vuoi l’ultimo piacer, fanne altrettanto.
   Io più non t’amerò, tu non più amarmi,
ché perdi ’l tempo. — Ella qui tace, io sento
e di dentro e di fuor tutto cangiarmi.
   Faccio mille pensieri in un momento;
e, ne l’aspetto variato, aperto
mostro d’animo un moto violento.
   Nel suo contrario l’amor mio converto;
alta vergogna, alto dolor mi stringe
d’aver sì indegna tirannia sofferto.
   Come le nubi il sol discaccia e spinge,
da me il pallor lo sdegno, che, non manco
che m’arda il cor, le guance mi dipinge.
   E, di soffrir gli orgogli suoi già stanco,
a lei men de l’usato riverente,
con parlar le rispondo ardito e franco:
   — Non sol farò le voglie tue contente
di non t’amar, ma insieme ti prometto
d’odiarti fin ch’io viva eternamente.
   Gli occhi e le guance tue fûr basso oggetto
a le mie rime, e fu la tua bellezza
non degna d’albergar dentr’al mio petto.
   L’arti d’Armida usasti e l’alterezza
meco, per l’avenir non l’userai;
ché per troppo curvar l’arco si spezza.
   Non son biondi i tuoi crin, non chiari i rai,
non gigli e rose il volto, ch’io ti diedi
più leggiadre fattezze che non hai.
   E s’a lo specchio il tuo consiglio chiedi,
né ti lasci ingannar dal proprio amore,
vedrai che non sei tal qual esser credi.
   Troppo t’acquistai fama, e troppo onore;
ora, cieco, m’avedo quanto sia
il tuo merto a’ miei versi inferiore.
   Error fu, fu menzogna, e fu bugia;
ciò lo confesso, e me ne batto il seno,
ciò che scrisse di te la penna mia.
   Qual fallace cristallo innanzi avieno
quest’occhi miei, quando lor parve inante
il nero bianco e ’l torbido sereno?
   Se tu fussi Marfisa, o Bradamante,
o Clorinda, o Bellona, o Citerea,
non saresti però tanto arrogante.
   Altri termini usar teco io dovea.
Non meritavi tu tanti rispetti,
ma ’l grandissimo amor mi ritenea.
   Di reciproco amor, da me diletti
miei veri amici, or vi conosco, i cui
fidi consigli fûr da me negletti.
   Ecco ch’a lei mi tolgo e dono a vui;
godete, or che signor di me ritorno,
me, che fui schiavo ingiustamente altrui. —
   Così detto, al balcon faccio ritorno,
e verso l’oriente il guardo vòlto;
rimiro s’ancor spunta il novo giorno.
   Bionda il crin, bianca il sen, vermiglio il volto,
veggio l’Aurora, che da l’aureo lembo
scote il gel matutino in perle accolto.
   E con le rosee mani un largo nembo
di viole spargendo al sol fa scorta,
che già lascia di Teti il ricco grembo.
   Or mentre a la partenza mi conforta
lo sdegno, allora, per mia sorte, aprio
un’ancella sollecita la porta.
   Ond’a le scale per partir m’invio,
e nel partir da lei, tutto sdegnoso,
le dico appena: — A rivederci, a Dio. —
   Ma mi potresti dir, s’a l’amoroso
giogo ti sottraesti, ond’è che chiami
questa tua Notte avara di riposo?
   Felice dêi chiamarla, se i legami
empi son rotti, ond’Amor t’ebbe avvinto;
e ti dêi rallegrar, se più non ami.
   Temo che sia sopito, e non estinto,
il foco del mio core, e fatti lenti,
ma non rotti, quei lacci ond’io fui cinto.
   E se, com’altre volte, i rai lucenti
in me gira madonna, ho gran paura
che ’l foco e la prigion maggior diventi.
   Se sdegno eterno contra lei m’indura,
o bella Notte aventurosa e cara,
ma se sdegno da lei non m’assicura,
   o Notte a me d’ogni riposo avara.

22: vi supplica > risupplica. 40, 41: il distico originale reca: ‘Ergi e ravviva la caduta estinta / timido audacia, a me la sede rendi’. 117: rubbar > rubar. 126. sortisse > sortisce. 177: affezzione > affezione.





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