Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte seconda
46
Nelle nozze del signor Mario Farnese, suo signore.

   Fra le porpore e gli ori,
uscita al mar di grembo,
sopra un carro di rose in ciel sorgea,
e larga pioggia e nembo
di rugiade e di fiori
da le guancie e dal crin lieta spargea
d’Amor la bella dea;
quando da l’acque il corno
alzò ridendo il Taro,
a cui le ninfe ornâro
la bianca testa di gran gigli intorno;
ed egli, ornato poi,
aperse in questi detti i labri suoi:
   — Omai, liete e superbe,
sembrino argento l’onde,
e sien l’arene d’or lucide e belle,
e le mie verdi sponde,
di fiori in vece e d’erbe,
empiano in questo dì gemme novelle.
Il sole oggi e le stelle
guidin carole e balli,
corrano latte i fonti,
s’ornin di rose i monti,
spanda a le rive il mar perle e coralli,
di gioia e d’amor pieno
rida il ciel, rida il mar, rida il terreno.
   E tu, cui benda il lume
non vela amor celeste,
tu, che di santo ardor l’anime accendi,
con l’aurea face preste
movi dal ciel le piume,
e di Giunone il velo indora e fendi;
e ’n questa riva scendi
veloce, ove ti aspetta,
del tuo tardar doglioso,
il caro amante e sposo,
e la vergine bella e semplicetta
ne l’arti tue, che insieme
col cor ti chiama, e tace, e spera, e teme.
   De la vaga donzella
mira le guancie e i rai,
onde al gradito suo l’anima avvinse;
che, stupido, dirai:
cosa sì cara e bella
mai non formò natura, arte non finse,
il mio laccio non strinse.
Matutino oriente,
o gemme illustri e care,
o ciel, cui sol rischiare
o ’l Sole istesso o Venere nascente,
o s’altro il mondo prezza,
è picciola sembianza a tal bellezza.
   Nova CAMILLA altera,
ma più nobile e vaga,
e non d’orrido Marte empia seguace;
che co’ begli occhi impiaga,
dolce d’Amor guerriera,
e co ’l viso di lui, saetta e face,
l’anime punge e sface
con incendio vitale.
E ben che molto è il bello
del corpo, è nulla a quello
de l’ingegno e del sangue; ond’ella è tale,
che poggia in parte forse
u’ d’altra donna il merto anco non corse.
   Ne le luci serene
e ne le labra intatte
ha l’armonia del cielo e ’l lume accolto;
il bel cerchio di latte
il sen le adorna, e tiene
Pallade e Cinzia al cor, Venere al volto;
vince Aracne di molto,
se seta o lin di fregi,
per suo diporto illustre,
rende con mano industre;
toglie a Febo, a le Muse il plettro e i pregi,
grazie non sparse in molte
deità favolose in lei raccolte.
   O degnamente moglie
al tuo sposo gentile,
eletto a posseder tanto tesoro,
così regal monile
talor formando accoglie
due perle eguali o due rubini in oro
man saggia in bel lavoro;
come due vaghi amanti
oggi stringe Imeneo
(qual già Teti o Peleo)
sotto nodo di fede eterni e santi;
e già s’ode de l’ali
il moto e l’aura, e suonar arco e strali.
   Verginelle, spargete
fiori dai ricchi grembi
a lui, che vi dà pace e toglie guerra;
d’odori arabi nembi
al vostro divo ardete,
che vi apre un dolce paradiso in terra.
Ecco che l’armi afferra
e a la bella CAMILLA
il bel fianco percote
con mille piaghe ignote,
piaghe dolci e soavi; e se non stilla
da le ferite il sangue,
porta d’Amor trafitta l’alma, e langue.
   Non mai cervetta o dama
bramò fontana o rio,
quando i raggi del sol fendono i campi,
MARIO, con qual desio
la tua sposa ti brama;
di fuor non vedi, come dentro, avampi?
Mira degli occhi i lampi,
ch’atto modesto inchina,
e senti come lassa
lei l’alma, e in te trapassa
cupida e aventurosa peregrina.
Crudel, perché più tardi?
Bench’ella taccia, a te parlan gli sguardi.
   Ma di vaga viola,
del volto il bel candore
pinge; vano timor forse l’ingombra.
Tu la tema dal core
le togli, e la consola,
e dal viso gentil, come il sole ombra,
le belle nubi sgombra.
Porgile mille baci
bramati, al mal, ch’ella have,
medicina soave,
e con nodi dolcissimi e tenaci
tanto la stringi, quanto
olmo vite, tronco edra o siepe acanto.
   A pena s’apre, e piace,
rosa gentil, che inostra
con le foglie caduche il terren verde,
così la vita nostra
passa breve e fugace;
e come una sol volta il vago perde,
mai più non si rinverde.
Dunque mentre vi lice,
nel bel fior de’ vostri anni,
fate leggiadri inganni
a la forza del tempo ingannatrice.
Né siate invidi a noi
di quei che nascer denno invitti eroi.
   E già del ricco letto
le porpore beate
de’ vostri indugi sembrano lagnarsi;
ministre fortunate,
elle al vostro diletto
braman del vostro amor tepide farsi,
e di novo ostro ornarsi.
E l’aria, che s’imbruna,
il bel lume colora,
ch’al Sol poco anzi Aurora
fece la scorta, or Espero a la Luna.
Or gite, dunque, dove
almo piacer Venere santa piove.
   Gite, gite felici,
che chiaro veder parmi
che dal vostro bel sangue al mondo scenda
chi orni gli studi, e l’armi,
intrepide e vittrici,
dal Mauro a l’Indo al Sol emulo stenda;
a cui verdeggi e splenda
di doppio lauro il crine.
E già tesson ghirlande
le Muse, e tempra il grande
fabro veste d’acciar lucente e fine,
ove splendon dipinti
e trionfi e vittorie e bei giacinti. —
   A sì felici e fortunati auguri
risero i colli e l’acque,
entro a le quali egli s’immerse, e tacque.

60: si rimuove il punto interrogativo a fine verso. 130: vita > vite. 144: la strofe prosegue con due versi: “Esca dal sen fecondo / chi i volti e i nomi vostri eterni al mondo”, qui rimossi per una ragione di metrica.





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