Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte terza
6
Della Notte. Parte I.

   A voi, Ruis, d’ogni virtute adorno,
do questa Notte, e se vi sarà cara,
forse cosa maggior darovvi un giorno.
   O Notte, a me d’ogni riposo avara,
Notte, cagion de la miseria mia,
che sperai dolce, e trovai tanto amara;
   Notte, per me troppo infelice e ria,
che per maggior mia pena al mio dolore,
fêsti madonna oltra l’usato pia.
   Già mezo lustro avea dal dì ch’Amore
da due luci serene avea mandato,
per attoscarmi, un dolce riso al core,
   quando al fin giunse il termine aspettato,
che credei che dovesse in un momento
render felice il mio misero stato.
   Nel mar d’Atlante era caduto e spento
dal cielo il maggior lume, e sua sorella
il notturno seren rendea d’argento,
   quando (non so se ciò fu per mia stella),
condotto inanti al bello idolo mio,
così sciolsi, tremante, la favella:
   — Sono tre volte dieci mesi ch’io
v’amo, madonna, e che l’arcier ch’ha l’ali
il sen da’ bei vostr’occhi mi ferio.
   Quanti martìri abbia sofferti e quali
voi lo sapete, ché vedeste spesso
ne’ versi miei le piaghe mortali.
   Che se ben tanto ardir già mai concesso
non mi fu ch’io potessi il caldo affetto
scoprir, ch’Amor m’avea ne l’alma impresso,
   pur ciò ch’ardea per voi dentro al mio petto
lo poteste conoscer dal mio canto
e dal mio mesto e scolorito aspetto.
   Or se l’amor, che v’ho portato, e ’l pianto,
che per voi sparsi, e i versi, ov’io tentai
donare a voi de le bellezze il vanto,
   se tutti quei dolor, ch’io sopportai
dal primo dì, ché troppo ardite fûro
queste luci affissare ai vostri rai,
   mertano qualche premio, io vi scongiuro,
per la face d’Amor, che dar vogliate
refrigerio al mio foco ardente e puro. —
   Appena le mie voci ebbe ascoltate,
che mi rispose, quasi lagrimante,
tinta le belle guance di pietate:
   — O mio fedele, o mio gradito amante,
avrai premio al tuo foco, e l’averesti
(se l’avessi chieduto) aùto inante;
   che se ben a tant’altri nascondesti
i tuoi casti pensieri, Amor sovente
me li fece palesi e manifesti.
   Et ei ti può far fede che presente
ti bramai mille volte per potere
temprare alquanto la tua fiamma ardente.
   E perché certa son che ’l tuo volere
oltra l’onesto punto non si stende,
fa’ di me stessa quel che t’è in piacere. —
   Così dicendo per la man mi prende,
e gli occhi, che mi apriano un chiaro giorno
a mezza notte, nel mio volto intende.
   E con le braccia dolcemente intorno
mi cinge il collo, e per pietate aggiunge
a le mie guance il suo bel viso adorno.
   Né ’l colombo così, s’Amor lo punge,
bacia l’amata sua, né l’ape mai
sì dolce umor da’ fior de l’Ibla emunge,
   come, con voglie ingorde, io la baciai
e liquor colsi in quelle labbra, a cui
cede l’ambrosia e ’l nettare d’assai.
   Per gire allor vicino a morte fui.
Un piacer breve (allor ben io l’intesi)
meglio d’ogni gran doglia ancide altrui.
   Quanto diletto in quell’istante io presi,
dillo tu, d’Amor madre, Citerea,
a cui le gioie mie furon palesi.
   Ma perché già del primo ciel la dea,
su lo stellato carro suo, finita
la terza parte del suo corso avea,
   per la lunga vigilia scolorita
ella al letto s’accosta, e si dislaccia,
e dolce seco a riposar m’invita.
