Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte prima
94
Nelle nozze del signor Alessandro Farnese.

   Già di stelle dipinto
spiega per l’aria e stende
la Notte, amica degli amanti, il velo;
et Imeneo, già cinto
il crin di persa, scende
da’ gioghi d’Elicona, anzi dal cielo;
e fa tepido il gelo
notturno e l’ombre inaura
de la gran face il lume;
mentr’ei scote le piume
per l’aria, e lieve cala, a par de l’aura,
su l’Arno illustre e vago,
che non invidia i flutti d’oro al Tago.
   Vien la Concordia anch’ella,
e d’erbe eterne e sante
reca ghirlande fra le stelle inteste,
onde la chioma bella
cinga di regio amante
e di sposa regal le tempie oneste;
e Venere celeste,
le Grazie e gli Amoretti,
i vezzi, il gioco e ’l riso
tragge dal paradiso,
pronti ministri a l’alte nozze eletti,
dov’ella esser destina
pronuba degna a la leggiadra ORSINA.
   Orsù, Grazie et Amori,
l’indugio omai si rompa,
a nobili servigi ognuno attenda;
altri contra gli orrori
notturni, in chiara pompa,
gran numero di faci alte sospenda;
altri dispieghi e stenda
i bei tapeti aurati
su ’l ricco pavimento,
e da’ vasi d’argento
ambrosia sparga, e balsami odorati;
altri di pregio eguale
al merto inalzi il letto geniale.
   Di quante gemme accoglie
il mar ne’ fondi Eoi,
splendan le basi e le colonne e gl’archi,
e le palme e le spoglie
degli sforzeschi eroi
reggan pomposamente ornati e carchi.
Indi l’insegne e gli archi
pendano agli empi tolti,
e de le navi i rostri,
e regi vinti e mostri
et esserciti grandi in fuga vòlti,
con altri pregi loro,
corone ed ostro e scettri e velli d’oro.
   Che in sì superbo letto,
fra l’armi e le memorie
di tanti valorosi semidei,
esser deve concetto
guerrier, ch’a le vittorie,
a trionfale onor serbin gli dèi;
sien la culla i trofei
a bambin, che di sangui
sì grandi a trofei nasca,
che il mondo ingombri, e pasca
d’alta speme anco in fasce, e prema gli angui;
cui sien serve a la cuna
la Vittoria, le Muse e la Fortuna.
   Ma già tuona e lampeggia,
già fa duo cori amanti
Imeneo con gli strali e con la face;
già l’un l’altro vagheggia,
e da’ cari sembianti
pende un de l’altro, e si distempra e sface.
Arde lo sposo, e tace,
ma co ’l cor parla e grida,
e la bella nemica,
bella quanto pudica,
a battaglia amorosa invita e sfida;
e co ’l silenzio chiede
guerra, anzi pace, a lei, che ’l cor gli vede.
   Quasi gelida falda
di neve intempestiva,
che pur serba su l’Alpi il suo rigore,
se la percote e scalda
forza di sole estiva,
s’intenerisce e divien molle umore,
tal de la sposa il core,
che fu di ghiaccio dianzi,
or la durezza spoglia,
e pensier cangia e voglia,
né più cura veder chi giostri o danzi;
ma d’amor langue, e sente
vagar per l’alma novo affetto ardente.
   Tu, garzon generoso,
ch’ogni valore antico
co ’l tuo valor lucidamente appanni,
il tesoro amoroso,
che ti dà il cielo amico,
godi, mentre risplende il fior degli anni;
pria che a gravosi affanni
Marte superbo e fero
quinci ti tragga e spinga
dove il ferro si stringa,
contra i Britanni o contra il Trace altero;
che già sento la tromba,
che, invitandoti a l’armi, alto rimbomba.
   Quando fia tempo, e l’aste
gravi e le spade ignude
potrai rotar fra genti empie e rubelle,
ma per ora ti baste
far con armi men crude
pugna d’Amor con la tua vaga imbelle.
Mira come le stelle,
cupida e timidetta,
ne’ tuoi begli occhi affisa;
mira in qual dolce guisa
par che fugga l’arringo, e pur t’alletta
con bei modi graditi,
ch’ella stima repulse, e sono inviti.
   E tu, vergine regia,
del cui divino volto
cosa più bella il mondo anco non scorse,
in cui sola si pregia
tutto quel bello accolto,
ch’a mille altre diviso il ciel non porse,
perché paventi? Forse
ti stringe il cor paura
che ’l tuo vago ti dia
piaga mortale e ria?
Ah, la vil tema sgombra, e t’assicura,
che la dolce ferita
quanta gioia ha la terra, ha seco unita.
   Come le viti agli olmi,
insieme Amor v’unisca;
e le catene sien candide braccia;
sien di nettare colmi
i baci, onde rapisca
l’uno l’anima a l’altro, e sua la faccia.
Le vostre gioie taccia,
i vostri scherzi onesti,
chi numerar non spera
i fior di primavera;
né sia chi gl’interrompa o chi vi desti,
in fin ch’alto il mattino
non copra d’oro i piedi a l’Appennino.
   Canzon, bella città da’ fiori ha ’l nome:
colà vanne, et onora
la gran coppia ALESSANDRO e LEONORA.

34: tapeti, così nel testo.





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