Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte terza
1
Epitalamio nelle nozze de’ signori Ottavio Gabrielli e Clarice Bandini.

   O Sol, già tua sorella
sparge dal crin di gelo
accolto in perle un rugiadoso nembo,
e già più d’una stella
rende d’argento il cielo
e pinge e fregia de la notte il lembo.
A la tua Teti in grembo
corri a prender riposo,
tramonta, e non volere
turbar l’altrui piacere;
che di ciò sol ti prega il novo sposo,
cui par che di Boote
tu mova in ciel più tarde oggi le rote.
   Lascia Elicona e fendi
l’aria, Imeneo, con l’ali;
tu, che gli amanti al sacro giogo unisci,
il velo prendi, e prendi
le faci maritali,
con che di caste piaghe i cor ferisci;
e tu, Concordia, ordisci
di fior, d’erbe odorate
di tua man due corone;
e Lucina e Giunone,
da le stanze del ciel scendendo aurate,
s’assidano a la sponda
sinistra de la sposa omai feconda.
   Cantate, verginelle,
ch’Imeneo s’avicina,
cantate inni novelli in dolci accenti;
ecco l’auree facelle,
ch’a la notte vicina
fan chiaro scorno, e fan l’ombre lucenti.
Già di desiri ardenti,
sposo, veggio ch’avampi,
e non ritrovi loco
colmo d’onesto foco,
quasi destrier che de l’acciaro i lampi
vede e le trombe sente,
di riposo e di pace impaziente.
   Ecco la nuova sposa,
cui ricco fregio indora
l’aurata testa e ’l bianco collo intorno;
quasi vermiglia rosa,
che da la buccia fora
spunti vergognosetta al far del giorno,
esce dal suo soggiorno.
E dove Amor la guida
volge modesta il piede;
e te con gli occhi chiede
e col cor benché taccia, e par che rida.
Ma d’allegrezza intanto
veggio apparir ne’ tremoli occhi il pianto.
   Che temi, semplicetta?
ti bagna e ti dipinge
di pianto e di pallor vano timore;
né spiedo, né saetta
quivi s’adopra o si spinge,
non così crude son l’armi d’Amore.
Qui non si cinge il core
d’usbergo adamantino;
ma con baci infiammati,
con amplessi iterati,
si pugna, e campo è il letto, Amor padrino.
Così donna sarai,
e di questo tuo pianto riderai.
   Or tu, sposo leggiadro,
che da la tua ventura
fusti a goder tante bellezze eletto,
mira, che ’l tempo ladro
ora t’invola e fura
e tenta far men lungo il tuo diletto.
Corri, cingile il petto;
benché ritrosa stia,
poche lusinghe e prieghi
faran ch’ella si pieghi;
ché, se teme di fuor, dentro desia,
e dar col cor ti vuole
quel che negano gli atti e le parole.
   Chi i morsi e le punture
teme de l’ingegnose
api, non fa del mèl dolci rapine;
e rado avien che fure
a le siepi le rose
vermigliette, ridenti e matutine,
chi teme de le spine.
Come vicino a l’aglio
nasce il fior più odorato,
così più dolce e grato
rende molto piacer poco travaglio.
Aita Amor gli audaci,
vinti di pianto son più dolci i baci.
   Tra le sete e gli ostri,
tra lini preziosi
andate, amanti, e tra soavi odori;
vincano i baci vostri,
i vostri atti amorosi,
del ciel notturno i lucidi splendori.
Da la faretra i fiori
sparga Amor sopra voi,
intorno a voi s’aggiri,
e l’ali scuota, e spiri
fresc’aura, sì che ’l caldo non v’annoi.
Ite, sposi leggiadri,
così vi faccia il ciel felici padri.
   Prega, canzon, che, rinascendo, il Sole
a turbar non s’affretti
di Clarice e d’Ottavio i bei diletti.

3: ruggiadoso > rugiadoso. 20: concordia > Concordia. 53: si aggiunge il punto interrogativo a fine verso. 92: e tra gli ostri > e gli ostri; si rimuove ‘tra’ per evidente ragione di metrica.





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