Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Tommaso Gaudiosi [? - XVII sec.]

Da “L'arpa poetica” [1671]
XI
La ragna, che l’umane fatiche sono sparse al vento.

   Delle viscere sue tesse e compone
pargoletto animal tra ramo e ramo
ingegnoso ricamo:
di fila innumerabili dispone
talor sferica mole,
che distinta di rai rassembra un sole.
   E mentre al vago e fragile disegno,
consumando se stesso, è tutto intento,
ecco improviso vento,
che, dibattendo il mobile sostegno,
le molli fila infrante,
dissipa la bell’opra in uno istante.
   Ma che sarà? se per fatale istinto,
rinovando egli le fatiche sparte,
ricovra in altra parte
e l’industre lavoro ivi distinto
spiega di nuovo, e a un punto
piagne di nuovo il suo lavor consunto?
   Qui volgete lo sguardo, o voi ch’intenti
alle cose quaggiù, stimate vanto
l’affannarvi cotanto:
sono i vostri sudori, affanni e stenti,
in aperta campagna,
esposta all’aura, una volubil ragna.
   E che forma colui che solca i mari
per vil fame d’aver? che passa i monti
negli estremi orizonti?
Ben fragil tela. Ai desideri avari
oro e gemme raguna,
che talora in un dì sparge Fortuna.
   Altri, più folle, a consumarsi attende
fra le delizie d’un leggiadro viso:
stimal suo paradiso;
ma lampo è poi che momentaneo splende
e repente svanisce,
ché bellezza mortal ratto languisce.
   Colui d’arme ricinto e di valore,
le guerre incontra, alle battaglie anela;
ma, perigliosa tela,
scende un colpo improviso; egli si more,
e con morte sì rea
trova nel sangue suo l’onda letea.
   Altri v’è pur ch’insanamente aspira
agli onori, all’altezza, idolatrante
indiscreto regnante;
ma confinan de’ re la grazia e l’ira,
e con breve interstizio
ogni altezza s’incontra al precipizio.
   Ma s’egli è ver ch’ogni travaglio umano
termin’in nulla, a che logorar nostri anni
fra sudori ed affanni?
se sudo al vento e se m’affanno in vano
per contento mortale,
dite, o mortali, il travagliar che vale?
   S’ogni acquisto è fugace e se soggetto
all’ingiurie del tempo e della sorte,
all’ingiurie di morte,
deh sollevisi omai l’umano affetto
a più solida spene,
ché non è ’n questa terra il nostro bene.
   E s’è pur ver ch’alle fatiche è nato,
agli affanni, ai sudori, ogni vivente
s’affatichi e tormente,
ma per sortir là su secondo fato,
ove illustran l’affanno
le delizie del ciel, che fin non hanno.
   D’un Alcide sognò l’antico mondo,
che per dodici sue famose prove
ascese al padre Giove,
prefissi i segni all’oceàn profondo;
ove, converso in nume,
splenderà sempre mai d’eterno lume.
   Ha pur gli Ercoli suoi, ma veri e santi,
questa età del Messia. Già già sull’etra
si solleva e penètra
chi di tante fatiche, affanni tanti,
con più nobile eccesso,
vinse la terra e trionfò se stesso.




5




10




15




20




25




30




35




40




45




50




55




60




65




70




75



poesialirica.it - gennaio 2008 - Ideazione e realizzazione a cura di admin@poesialirica.it