Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte prima
36
A Clemente VIII, sommo pontefice, nell’assunzione al pontificato.

   Spirto divino, a cui le membra fanno
grave manto non già, ma sottil velo,
onde ogni raggio di virtù traluce,
con noi pietoso e teco giusto il Cielo,
per ristorar d’Italia il lungo danno,
a la sua mèta il tuo merto conduce;
elegge te per sacro Tifi e duce
degnamente la Chiesa a la sua nave,
che correva al naufragio a piene vele.
Or tu la reggi in questo mar crudele,
dove fra venti avversi ondeggia e pave;
ch’altro schermo non have,
e sol co ’l tuo governo par che speri
volger la prora a’ suoi dritti sentieri.
   Girò gli occhi per grazia a la sua sposa
de le stelle dorate il re cortese,
quando impose tre mitre a la tua chioma;
o con che caldi prieghi a lui ti chiese,
di sua salute e di tuo onor bramosa,
del mondo il capo, a cui sei capo, ROMA.
Ella per te non solo ogn’aspra soma
scuoter da le sue spalle ha certa speme,
ma ridur ne l’ovil le greggie erranti;
sì che la santa croce anco si pianti
sovra i gioghi del Tauro e su l’arene
colà oltre Siene.
Or tu non ingannar tanta speranza,
che di te nutre il mondo, anzi l’avanza.
   Il tuo saper, per tanti illustri e degni
gradi affinato, et ora al sommo giunto,
t’invita ad opre oltra nostr’uso elette;
e ’l buon voler co ’l gran saper congiunto,
che t’alzò sovra i regi e sovra i regni,
mirabil cose altrui di te promette.
Già ti prepara gli archi e par che aspette
ROMA: che al giogo in Campidoglio ascenda
schiera di duci e di tiranni ingiusta,
che sia Ginevra di catene onusta,
che ’l Tamigi dal Tebro i riti apprenda
e ’l suon di Cristo intenda,
che lasci il Perso il fuoco, e le meschite
rivolga a Dio la perfida Menfite.
   E non mancano a lei pregiati e saldi
del tuo valor ben mille pegni, ov’ella
fondi tante speranze e l’assicuri;
perché ne l’età tua fresca e novella
non solo ornato d’ostro o di smeraldi
desti d’alta virtù segni maturi,
né sol l’opre passate a’ tuoi futuri
acquisti gloriosi acquistan fede,
ma quanto d’ora in ora oprando vai;
che, come il sol vibra più caldi i rai
da parte alta del cielo, a l’alta sede
giunto, di Pietro erede,
spandi con maggior forza i raggi tuoi,
ardente sol di carità fra noi.
   Spesso di quegli antichi e sacri vegli
nel mio pensier l’opre leggiadre accolgo,
che ’l gran seggio di te calcâro innanzi;
et ai fatti tuoi grandi indi mi volgo,
e veggio in essi, quasi in chiari spegli,
quanto tu solo tutti gli altri avanzi;
come sotto il tuo regno in terra stanzi,
libera d’ogni affetto e d’oro schiva,
di Temide la figlia eguale a tutti;
come fuor di miserie, fuor di lutti
erga le membra, un tempo oppresse, e viva
coronata d’oliva
Roma, che dianzi poca turba rea,
quasi campo de’ Goti, intorno avea.
   Libia arenosa, o ’l paludoso Egitto,
mostri simili a quelli unqua non vide,
che fûr del Tebro a’ sacri colli infesti.
Ma tu, sorgendo a tempo, o sacro Alcide,
con spada di fuoco, angelo invitto,
l’iniquo stuol con giuste fiamme ardesti.
Così sicuro al peregrin rendesti
il visitar le tombe e le ruine
degl’Augusti superbi e l’ossa sante;
onde baci, per grazie, a le tue piante
reca dal suo terren sacre e divine,
né teme onte o rapine,
ché tanto sol quanto a le leggi aggrada
nel tuo regno si stringe oggi la spada.
   De’ nostri mali ancor la soma accrebbe
quando l’orrendo stral l’ira divina,
di fame recator, sopra noi torse;
onde l’alma città, che fu regina
del mondo un tempo, misera, non ebbe
di che nudrirsi, e fu di vita in forse.
Ma la pietà superna a lei soccorse
dando del paradiso a te le chiavi,
per confortar la gente afflitta et egra,
ch’or le membra s’infranca; e si rallegra
di peregrine biade ingombri e gravi
vedendo e carri e navi
solcar le strade con le ruote e ’l seno
con rostri aprir del Tebro e del Tirreno.
   Così, padre e signore a’ tuoi soggetti,
doni la pace e la giustizia, e loro,
in periglio mortal, porgi soccorso;
e la sete ardentissima de l’oro,
che quasi tutti ardea gli umani petti,
smorzi, ponendo a la licenza il morso.
Così richiami il secolo, trascorso
oltr’i termini onesti in lungo errore,
al bel sentier, che avea posto in oblio,
indrizzando d’ogn’opra il fine a Dio;
onde d’ogni trionfo e d’ogni onore
speri gloria maggiore,
poiché stimano i saggi assai più degno
ben governar, che guadagnar il regno.
   Benché la mano, ond’il ciel s’apre e serra,
non sol da l’arti de la pace attende,
ma da l’armi pietose anco i trofei;
e già stringe le fólgora tremende,
ove ragion l’inviti a giusta guerra,
per fulminar Enceladi e Tifei.
In difesa de’ buoni e contra i rei,
o per troncar le teste a l’eresia,
o per far di Sion lodato acquisto,
né si disdice a’ prìncipi di Cristo
svegliar Marte ne’ popoli, ove sia
la cagion giusta e pia.
Che per simil cagion combatte ancora
la milizia degli angioli talora.
   Canzon, mente magnanima s’appaghi
se non del don, almen del grande affetto
con che vil dono a’ santi piedi porge;
ché ben mio stile, in ciò saggio, s’accorge
che invan tenta ombreggiar, fosco, imperfetto,
chiarissimo soggetto;
come rozzo pittor, che pinger suole
picciolo l’oceano e negro il sole.

41: soltanto qui e al v. 51 di 19, Parte seconda, è ‘fuoco’; altrove è sempre ‘foco’. 75: o con > con.





5




10




15




20




25




30




35




40




45




50




55




60




65




70




75




80




85




90




95




100




105




110




115




120




125




130




poesialirica.it - gennaio 2008 - Ideazione e realizzazione a cura di admin@poesialirica.it