Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte terza
2
FILLIDE. Egloga pastorale. Ganoro, Titiro.

   TITIRO. Pastor, se l’api tue fuggan mai sempre
da’ velenosi tassi, e la tua greggia
e di latte e di lane ognora abbondi,
dimmi qual sia di te la patria e ’l nome,
ch’io mai più non ti vidi in queste selve.
GANORO. Adria è la patria mia, Ganoro il nome;
nel grembo d’Adria nacqui, onde Fortuna
pargoletto mi tolse allor ch’a pena
sapev’aprir le labbra a le parole,
e mi condusse a’ colli d’Amarilli;
felice me se non avessi mai
veduto i vaghi colli d’Amarilli.
TITIRO. E qual cagion a lamentar ti mena,
se saper tanto lice, e qual cagione
ti trasse in queste valli, in questi monti?
GANORO. Sappi che d’Amaranta ivi m’accesi,
d’Amaranta più d’altra graziosa,
che mai spiegasse al vento chioma d’oro;
ma più d’altra crudel, la qual prezzando
più le ricchezze altrui, ch’i versi miei,
e schernendomi ognor, fe’ sì ch’io presi
dal mio tugurio volontario esiglio;
e partendo credei lasciare Amore,
poco accorto ch’io fui; né mi sovvenne
che non si può fuggir da lui, ch’ha l’ali.
TITIRO. Meraviglia non è che l’altra sera,
guidando a ber le capre, in riva al fiume
vidi incisa del nome d’Amaranta
un elce e un faggio, e lo mi disse Alcone
ch’un pastor forastier scritto ivi avea.
O fortunato te, queste montagne
risuonan già de la tua ninfa il nome.
GANORO. Caprar, non per virtù de’ versi miei,
ma per pietà de la mia doglia acerba
suonan quest’Alpi il nome d’Amaranta,
chiamandola che venga in questi boschi
a dar riposo a la mia stanca vita.
Onde ben posso dirmi sfortunato,
poiché la doglia mia pietade impetra
da questi monti, e non dal bel diaspro
ond’ha la ninfa mia formato il core.
TITIRO. Piace al cervo assetato la fontana,
il timo a l’api, il citiso a le capre,
e ’l rugiadoso umore a la cicala,
ma solo il nostro duol piace ad Amore,
che de le nostre lagrime si pasce.
Tratto da lo splendor de’ duo bei lumi,
anch’io per queste selve seguo l’orme
d’una fera crudel, che mai non giungo,
né per doni o per prieghi unqua s’arresta;
ma sdegnosetta mi s’invola e fugge,
come da veltro suol timida belva,
o ver da serpe scalza pastorella.
GANORO. Deh, poiché ’l canto alleggerisce il duolo,
e poiché sei sì dotto a cantar versi,
come sembri al parlar, non ti dispiaccia
cantare al suon, fin ch’Espero richiami
dal pasco al lor ovil le pecorelle.
E perché non ricusi, io t’offro in dono
di faggio un nappo, ch’entro al zaino serbo,
opera d’un novello Alcimedonte,
che se lo miri ben, dirai: men bello
fu quel che diede già Montano a Tirsi,
quand’ei pianse di Dafne il fato acerbo.
Guarda come ancor serba il lustro, e senti
com’ei serba l’odore. Or qui t’adagia,
qui, dove le minute e fresche erbette
dan grato seggio, e dove l’aura e l’ombra
ci faranno dal sol schermo soave.
E considera ben l’industria e l’arte
de l’ingegnoso artefice. Colei,
che inanzi a quel pastor par che si fugga,
è Dafne, la figliuola di Peneo.
Come par ch’anelante affretti il corso,
ratta e leggiera, e come par che fieda
l’aria col respirar, l’erba col piede.
Mira il manto e la chioma, se non pare
ch’a lo spirar di Zefiro s’increspi.
E quel pastor, che tra quei faggi assiso
gonfia l’irsute gote, e s’affatica
destare al suon le boscherecce avene,
è Coridon, che ’n riva al Mincio nacque,
che chiama a l’ombra il superbetto Alessi,
che non cura il suo canto, e sta tessendo
una gabbia di giunchi e di ginestra,
per rinchiudervi forse un augellino,
che non lungi da lui pende a la ragna.
