Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Pietro Bembo [1470 - 1547]

Rime [1548]
Rime di messer Pietro Bembo in morte di messer Carlo suo fratello e di molte altre persone
CLXII

   Donna, de’ cui begli occhi alto diletto
trasser i miei gran tempo, e lieto vissi,
mentre a te non dispiacque esser fra noi,
se vedi che quant’io parlai né scrissi
non è stato se non doglia e sospetto
dopo ’l quinci sparir dei raggi tuoi,
impetra dal Signor non più ne’ suoi
lacci mi stringa il mondo, e possa l’alma,
che devea gir inanzi, omai seguirti.
Tu godi, assisa tra beati spirti,
de la tua gran virtute, e chiara et alma
senti e felice dirti;
io senza te rimaso in questo inferno,
sembro nave in gran mar senza governo,
e vo là dove il calle e ’l piè m’invita,
la tua morte piangendo e la mia vita.
   Sì come più di me nessuno in terra
visse de’ suoi pensier pago e contento,
te qui tenendo la divina cura,
così cordoglio equale a quel ch’io sento
non è, né credo ch’esser possa; e guerra
non fe’ giamai sì dispietata e dura
la spada, che suoi colpi non misura,
quanto or a me, che ’n un sol chiuder d’occhi
le mie vive speranze ha tutte estinto;
ond’io son ben in guisa oppresso e vinto,
che pur che ’l cor di lagrime trabbocchi,
mentre d’intorno cinto
sarò de la caduca e frale spoglia,
altro non cerco. O quando fia che voglia
di vita il Re celeste e pio levarme?
Prega ’l tu, santa, e così pòi quetarme.
   Avea per sua vaghezza teso Amore
un’alta rete a mezzo del mio corso,
d’oro e di perle e di rubin contesta,
che, veduta, al più fero e rigid’orso
umiliava e ’nteneriva il core,
e quetava ogni nembo, ogni tempesta.
Questa lieto mi prese, e poscia in festa
tenne molt’anni; or l’ha sparsa e disciolta,
per far me sempre tristo, acerba sorte.
Ahi cieca, sorda, avara, invida morte,
dunque hai di me la parte maggior tolta,
e l’altra sprezzi? O forte
tenor di stelle, o già mia speme, quanto
meglio m’era il morir, che ’l viver tanto!
Deh non mi lasciar qui più lungo spazio,
ch’io son di sostenermi stanco e sazio.
   Sovra le notti mie fûr chiaro lume
e nel dubbio sentier fidata scorta
i tuoi begli occhi e le dolci parole.
Or, lasso, che ti se’ oscurata e torta
tanto da me, conven ch’io mi consume
senza i soavi accenti e ’l puro sole;
né so cosa mirar che mi console,
o voce udir che ’l cor dolente appaghi
né mica in questo lamentoso albergo,
lo qual dì e notte pur di pianto aspergo,
chiedendo che si volga e me rimpiaghi
morte, né più da tergo
lasci, e m’ancida col suo stral secondo;
poi che col primo ha impoverito il mondo,
toltane te, per cui la nostra etade
sì ricca fu di senno e di beltade.
   Avess’io almen penna più ferma o stile
possente, agli altri secoli di mille
de le tue lode farne passar una;
che già di leggiadrissime faville
s’accenderebbe ogni anima gentile,
e io mi dorrei men di mia fortuna,
e men di morte, in aspettando alcuna
vendetta contra lei da le mie rime.
E per chieder ancora, o se ’l mio inchiostro,
Mantova e Smirna, s’avanzasse al vostro
tanto, che non pur lei, la più sublime
in questo basso chiostro,
ma tal là su facesse opra, che ’l cielo
la sforzasse a tornar nel suo bel velo;
perché non fosse uom poi così beato
con ch’io cangiassi il mio gioioso stato.
   Se tu stessa, canzone,
di quel vedermi lieto mai non credi,
che più vo desiando, a pianger riedi,
e di’, del pianto molle, ovunque arrive:
Madonna è morta, e quel misero vive.




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