   Io no ’l ricuso, e dicole: — Vi piaccia,
signora mia, ch’in questa occasione
di vostro paggio il dolce officio io faccia. —
   Ella ricusa, et: — È contra ragione —
dice — ch’a la sua schiava il signor serva;
io son la schiava e voi sète il padrone. —
   Non così ratta corre al fonte cerva
ch’abbia gran sete, né l’ingordo avaro
al loco ove il tesoro si conserva,
   com’io veloce al letto amato e caro
corsi, ch’Amor, speranza e calda voglia
più presto de l’usato mi spogliâro.
   Tratte appena m’avea tutte le spoglie,
quando madonna fra candidi lini
e tra le braccia candide m’accoglie;
   indi, aprendo a le voci i bei rubini,
comincia a cantar versi, ch’io composi,
or del bel viso, or degli occhi divini.
   I versi, che mi parvero noiosi
ne le mie carte, ne la rosea bocca
mi parvero leggiadri et amorosi.
   Tanta dolcezza allor mi piove e fiocca
nel cor per gli occhi e per l’orecchie, ch’ei,
per soverchio piacer, quasi trabocca.
   Taccia chi i Lini celebra e gli Orfei;
che l’alcionie, i cigni e le sirene
cedono al dolce canto di costei.
   Se fusse stata ne le valli amene
d’Ida al giudizio del pastor troiano,
il pomo avria, che Venere oggi tiene.
   E la candida neve e l’indiano
avorio a quelle carni alabastrine
s’agguaglierebbe di candore invano.
   Toccâr, vider, sentîr ben pellegrine
cose i miei sensi; se ben ebber poi
troppo diverso al bel principio il fine.
   Tu, caro letto, ombre notturne, voi,
dite, ché sole voi fuste presenti,
ciò che passò con onestà tra noi.
   Chi dar potrà li nostri abbracciamenti,
i baci e le lusinghe, annoverare
potrà di Libia ancor l’arene ardenti,
   le lampade del ciel, l’onde del mare,
e l’erbe e i fiori, onde si suole il manto,
partito il verno, l’ampia terra ornare.
   Olmo vite, tronco edra, o siepe acanto,
non circonda così, com’a lei cinsi
il seno amato e desiato tanto.
   In mille modi la ligai, l’avvinsi,
e tra le belle labbra e nel bel viso
mille volte i miei labbri impressi e spinsi.
   Altri trionfi, altri di Giove assiso
goda a le mense, che ’l mio cor disprezza
in altro aver mai l’alma e ’l pensier fiso.
   Qual pargoletta al dolce latte avezza,
trasse la bocca mia dal suo bel seno
immensa e soavissima dolcezza.
   Colsi nel bel giardino, ch’è ripieno
di fragole e di pomi acerbi ancora,
finto mèl, che fu al cor vero veleno.
   Qual leggiadra Napea, che ’n su l’aurora
eschi a tesser ghirlande in loco dove
spargono i lor tesor Zefiro e Flora,
   mentre con l’occhio il piè sospinge e move
per il bel prato, e vede che risplende
d’altre bellezze inusitate e nove,
   or a un fiore, or a l’altro inchina e stende
la man, ma in così dolce error s’intrica,
che né questo, né quel poi tronco prende;
   tal io, movendo per la piaggia aprica,
de’ miei cari egualmente almi diletti
non so qual tacer debba o qual ridica.
   Fûro infiniti, e fûr tutti perfetti,
e imaginarsegli potranno solo
le menti d’Amor serve e gli intelletti.
   Mentre stanco, e non sazio ancora, involo
baci a le labbra tumidette, ond’io
medicina al mio mal porgo e al mio duolo,
   stanch’ella, e forse sazia: — Ho gran desio —
dice — di riposarmi alquanto. — e posa
la dorata sua testa al petto mio.
   O caro peso, o soma preziosa,
ch’a me sembri una piuma, se ben fossi
più del peso d’Encelado gravosa.