Del pastor la sampogna, ch’è composta
di sette canne disuguali, pare
quella ch’egli ebbe da Dameta in dono.
Guarda com’è intagliata sottilmente
la rete, che da noi si scerne a pena;
vedi là, se non par che quell’augello
tenti, battendo l’ali, uscir d’impaccio.
Ma se brami gustar maggior diletto,
rivolgi l’occhio in quella parte, dove
rode quel leprottin l’amara scorza
di quella lenta salce, e buffoncino
par che scherzi col capo, e non s’avede
che quella ninfa, tra quei ceppi ascosa,
ha lasciata imperfetta una ghirlanda,
e già su l’arco adatta una quadrella,
ve’ se non par che scocchi e che l’uccida.
Come tu vedi, è poi tutto di fuori
da un flessuoso acanto circondato,
ch’insino agli orbi si raggira e serpe.
E ti prometto che dal giorno ch’io
lo comperai da un peregrin pastore,
per più fiscelle di premuto latte,
giamai non lo toccâr le labbra mie.
Questo adunque fia tuo, se canterai.
TITIRO. Tropp’alto pregio a l’umil canto mio,
né cantando mert’io premio sì degno;
ma pur per obedirti, ecco ch’io desto
la voce al canto e la sampogna al suono.
Or ch’i pastori cercano, e le greggi,
il fresco e l’ombra, e tra spinose siepi
stan le verdi lucertole nascose,
corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Mentre la fastidiosa tua matrigna
e il maggior tuo fratel mungon le capre,
e la tua rustichetta pastorella
ordina la merenda ai metitori,
tra queste piante, dove par che sia
e di Clori e di Zefiro la stanza,
corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Una capra ti pasco, e due capretti,
ch’han ne le corna il tuo bel nome impresso
dal mio coltello, e non è giorno ch’io
non l’adorni di bosso e di ginebro.
Sanno mordere a pena i verdi campi
le due caprette, e non le munsi ancora,
e pur or da le poppe de la madre
traggono il succo; e se veder le vuoi,
corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Presi l’altra mattina ne la valle,
non senza un gran periglio, un capriolo,
ch’ha di vario color macchiato il tergo;
e due lepretti serbo a la capanna,
pur di vario color dipinti il dorso
e le gambe e l’orecchie; or se li vuoi,
corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Portai meco l’altr’ier da la cittade
uno specchio di lucido cristallo,
di cipresso odorifero coperto,
che l’imagine vera a l’occhio rende,
senza gire a la fonte. Or se lo brami,
corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Oltre questi miei doni io t’offrirei
e dolcissimo miele e dolci frutti,
e vaghi fior, che ’l mio compagno Aminta
mi riportò dagli orti di Cirilla,
dagli orti di Cirilla, ov’ognor vive
la primavera, ove han le Grazie albergo.
Ma so che porti nel bel viso i fiori,
nel seno i frutti e ne le labra il mèle,
che può solo far dolce ogni mio assenzio.
Corri, Fillide mia, corrim’in seno.
La figlia di Cidippe, Ligurina,
che sola di beltà teco contrasta,
m’ha mandato più volte ad offerire
li canestri di giuggiole e di more,
e Testile, che fu la portatrice,
mi disse: — Ligurina questo dono
ti manda, e insieme col dono il core. —
Ed io no ’l volli, perché te sol amo;
e pria fian bianchi i corvi e neri i cigni,
e bevrà l’Arno il Trace e l’Ebro il Tosco,
ch’ad altra ninfa, ad altro amor mi doni.
Corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Se non fusse notata del tuo nome,
muta sarebbe la sampogna mia,
e se non fosse del tuo nome adorna
la mia verga d’abete, non saprebbe
mostrar la strada al vagabondo armento.
Il baston, cui m’appoggio, e la mia fiasca
portan scritto il tuo nome; e mai non premo
il latte, ch’io non chiamo il nome tuo.
Ne le forme del cascio anco l’imprimo,
poiché per man d’Amor l’ho impresso al core.
Il tuo nome è ’l mio bene e ’l mio tesoro,
e mi è più de la greggia assai gradito,
ma più caro mi fôra il tuo bel viso.
Corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Non dirò ch’io sia bello o ch’io sia dotto,
che lo sai tu se vive in queste selve
chi di bellezza e di virtù mi avanzi;
ma dirò ben che i doni ch’io t’offersi
non son de la tua grazia affatto indegni.
Corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Corrim’in seno, e non fuggir perch’io
abbia peloso il mento, che la barba
beltade accresce a un volto delicato,
come adornan le frondi un arboscello,
come i pinti fior l’erba e l’erba il prato.
Corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Fillide, corri, e co’ tuoi dolci baci
asciuga le mie lagrime, onde porto
pregne le luci, e molle il petto e ’l volto.
Ohimè, che tu mi fuggi, e vilipendi
i miei doni, il mio canto e l’amor mio;
crudel, né ti sovvien che disconviensi
a bella ninfa essere ingrata e cruda.
Corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Ben mille piante, di mia mano impresse,
portano il nome tuo fino a le stelle,
e l’altre giovinette tue compagne
n’ardon d’invidia; e tu ciò nulla curi,
ingrata; in che ti fidi? in tua bellezza?
Cadono i gigli, cadono i ligustri,
e ’l bel giacinto; e la purpurea rosa
a pena nata impallidisce al sole.
Il sole more e rinasce, e primavera
fugge e ritorna; ma ’l fiorito aprile
di nostra verde età fugge, e non riede.
Dunque mentr’hai la guancia colorita
e vermiglie le labbra e biondo il crine,
corri, Fillide mia, corrim’in seno.
Deh, poiché tu non vieni, almen potessi,
qual ape industre a sugger fiori avezza,
avicinarmi a le tue belle labbra,
a le tue belle labbra coralline;
che s’io potessi una sol volta almeno
cingerti il collo desioso intorno,
qual edra il tronco, o vite l’olmo amato,
et appagar ne’ tuoi baci il mio desio,
di dolcissima morte i’ morirei,
per non gustar mai più minor dolcezza.
Troppo alte cose, ohimè, Titiro brami;
troppo alte sì, ma debite al tuo merto.
Titiro stolto, a che vaneggi? lascia
i superbi fastidi di costei;
un’altra troverai, s’ella ti sprezza.
Senti ’l tuo can ch’abbaia, e forse al lupo;
piglia, piglia il baston, corri a la greggia.
GANORO. È dolce a l’affamate pecorelle
l’erba ch’è sparsa ancor de la rugiada;
dolce è ’l dormire a l’ombra, presso un rio,
a peregrin quando più scalda il sole;
ma più dolce a me, Titiro, è il tuo canto;
e credo ch’oggi pochi ti pareggino,
e che ne la tua bocca l’api d’Ibla
facciano il mèl, che spargi accolto in versi.
Ma perché ’l sol tramonta, eccoti il vaso,
ei di te degno, e tu degno di lui.
TITIRO. Questa notte restar meco potrai
nel mio tugurio, ove a bastanza avremo
poma, castagne, latte e cascio fresco;
e già maggior da questi monti opachi
descende l’ombra e fumano le ville.
GANORO. Io ti ringrazio, ir mi convien là, dove
preme il castello a quel poggetto il tergo.
TITIRO. E qual pastor cortese ivi t’accoglie?
GANORO. Alfesibeo, conosci Alfesibeo,
ch’è di biada ricchissimo e d’armenti?
Iulo, a lui figliuolo, a me signore,
il dottissimo Iulo, a cui le Muse
son tanto care, Iulo, che non sprezza
il vostro basso canto pastorale,
entro a le case sue benignamente
me forestiero accolse; ond’è ben dritto
ch’a lui consacri e la sampogna e i versi.
Titiro, resta in pace; ch’io m’invio
ver’ le capanne, ove pastori e ninfe
danzano al suon di crotali e di pive,
per le nozze di Cinzia e di Dameta.

43: a l’alpi > a l’api. 44: ruggiadoso > rugiadoso. 150: miele > mele; unica oscillazione. 165: e insieme ancor > e insieme. 237: ruggiada > rugiada. 243: accolta > accolto.





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