Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte prima
67
In lode del serenissimo don Alessandro Farnese, duca di Parma.

   Lascia l’edere, o Musa, e la sampogna,
al cui suon l’altrui lodi e i nostri ardori
cantasti or per le selve or per l’arene;
fregia il povero crin di ricchi allori.
Suon che avanzi le trombe or ti bisogna;
ché a merito real non si conviene
strepito vil d’avene.
Timida ardisci e suona in maggior carme;
che, se ben erto al segno
non poggerai su l’ale,
il grand’ardir non fia di lode indegno,
e non andrebbe, ancor che saggia, eguale
a l’alte imprese, a l’arme
del mio novo signor la man che scrisse
del gran figlio di Tetide e d’Ulisse.
   O glorioso prencipe, o d’eroi,
o di regi invittissimo, o di dèi,
ch’ornan la terra e ’l ciel, nipote e figlio;
guerrier di Dio, de’ Belgi infidi e rei
terror, pregio d’Italia, onor de’ tuoi;
pro non men di man che di consiglio,
che fai tremar co ’l ciglio,
dei nemici fortissimi le squadre;
o che bell’orme imprimi,
per strade ignote altrui,
ai gioghi de la gloria; o come esprimi
le virtuti e ’l valor degli avi tuoi,
del gran zio, del gran padre;
te te canti la Fama, e non ragione
del minor ALESSANDRO o di GIASONE.
   Te te canti la Fama, a cui fiorîro
le regie culle; e Pallade e Bellona
fêro co ’l suon de l’armi al Sonno invito;
et Apollo e le Muse in Elicona
di fioretti e di lauro il crin coprîro;
che da le ricche fasce a pena uscito,
intrepido et ardito,
novo uccisor de’ mostri e novo Alcide,
cingesti il corpo intorno
d’abiti adamantini,
e ricopristi sotto l’elmo adorno
di leggiadro sudor stillanti i crini;
et il mondo ti vide,
co ’l grande ardir correndo innanzi agli anni,
soffrir di Marte, tenero, gli affanni.
   Ché quando d’oriente empio il tiranno
crudo giogo ad Italia impor credea,
il grand’Egeo d’armati legni empiendo,
tu, cui zelo celeste il petto ardea,
tu fosti scudo et Alpe al nostro danno,
la pia spada audacissimo movendo.
E un mar nel mar spargendo
del sozzo sangue barbaro et infido,
e di vittoria onusto,
lasciasti altrui le prede,
giovinetto magnanimo et augusto;
e del tuo gran valor fanno ancor fede
di quel mar l’onda e ’l lido:
questi d’ossa insepolte ancor biancheggia,
quella d’arme vermiglie ancor rosseggia.
   E son duo lustri omai che sotto il polo
per servir al tuo re pugni e contrasti
prodigo de’ tesori e de la vita;
e qual rupe che salda al mar sovrasti,
fra mille e mille flutti audace e solo
resti a l’onde de l’armi d’infinita
gente inimica ardita;
e quando han nevi e quando han spighe i campi,
tutto di ferro carco,
per fiumi e per pendici
t’apri fra l’armi e fra i perigli il varco,
con danno e con stupor degl’inimici.
Sin di qua veggio i lampi
de la tua giusta spada et odo i tuoni,
onde fulmini l’Idre e i Gerioni.
   Stupisce l’oceano, il qual del Reno
e de la Mosa gelida negarsi
vede i tributi suoi da la tua spada:
che d’esserciti interi uccisi e sparsi
e di cavalli e d’armi è omai ripieno
ogni fiume de’ Belgi, sì che strada
non have onde al mar vada.
Non mai stanco amator de le fatiche,
a pena pose in molti
latino o greco foglio
gli essempi, ch’in te sol veggio raccolti,
rinovellar già spera il Campidoglio
per te le pompe antiche,
e già prepara i lauri, e già t’aspetta;
degno trionfator dunque t’affretta.
   O tosto che ’l gran zio le spalle sante
de la reggia di Dio sommetta al pondo
e cinga di tre mitre il sacro crine,
et apra e chiuda il cielo, e regga il mondo,
sì che ’l gelato Caucaso e l’Atlante
gli orridi gioghi riverente inchine
a le piante divine,
di quante imprese faticose e belle
a la tua forte mano
il fin serbasti scerno.
Tutte le porte già s’apron di Giano
a te, per poscia chiudersi in eterno,
e già lascia le stelle
Astrea con le bilancie, e già novelli
sorgono d’oro i secoli e più belli.
   Saran gli altari e gli idoli perversi
ésca a Vulcano, e le meschite e gli empi
alberghi, ove Macon falso si cole,
prenderan novi culti, e veri tempî
al nostro vero Dio saran conversi.
Per te la santa croce fia che vóle
oltre le vie del sole.
Il Nilo in van fra i monti de la Luna
terrà la testa ascosa,
[che lui] Gange et Eufrate,
e trarrai l’Asia e l’Africa orgogliosa
con le gran braccia al tergo incatenate,
né sarà parte alcuna
ove del tuo valor trofei più spessi
non sian, che del tuo piè vestigi impressi.
   Vengon già di lontano i monti interi
per pigliar vaghe forme e farsi illustri,
sacri, al tuo nome, a colpi di scarpello;
sudano mille ingegni e mani industri,
e di fabri e giganti arsicci e neri
fa gl’incudi tremar più d’un martello,
e gemer Mongibello;
empion de l’aria i campi immensi omai
l’alte colonne, e gli archi
de le tue glorie ornati
di statue, di trofei, di fregi carchi,
non per adietro sì pomposi alzati
altrui; ch’altri non mai
per sì bella cagion la spada strinse,
o trasse al giogo tanti regni e vinse.
   Vola fra’ Belgi e ’l gran guerrier dai gigli,
canzon di basso stile,
novello Marte onora.
Ma pria, colà sovra quei poggi umìle,
il sacro zio (com’egli merta) adora,
ch’egli è mio nume; e digli:
chi a te mi manda brama e spera e crede
veder dai sommi re baciarti il piede.

60: alme > arme. 81: Belghi > Belgi. 100: serbarsi > serbasti. 115: [che lui], così nel testo; forse al suo posto era ‘e con lui’.





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