   Frenai le labbra, e allor ratto mi mossi
a rassettar gl’inviluppati panni,
et ella dolcemente addormentossi.
   Ecco ’l principio de’ miei lunghi affanni;
penna, tu che scrivesti il mio ben, anco
non ti dipiaccia scrivere i miei danni.
   La testa sua sopra ’l mio lato manco
teneva ella appoggiata, et io teneva
la destra mia sopra ’l suo destro fianco.
   Al lume del bel viso, che rendeva,
mal grado de la notte, l’ombre chiare,
ella con gli occhi chiusi Amor pareva.
   Per lo timor ch’avea di non turbare
la sua quiete, a me di me più grata,
io non osava appena respirare.
   Come lo struzzo intento e fiso guata
le sue grand’ova, così rimiravo,
fido custode, la mia donna amata.
   E se ben non destarla io m’ingegnava,
talor, non mi potendo contenere,
un bacio brevemente io le furava.
   Intanto Amor, che forse invidia avere
di tanto ben doveami (ahi lasso), venne
a turbar col suo tòsco il mio piacere.
   Invido del mio stato, non sostenne
ch’io fussi lieto lungo tempo, e aggiunse
al desio, che teneva ardite penne,
   e sì lo stimolò, tanto lo punse,
ch’ei penetrò col mezo de l’ardire
ove prima il pensiero appena giunse.
   E, fattasi ministra del desire,
la mia man temeraria, anzi che ardita,
in loco andò dove non dovea gire.
   Troncò quasi lo stame di mia vita
la scelerata destra, in parte andando
a me di mio consenso proibita,
   perché madonna si destò gridando:
— Ah, traditor, dunque tant’oltra osasti?
Ferma, non mi toccar, ch’io te ’l comando.
   Queste son pure voglie e pensier casti?
quest’è l’onesta fiamma e ’l cor sincero
di che le rime falsamente ornasti?
   Perfido, disleale e menzognero,
candido ne le carte ti fingesti;
ma non risponde a’ falsi versi il vero.
   Pur mille volte e mille altrui dicesti
che se baciarmi avessi sol potuto,
altro desiderato non avresti.
   Et ecco, appena il primo bacio avuto
hai da la bocca tanto desiata,
ch’a doppio è il desiderio in te cresciuto.
   Misera, mi pareva esser beata
per l’onesto amor tuo; ma l’atto indegno
ne la mia openione m’ha ingannata.
   Darti vorrei qualche supplizio degno;
ma ’l timor ch’ho che ne ragioni il volgo
impone al mio voler freno e ritegno.
   La vista mia, la grazia mia ti tolgo,
non sperar riaverla; e dal tuo amore,
che pur degno sperai, mi slego e sciolgo.
   A Dio, dormi, assassino e traditore. —
Ciò detto, meco star non volse un poco,
ma s’avventa dal letto con furore.
   Va per cavar da’ freddi sassi il foco;
né sa trovar la strada, e svien di rabbia;
sospira e duolsi, e non ritrova loco.
   Qual tigre ircana, a cui depredat’abbia
cacciator temerario il nido amato,
freme, batte il terren, corre e s’arrabbia,
   e, d’ira carca e tinta, l’elevato
Nifante scorre, al fin la fa restare
terso cristal dal predator lasciato.
   Come s’increspa, tremolando, il mare
su ’l matin fresco, e come ’l giunco allora
a le fals’acque in riva suol tremare,
   così tremava impaurito allora,
essangue, quasi reo, ch’al suon si sente
già de la morte esser vicina l’ora.
   Per dar soccorso a l’anima dolente,
e ritenerla, ché volea partirsi,
intorno al cor s’avvolse il sangue algente.
   Tre volte per parlar le labbra aprîrsi;
ma tre volte restâro le parole
dal timor rotte, e non potêro udirsi.
   Pur mia vita chiamandola e mio sole,
e la priego e la supplico che torni
al letto a riposarsi, ella non vuole.
