Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte terza
3
GLICONE. Egloga piscatoria.

   Illustre giovinetto, a cui destina
Marte mille vittorie, a cui le Muse
serban mille laureti in Elicona,
che co’ tuoi leggiadrissimi sembianti
al par del Sol queste montagne indori,
pria che, lasciando addolorato Aterno,
facci ritorno a le fiorite rive
di Sebeto gentil, non ti dispiaccia
porgere orecchio a la sampogna umìle
d’Aminta pescator, che novamente
con la scorta di Rota e di Paterno
tenta solcar con toschi remi il mare.
Appena la fredd’ombra de la Notte
si partiva dal ciel, vinta dal Sole,
che fuor da la marina d’oriente
traea su ’l carro d’oro il novo giorno,
quando Glicone pescator, ch’avea
per la bella Tirrena acceso il core,
solo tra l’alghe assiso in quella parte
dove ’l mar bagna a Pausilippo il lembo,
così sciolse la lingua ai venti, a l’acque:
— Bella Tirrena mia, tu nulla curi
i miei versi, e non hai di me pietade.
Crudel, sarai cagione al fin ch’io faccia
da qualche scoglio in mar l’ultimo salto.
Ora le pescatrici e i pescatori
tendono ai pesci insidie, altri sedendo
per l’arenose sponde, altri solcando
con le preste barchette intorno il mare;
l’amo e l’ésca a la canna adatta Alcone,
Tico la barca sua pulisce e terge,
Meri le reti al sol distende, et io,
de le reti scordato, e di me stesso,
cerco per queste arene i tuoi vestigi.
E mentre sospirando mi lamento
de la tua crudeltade e d’Amor, fanno
folighe e merghi a’ miei sospir bordone.
Ho visto lagrimare al pianto mio
Antiniana, Nisida, Sirena,
Portici, Leucopreta e Mergellina,
e questi sassi e questi scogli istessi;
ma non vidi mai te, ch’ogni altra vinci
in crudeltà, quanto in bellezza avanzi,
e sei più d’ogni scoglio alpestra e dura.
Non tanto foco nel suo seno asconde
Pozzuolo, Ischia, Vesevo, Etna e Vulcano,
quant’io nel centro del mio cor nascondo;
non tante goccie d’acqua ha questo mare,
quante lagrime versan gli occhi miei;
né tanti fiati di rabbiosi venti,
quando l’atra spelonca Eolo disserra,
movono guerra al mar, quanti sospiri
escon da la caverna del mio petto.
Ma tu, gelato scoglio, non ti scaldi
a le mie fiamme, e stai salda a l’assalto
de le lagrime mie, de’ sospir miei.
Di gigli e d’amaranti inghirlandata,
con la figlia di Mopso e di Melanto
coglievi conche là per quella riva,
et io solcava il mar con la barchetta,
e sapeva a fatica oprare il remo,
quando di te m’accese Amor, né fui
in mezo al mar da l’ardor tuo sicuro.
Non intendeva ciò che fusse Amore,
allor lo seppi; ohimè, gl’infami mostri
del mar sicilian lo partorîro
tra l’orrende sue grotte, e di veleno
lo nodrîro le foche e le balene.
O se piacesse al ciel che talor meco
venissi in questi lidi, e m’aiutassi
a risarcir le nasse e drizzar gli ami,
né ti spiacesse udire il canto mio;
e, quando placid’aura increspa il mare,
a diporto venir nel mio legnetto,
come dolce mi fôra ogni tormento.
Tu, quando è più turbato e fosco il cielo,
saresti il mio sereno, e quando move
Eolo guerra a Nettuno, mi saresti
nel tempestoso mar tranquillo porto.
I lapilli e le conche ornan il lito,
ornano i pesci l’onde, i fior le piagge;
ma tu, con la virtù del tuo bel viso,
orni insieme le piagge, i liti e l’onde.
Dovunque volgi l’occhio, o giri il piede
vago e gentil, si fan l’arene d’oro,
di gemme i fior, l’erbe di smeraldo,
d’argento i pesci e l’onde di cristallo.
L’alba l’altra mattina era apparita
con la guancia di rose e col crin d’oro
al balcon d’oriente, e percotea
col tremolante lume il mare intorno,
e tu, nuda, il bel sen dal tuo balcone
con le chiome ondeggianti mostravi,
quasi nuova Fortuna; et io, ch’ascoso
era dietro una fratta, contemplava
di voi due le fattezze, e non sapeva
scerner qual di voi due fusse più bella,
e più volte credei che tu l’Aurora
in terra fossi et ella in ciel Tirrena.
Vien, pescatrice mia, tu che con gli ami
de la tua divinissima bellezza
e con la rete del tuo crine aurato
