Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte prima
93
Sopra un sogno del signor Ranuccio Farnese.

   La Fama, benché alata messaggiera,
del gran FARNESE eroe fiere novelle
non avea per l’Italia ancora sparse,
quando da la sublime empirea sfera,
tutta, in vece d’acciar, cinta di stelle
l’alma paterna al suo RANUCCIO apparse.
Mentre agli occhi di lui, di sonno scarse,
eran nobili cure, o quale, o quanto
spargea divino ardor la bella imago;
che gli atomi densando e l’aer vago,
s’avea finto d’intorno un lieve manto.
Lo spirto, altero e santo,
con simolacro al ver tanto sembiante,
ch’ALESSANDRO parea vivo e spirante.
   Repente il giovinetto al novo lume
s’empie tutto di gioia, e fra sé parla:
— Qui quando giunse il mio gran padre, e come? —
Poi, frettoloso, da le ricche piume
s’erge per inchinarlo, e per baciar la
vittrice man, che le provincie ha dome.
E poiché nulla stringe, alzar le chiome
sente per tema mista a meraviglia;
e per sì freddi affetti in guisa dentro
gli corre il sangue dagli estremi al centro,
che di fuor marmo gelido somiglia.
Ma in tai modi il consiglia
e lo consola e l’assicura il padre,
sforzando l’aria a dir cose leggiadre:
   — Non fantasma notturno agli occhi tuoi
or s’appresenta, come temi e pensi,
ma il genitor più che mai vero e vivo;
e se le membra in me toccar non puoi,
è perché più non sono oggetto a’ sensi,
di sensibil materia affatto privo.
Dal basso mondo, ingrato e fuggitivo,
quando al Fattor mio piacque, io fui diviso;
e ben ringrazio lei che ruppe il nodo,
ché per le brevi mie fatiche io godo
sempiterni trionfi in paradiso.
Ma perché bagni il viso?
Frena l’umor, che ’l duol dagli occhi elice,
se non invidii il mio stato felice.
   Figlio, io son giunto al fin de la mia guerra,
e nel porto degli angioli le vele
salve ho raccolte al fin del mio viaggio.
Riccamente co ’l ciel cambiai la terra;
e chi sparge per me pianti e querele,
credendo usar pietà, mi face oltraggio.
Or tempra il dolor tu, che sei saggio,
con la mia gioia, e mostra anima forte.
Che, se ben guardi, assai vissi; e non poco
agli onori et agli anni; e poscia il gioco
e ’l variar de’ casi e de la sorte
precorsi con la morte;
ché tal duce morì di me più veglio,
cui morir molto innanzi era assai meglio. —
   Lagrima il figlio, e dice: — Io te non piango,
o mio buon genitor, se al ciel salito
sei pien d’onor con gloriosi passi;
lasso, ma piango me, che qui rimango,
quasi in gran bosco peregrin smarrito,
che ’l cor co ’l piè sospende, e in dubbio stassi.
Tu vedi ben con quanti sterpi e sassi
copre il buon calle, e quante fiere annida
questo deserto de la vita alpestro,
e se tu m’additavi il camin destro,
spento te, chi mi scorge e chi m’affida
per questa valle infida,
per questo orror, per questo Egeo profondo,
che non ha, fuor che ’l nome, altro di mondo? —
   Ride al saggio parlar del giovinetto
il simulacro, e dice: — Or ti conforta
che se guida ti fui nel mortal velo,
or che non benda il mio puro intelletto
nube d’umanità, più fida scorta
segnar ti posso i bei sentier del cielo;
dove, se poggiar brami, ardente zelo
di carità celeste il cor t’accenda;
che sola in terra ogni virtù contiene,
e poi sola con l’alma al ciel sen viene.
Questa in ogn’atto tuo sempre risplenda,
questa da te si stenda
verso Dio prima, e poi torni in te stesso
e ne’ popoli tuoi con bel riflesso.
   L’Europa a’ tempi tuoi sarà feconda
di travagli di Marte, ove l’ardore
aprir potrai, che nel tuo cor si chiude;
perché di seme di discordie abonda
quasi ogni sua provincia, e partorire
vuol, quanto tarda più, guerre più crude.
In fin da la Meotide palude,
già diluvio crudel d’armi e di gente
barbara innonda i campi d’Ungheria;
e la rabbia infedel de l’eresia,
quasi con mille capi ampio serpente,
turba tutto il ponente;
sì che fia largo il campo, ove ti mostri
non indegno nipote agli avi nostri.
   Ma quando avrai di guerreggiar desio,
libra ben la cagion: l’onor di Cristo
ad ogn’altro rispetto in te prevaglia;
e se tu servi con la spada a Dio,
di far di stato o di tesoro acquisto,
o di mondan onor, nulla ti caglia.
Qual poca polve al vento, o poca paglia
in fiamma grande, è fama, oro et impero,
e quanto brama umano avido ingegno;
stolto è chi fonda in queste nebbie il regno,
ch’è fra le stelle il regno eterno e vero.
Or là ferma il pensiero;
ch’è brevissimo punto benché al senso
sembri il globo terren vasto et immenso.
   In questo duro campo, in questo agone,
che vita ha nome, et è morte e dolore,
suda in eccelse imprese e pellegrine;
ma de le tue fatiche il guiderdone
non sperar mai dal mondo ingannatore,
che dar no ’l può, ma da le man divine.
Dal Ciel prendi il principio, al Cielo il fine
volgi d’ogni opra tua con pura fede,
qual buon arcier, che sempre il segno punge;
che se in terra al ben far, premio non giunge,
è virtute a se stessa ampia mercede.
E Dio stellata sede
prepara a’ suoi guerrieri, onde abbia speme
che siamo in ciel doppo molt’anni insieme. —
   Replica il figlio: — O come lieto pendo
da la tua bocca e tuoi consigli ascolto;
ma me di dolce error sgannar non posso.
Se i detti tuoi con queste orecchie intendo,
e se con gli occhi miei veggio il tuo volto,
come sei spirto de la carne scosso? —
Et egli: — Dal mio coro io mi son mosso
per armar il tuo cor contra il tormento
che recar ti potea l’aspra novella;
e mi finsi le membra e la favella
per volontà divina in un momento
del secondo elemento,
qual mostrarsi a’ mortali angelo suole,
d’aria formando il corpo e le parole. —
   Chiede il nobil garzon: — Forse ferita
fiaminga o franca il manto tuo traffisse,
te scacciando da’ membri amati e cari? —
Ei risponder si sente: — A la mia vita,
alterando gli umori, il fin prescrisse
chi le disparità vostre fa pari.
Tu fa’ ch’a la mia spoglia si prepari
semplice marmo, ov’abbia sepoltura,
finché tuonando aprir faccia ogni tomba
e fermar ogni cielo altera tromba,
perché destina la superna cura,
cui serva è la natura,
ch’io la ripigli gloriosa allora.
Ma quinci parto omai, che vien l’aurora. —
   Grida il prencipe allor: — Sovente torna,
anima bella, a darmi alcun consiglio,
ne’ casi ond’è la vita sì molesta. —
— Farollo (ella risponde). — In pace resta,
che vado, e già son giunta a l’altro figlio,
ch’ha d’ostro il crin vermiglio. —
E così detto, sfavillando intorno,
sparve; e sorsero in un RANUCCIO e ’l giorno.

19: bacciar > baciar. 128: «e tuoi»: così nel testo. 141: si aggiunge «il» a «nobil».





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