Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte seconda
20
Con occasione di certe nozze.

   Sparga da l’orizonte
il sol dorati i crini,
né ardisca invida nube a lui far velo;
de l’Apennin la fronte
s’infiori, e i gioghi alpini
copran le rose, onde rosseggi il gielo;
rida la terra e ’l cielo,
e ’l mar tranquillo e chiaro;
guidino per le valli
le ninfe insubri i balli,
e le sponde a le danze ingemmi il Taro,
et emulo del Tago
volga onde d’oro al mar lucente e vago.
   Oggi, che bella sposa
congiunge alto destino
a leggiadro garzon di sangue regio,
come a giacinto rosa,
come perla a rubino,
stringe ninfa in ghirlanda, o fabro egregio
in ricchissimo fregio;
oggi, che in sen fecondo
esser deve concetto
un eroe pargoletto,
onde abbia guerra a fin di pace il mondo,
cui preparan le rive
de la Brenta e del Po lauri et olive.
   Ma parmi o veggio, e sento
che la stellata porta
s’apre del cielo e che Imeno già scende:
coi coturni d’argento
solca le nubi, e porta
face, onde il dì di sol doppio risplende;
face che dolce accende
di tante fiamme i cori;
et assiso su l’ali
fa suonar arco e strali.
Ricche fronde spargete e ricchi odori,
vaghi fanciulli, e in tanto
volgete al divo, o verginelle, il canto.
   Spargete odori e frondi,
il canto al dio volgete,
vaghi fanciulli e caste verginelle,
perch’egli orni e fecondi
le nozze illustri e liete,
onde escan Diofebi et Isabelle,
forti egualmente e belle.
Ma chi di voi sen vola
ne’ chiostri, ove la figlia
la madre orna e consiglia,
e le paure semplici consola,
perché s’affretti et esca,
e gioia a’ cori e luce al giorno accresca?
   Qual per le selve armene
scherzando a primavera
sen va tigre superba e giovinetta,
tale in vista sen viene
questa donzella altera,
che non teme d’Amor fiamma o saetta
in sua beltà ristretta.
Or tu, gran divo, ch’anco
le tigri domi e vinci,
al tuo bel giogo avvinci
la ribellante, e le riscalda il fianco;
ché fia tuo sommo onore
vincer beltà che trionfò d’Amore.
   Odi come lo sposo
cupido impaziente
te co ’l Sol chiami pigro, e ne sospiri.
Qual destrier generoso
se squillar tromba sente,
nitrisce e salta, e par che fiamma spiri,
ma, ben ch’arda e desiri,
le sembianze dilette
mira da lunge a pena,
sì riverenza il frena,
così nel ciel, da stanze alte et elette,
guarda Marte talora
la sua bella Ciprigna, e s’innamora.
   Ma già scocca da l’arco
le celesti quadrella,
e l’aurea face lampeggiar si mira.
Qual fuggitiva al varco
colta, la verginella
d’un affetto gentil langue e sospira;
e, come Amor l’inspira,
par che l’amante inviti
con atti dolci e schivi,
con gli sguardi furtivi;
e qual vite che ancor non si mariti,
ma senza l’olmo giaccia,
chiede dolce sostegno, ancorché taccia.
   Corri, sposo felice,
e sciogli il cinto altero
a lei, che ti legò con gli occhi bei;
e tu, bella Beatrice,
soffri che bel guerriero
di tua virginità porti i trofei;
che gloriar te ne dêi,
perché s’ei fosse andato
colà tra le guerriere
di Scizia illustri e fere,
avrebbe il cinto, ad Ercole negato,
(solo co ’l suo bel volto)
dal sen de l’aspra Ippolita disciolto.
   Or qual pregiato legno
manda da’ boschi suoi
l’India, che l’oceàn da noi divide?
Qual fabro industre e degno
forma indi a novi eroi
gran cune, e d’or le fregia, e su v’incide
con gli angui estinti Alcide?
Qual Bronte o Piragmone
fa scintillar l’incude?
In qual antro si chiude
de le rupi tesaliche Chirone?
Troia dove rinasce,
poiché già veggio un nuovo Achille in fasce?
   Canzon, già sparso di silenzio e d’ombra
si posa il mondo, e tace;
forse tu sola sei troppo loquace.

50: povere > paure. 115: tesaliche: così nel testo.





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