Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte seconda
19
Nella malattia mortale che ebbe un figliuolo del signor Mario Farnese.

   Come giglio, o narciso,
che troppo arso dal sole
tinga di pallidezza il suo candore,
sparso le labra e ’l viso
di pallide viole,
giace il bel pargoletto, e seco Amore.
Accende il picciol core
(picciolo sì, ma degno)
ardente febre e ria,
che stempra l’armonia
di quegli umori onde ha vital sostegno;
sì che si lagna e langue,
ne le tenere vene ardendo il sangue.
   Non mai di mezo aprile
formò tra fiori e fronde
vezzoso rosignuol sì cari accenti,
né mai cigno gentile
di Caistro a le sponde
sparse susurri così dolci a’ venti,
come dolci i lamenti
sparge da’ labri essangui
il bambino amoroso,
in atto sì pietoso,
che può destar pietà ne’ gelid’angui;
se ben sorda natura
o non gli ascolta o gli onor suoi non cura.
   Tu, che già ’l nome desti
a l’eroe pargoletto,
Febo, dio de le Muse, ora che fai?
I tuoi succhi celesti
in sì nobil soggetto
per tua gloria sublime adopra omai.
Ne’ gioghi ove tu stai
di Pindo o di Parnaso
con le sacre sorelle,
cogli l’erbe, e da quelle
traggi dolce liquor, che posto in vaso
ricco di gemme e d’oro
porga a sì grande infante almo ristoro.
   A la fiera novella
del figlio infermo il padre
non muta guancia o cor, poco né molto;
e fa forza la madre
al molle sesso, anch’ella
né fuor manda sospir, né bagna il volto;
ma dentro il duolo accolto
ange l’alma e l’attrista.
Ahi quanto fôra, ahi quanto
meglio sfogarlo in pianto;
poiché chiuso dolor più forza acquista,
come fuoco in fornace,
che quanto men essala, è più vivace.
   Ma la gran donna altera,
che tien più caro et ama
più de la vita il picciolo nipote,
tosto che messaggera
del novo mal, la Fama,
quasi fulmine irato, la percote,
su le veloci rote
s’affide, e non l’arresta
né gelato sentiero,
né torrente aspro e fiero,
né del turbato ciel pioggia o tempesta,
sì che non voli in parte
ove inferma è di lei la miglior parte.
   E colà giunta, affisa
gli occhi nel vago, e duolsi,
che di macchie sanguigne è tutto impresso;
e da lui pende in guisa,
che nel sangue e ne’ polsi
sente quei moti e quel calore istesso.
Et egra, a l’egro appresso,
il duol non copre o finge,
ma il seno e ’l volto inonda;
e su la ricca sponda,
appoggiando il bel fianco, a sé lo stringe,
e dolci baci liba,
e gli lusinga i sonni, e ’l nutre e ciba.
   Ecco a te, Febo, i prieghi
porge la bella donna,
la bella donna a cui s’inchina il cielo;
e se grazia a lei nieghi,
ben sei d’aspra colonna,
e ti circonda il cor diaspro e gielo;
né tu nascesti in Delo,
come è bugiardo il grido,
d’alto seme di dèi,
ma tra monti Rifei,
o tra sirti e tra scogli avesti il nido,
o fusse tigre, o fusse
cruda foca del mar che ti produsse.
   A l’onor tuo, che al fondo
cade, dunque pon mente,
e con l’opre a la Fama acquista fede;
ché se più tardi, il mondo
dirà che ingiustamente
la gran virtù de l’erbe a te si diede;
ma se tosto si vede
serenar i sembianti
il fanciullo reale,
ogni lingua mortale
fia che le tue gran lodi inalzi e canti;
et un numero grande
ai tempî andrà di voti e di ghirlande.
   E non senza ragione
saran dal mondo a’ tempî
i voti offerti e le ghirlande appese;
poiché il nobil garzone,
seguendo i degni essempi
degli eroi gloriosi di FARNESE,
far deve illustri imprese.
E già mi par che forte
guerriero inanzi agli anni
s’armi contra i tiranni,
e superbe di lor palme riporte,
e doppo breve guerra
i mostri tolga, e dia pace a la terra.
   Canzon, prepara il voto: il messo è giunto,
ch’è fuor d’ogni periglio
il gran fanciul, che al mio signore è figlio.

51: ‘fuoco’, vd. nota alla canzone 36. v. 41, Parte prima. 57: fama > Fama.





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