facesti del mio cor dolce rapina;
se vive in te pietà, vieni qua, dove
portano arabo odor le fresche aurette
dagli orti de le torri e d’Aretusa,
qui, dove la rugiada accolta in perle
orna la riva e splende ai chiari raggi
del novo sole; onde veder potrai
le biancheggianti vele di lontano,
e gir sguizzando in vaghe schiere i pesci,
e scherzar l’onde al lito mormorando.
Ohimè, che tu non vieni, ohimè, che sei
più del mar cruda, onde prendesti il nome,
quando è da’ fieri venti combattuto.
Tu mi fuggi, crudel, né saper vuoi
ch’io son figlio di Dorilla, ch’abonda
e di barche e di vele e di tridenti
e di remi e di reti e di canestri
più ch’altro pescator di questi liti.
So con quali ami e con qual arte deggia
ingannar ciascun pesce il pescatore,
e dove e quando; e non è chi m’agguagli
con la rete, con l’amo e col tridente
quand’ho foco di tiglia in poppa acceso.
Canto quei versi stessi ch’Arione
su ’l dorso del delfin cantar solea;
e vinco al canto i cigni e le sirene,
al nuoto i pesci, al corso i venti agguaglio.
Sono un Tifi novello al navigare,
so quando fanno l’alcionie il nido,
e conosco le stelle che dimostrano
o bonaccia o tempesta a’ naviganti.
E se il mar non m’inganna, ove sovente
(quand’ei nel letto suo senz’onda giace)
lavandomi mi specchio, non mi pare
che sia da disprezzar la forma mia;
ch’oltre ch’ho bianco il crin, nere le ciglia
e vermiglie le labbra, ho il viso tinto
di porpora e di latte, assai più molle
che la spuma del mar, né ancor l’ingombra
il tempo di lanugine noiosa.
Ho gli occhi bianchi, è vero, ma non sai
che ’l bianco al giorno e al cielo s’assomiglia,
come ’l nero a la notte et a l’inferno?
Oltra ciò t’amo, e sol per questo amarmi
dovresti, che così comanda Amore:
ch’ognuno ami colui dal qual è amato.
S’io t’amo, sallo il mar, che del mio pianto
cresce e fassi più amaro, e sanlo insieme
questi scogli, quest’alghe e queste arene,
ch’odono spesso i miei duri lamenti.
Quando spande la rete, o getta l’amo,
o sciogliendo dal lido apre le vele,
altri chiama Anfitrite, altri Nettuno;
io te sola, Tirrena, invoco e chiamo.
Ama gli scogli il polipo, et al sangro
piace lo star tra l’erbe, e al melanuro
ov’è più cupo il mare; e a me diletta
viver per te, Tirrena, in mezo al foco,
qual salamandra, e intorno al tristo core
aver mille trigoni e mille echini.
Il mio compagno giovinetto Amicla,
da Praiano, l’altrier, mandommi un ramo
di nodosi coralli, assai più bello
di quel che porta al collo Citerea;
e la bella Leucippe, ch’è figliuola
di Lebeto gentil, Leucippe ch’have
bianco ’l sen, biondo ’l crin, vermiglio il viso,
Leucippe ardor di mille pescatori,
per averlo mi fa mille lusinghe,
e m’offre e mi promette in ricompensa
e dolci baci e cose altre più care;
e l’averà, poiché mi fuggi, e sprezzi
quel che da l’altre ninfe in me si prezza.
Ma, stolto, che dic’io? come mi puote
da Leucippe venir cosa gradita,
se da te sola ogni mio ben deriva?
Misero, che farò poi ch’io non trovo
a la mia piaga medicina alcuna?
Anderò in qualche incognita contrada,
di là da questi mari, ove non mai
né pescator, né navigante arriva;
vedrò di Libia le cocenti arene,
vedrò di Scizia gli agghiacciati monti,
vederò gli Etiòpi e ’l sol vicino.
Ma che pro, se dovunque io volga il piede
verrà meco la mente innamorata?
Si fugge il caldo, e la tempesta, e ’l vento,
e non si fugge Amor; convien che meco
ei sia sepolto; già mi vien desio
di gittarmi nel mar da questo scoglio,
e di por così fine a l’ardor mio.
Voi, di Nereo e di Doride figliuole,
scrivete in questi sassi il duro caso,
sì che sia noto a tutti i pescatori,
e lo sappia Tirrena, e se ne goda
come di suo trionfo; e i naviganti,
che verranno da Cuma o da Gaeta,
fuggano, ciò sapendo, questi scogli
infami per la morte di Glicone.

88: matina > mattina. 93: ti mostravi > mostravi. 185: aggiacciati > agghiacciati.





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