   — Se vi dispiace che con voi soggiorni —
le dico — allor, madonna, leverommi,
pur che giacciate voi, finché s’aggiorni.
   E se libero è il varco, partirommi,
benché sia notte. —. — Dormi — ella risponde —
ch’io leggendo, o scrivendo, tratterrommi. —
   Allora da le parti più profonde
del petto mio l’uscio s’aperse, e ’l varco
per gli occhi infermi al pianto, a guisa d’onde.
   E spinto da la doglia, onde son carco,
men corro a lei da l’oziose piume,
come al bersaglio la saetta d’arco.
   E un nembo di sospir, di pianto un fiume
spargendo, a lei m’accosto, che percuote
la fredda selce, onde s’accende il lume.
   Tento cingerle il collo, e ambe le gote
basciarle; ella s’arretra, e mi riprende;
al fine io le ragiono in queste note:
   — Non vedete, madonna, che risplende
senz’altra face il nostr’albergo al chiaro
splendor che ne’ vostr’occhi Amore accende?
   Cessate con le selci e con l’acciaro
d’accender la lucerna, o l’accendete
nel petto mio, ch’avampa d’Etna al paro.
   E s’a voi stessa ancor cruda non sète,
sola (ch’io qui mi resto) ritornate
a dar le stanche luci a la quiete.
   Per me non so come veggiar vogliate
fin che ritorni il sol su ’l carro d’oro,
che le quattr’ore appena son passate.
   Anima mia, speranza mia, tesoro,
ch’ognora più m’impoverisci, core,
ond’io son senza cor, vita, ond’io moro. —
   Volsi più dir, ma lo vietò l’umore
che mi riga le guance, e sempre abonda
da l’albergo de l’anima maggiore.
   — Va’ a letto. — ella mi dice; e poi circonda
il bianchissimo sen di bianca veste;
indi si pone in su l’estrema sponda.
   Le sono i panni e l’aure e l’ombre infeste;
dormir vorria, ma non può chiuder gli occhi,
forse perch’ha timor ch’io la moleste.
   E se talor co’ piedi o co’ ginocchi
o con la man mi sente a sé vicino,
mi supplica ch’io dorma e non la tocchi.
   O quante volte volsi a un finestrino
desiose le luci, per mirare
s’ancor sorgeva il raggio matutino.
   Com’è pigra la notte a trapassare
(perché vorrebbe il giorno); ogni momento
un anno, un lustro, un secolo mi pare.
   Al fin, quando il dolcissimo concento
ch’ella formò, spirando tra le rose,
mi dà del suo dormir chiaro argomento,
   anch’io le luci afflitte e lagrimose
tento chinare al sonno, ma l’intenso
mio dolor non consente ch’io ripose.
   E perché a l’atra notte spazio immenso
veggio che resta ancora, in me mi stringo,
e meco del mio mal ragiono e penso.
   Le mie ragion tra me compongo e fingo,
e mille scuse, per a lei mostrarle,
di leggiadre parole orno e dipingo.
   Ma perché non so poi sì ben formarle,
che sian atte a coprir il mio peccato,
e temo che non sia per accettarle,
   cheto cheto mi levo, e disperato
mi vesto, e per partir le scale scendo;
poi mi ricordo che l’uscio è serrato.
   Di tanto sdegno qui tutto m’accendo,
che poco manca ch’io no ’l getti a terra,
poco rispetto a la sua fama avendo.
   Tanto furor nel petto mio si serra,
che con le mura dolgomi, e mi adiro
con tutto ’l mondo, e sfido il cielo a guerra.
   Al fin, non potend’altro, mi ritiro
a la stanza già grata, ora molesta;
e gli occhi ergo e l’orecchie; ascolto, e miro
   se madonna, o l’Aurora, ancor si desta.

67: le > la. 273: si aggiunge il punto interrogativo a fine verso. 287: abbonda > abonda; unica oscillazione nel canzoniere.





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