Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte prima
95
Descrive alcune nozze.

   Co ’l suo gran giro eterno
ecco che ’l sol ritorna,
onde pria mosse i suoi celesti errori,
e già succede al verno;
la primavera adorna
l’ampio manto di frondi, e ’l crin di fiori,
onde tepidi ardori
senton gli augelli e i venti,
e le foche e i delfini
entro i flutti marini;
ed in terra non sol greggie et armenti,
ma tronchi e sassi ancora,
nel suo ringiovenir, l’anno innamora.
   Or tu, che i padri e gli avi
ne’ figli rinovelli,
e l’umana natura eterna rendi,
tu, che fiamme soavi
ne’ petti verginelli
con aure d’onestà svegli et accendi,
santo Imeneo, discendi
in stagion così bella
su la sinistra sponda,
che ’l re de’ fiumi inonda,
et indi casta e nobile donzella
al sen materno invola,
et illustre amator di lei consola.
   Ma i prieghi e i voti nostri
precorri, e prendi a sdegno
chi titolo di pigro altri ti dia:
già da’ verginei chiostri
ne rechi il caro pegno,
che lo sposo gentil tanto desia.
Odo ch’alta armonia
di canori metalli
del tuo venir fa fede;
a te raggira il piede
lunga schiera di ninfe in dolci balli;
a te d’argento l’onde
Stiron versa, e di gemme orna le sponde.
   Come luna lucente
ch’a Teti esca di grembo,
per biancheggiar sopra la notte ombrosa,
o qual alba ridente,
che stilli un ricco nembo
di perle e tinga il ciel d’oro e di rosa,
tale è la vaga sposa,
ch’alteramente adorno
bel carro a noi conduce,
che con la chiara luce
degli occhi rasserena i poggi intorno,
ch’ha di LUCREZIA il nome,
e di rose le guancie e d’or le chiome.
   O come lieto accoglie
la sua cara fedele
lo sposo illustre, il vago sposo e forte;
o come dolce coglie
da quelle labra il mèle,
che ’l ciel cortese a lui destina in sorte;
o come il gran consorte
ella vagheggia e mira
di meraviglia piena,
e crede agli occhi appena
che sia sì bello, e già n’arde e sospira;
o d’Amor forze sante,
come tosto diventa un’alma amante.
   Talor ne’ suoi pensieri
de le bellezze ignote
finger un simulacro ella solea,
cui gli occhi vivi e neri,
sparse d’ostro le gote,
vermiglio il labbro e d’ambra il crin facea.
Ma quanto ella fingea
fu solo un’ombra a quello
che vede certo il senso;
onde piacer immenso
sente svegliar nel petto casto e bello,
e, tacendo co ’l core,
ringrazia il ciel che l’alzi a tanto onore.
   Per le superbe stanze
omai le piante giri,
piene di pompe e di regali ammanti,
e le grandi sembianze
de’ Lupi illustri ammiri,
per forza di color quasi spiranti;
degli alteri sembianti
la nobil mente imprima,
sì che ne’ parti suoi,
di quei famosi eroi
l’imagini onorate al vivo esprima,
e col seno fecondo
il già spento valor rinovi al mondo.
   Ma più che in altro oggetto,
che ’l bel palagio adorni,
ne la suocera grande il guardo intenda;
veda nel divo aspetto
quanta beltà soggiorni
del cielo e quanta maestà risplenda.
Da lei maniere apprenda,
e regali costumi
et alterezza umìle;
et al vago gentile
talor porga la mano, o volga i lumi;
e fra suoni e carole
dispensi il dì, mentre si scuopre il sole.
   Poi tosto ch’egli ombroso
lasciando il mondo nostro
ne l’indico oceàn s’attuffi e tinga,
il letto prezioso
di ricche gemme e d’ostro
porpora virginale anco dipinga.
Fra bianchi lini stringa,
assai più bianca, il vago
l’amata intra le braccia,
e la lusinghi, e faccia
di novelle dolcezze il desir pago;
e sopra loro sparga
di rose Amor pioggia odorata e larga.
   Ché se m’inspira il vero
Apollo, che predice
per favella mortal spesso il futuro,
di questo seme altero
schiera d’eroi felice
già nasce, onde s’illustra il mondo oscuro;
ch’al giogo alpestre e duro
de la gloria poggiando,
cingano il crin d’alloro,
e con le virtù loro,
se stessi prima e poi gli empi domando,
rechino spoglie al Taro,
e d’ALESSANDRO e di RANUCCIO al paro.
   Prega, canzon, che questa notte in cielo
sien con benigni aspetti
tutte le stelle in luoghi alti et eletti.

11: ed, così nel testo. 29: che > chi. 52: guancie: unica oscillazione nel canzoniere. 65: si rimuove il punto interrogativo a fine v.





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