Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Ongaro [1560 - ca1593]

Rime [1620]
Parte prima
11
Dispregia le pompe mondane e loda il viver umìle.

   O menti cieche e sorde,
o pensier folli, o cure
non sazie mai degli avidi mortali,
da le cui brame ingorde
gli antri e le tane oscure
non dan fido soggiorno agli animali;
né giovan piume et ali
a’ vaghi e pinti augelli,
né al leon l’unghia e ’l morso,
né i piedi, presti al corso,
a le damme veloci, a’ cervi snelli,
né a’ pesci entro al suo fondo
porge sicuro albergo il mar profondo.
   L’uom, da le pietre nato,
osò vestir le penne
e solcar grave il lieve aer sereno,
e i venti e ’l volto irato
de l’oceàn sostenne,
de l’oceàn di mille morti pieno.
Ruppe a Nettuno il seno,
trovò le vele e i remi,
portando or merci or guerra
ne’ legni; e de la terra,
rotti i sacri confini, unì gli estremi,
quinci gelato e quindi
arso, scoprendo l’Aquilone e gli Indi.
   E tratto da desio
d’aver, rischio e fatica
sprezzando, a mille casi il capo offerse;
avido e poco pio,
de la gran madre antica
con cruda man le sacre vene aperse,
e dentro vi s’immerse;
indi trasse l’argento,
e l’oro micidiale,
ésca d’ogni suo male
et infida cagion del suo tormento;
ché mentre di tesoro
carco crede regnar, serve egli a l’oro.
   Cinto d’eterna tema,
non vede lieto un giorno,
né riposata mai la notte mena.
Sallo chi di diadema
regale ha ’l capo adorno
di quante nubi sia le reggia piena,
che altrui sembra serena.
Che ’l re, se ben si vede
di servi lunga greggia,
che intorno ognor gli ondeggia,
non trova in mille servi una sol fede;
e, con ingiuste brame,
de le non sue ricchezze ognuno ha fame.
   Quinci la guerra dura,
quinci l’aspre contese;
e la Morte fra noi si aperse il varco.
Quinci l’arte s’apprese
di percuoter le mura,
di portar de lo scudo il grave incarco,
d’oprar la spada e l’arco.
Quinci d’armate piene
fûr le campagne, e miste
l’acque di sangue, e viste
d’ossa insepolte biancheggiar l’arene;
e la feroce tromba
chiamò gli uomini al campo, anzi a la tomba.
   Per far acquisto indegno
di tesoro e di gente,
corse il metallo a la fucina in prima;
cupidigia di regno
maggior, fa che ’l possente
il men forte vicin calchi et opprima.
Come Giove la cima
degli alti monti scuote,
e con le valli poi
non opra i colpi suoi,
i palagi dei re Marte percuote,
e i piccioli tuguri
son da’ suoi crudi fulmini sicuri.
   O tre volte beati
quei che, fuggendo i regni,
traggono vita umìl scarca d’affanni;
ché i ricchi manti aurati
son di miserie pregni;
e chi siede superbo in aurei scanni,
siede sopra gli inganni.
Le vivande gentili,
i cibi preziosi,
tengono i tòschi ascosi
meglio che ’l fragil vetro o i cibi vili,
e dar più dolce ponno,
che i letti d’oro, i bei cespugli il sonno.
   Chi serpe, mai non cade;
ma chi s’innalza audace,
termine fa de la sua vita un salto.
Nave che ’l lido rade,
varca sicura in pace;
ma se dispiega poi le vele in alto,
del mar prova l’assalto.
Canuta quercia alpina,
rocca superba o loggia,
che presso al ciel sen poggia,
sparge la terra di maggior ruina,
che le piante minori
o le basse capanne de’ pastori.
   Viva chi vuol fra i fasti e fra le pompe,
che i miei desir son paghi
fra queste collinette e questi laghi.

26: andò > arso; così nell’edizione del 1600.





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