Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Pietro Bembo [1470 - 1547]

Rime [1548]
XVII

   Or che non s’odon per le fronde i venti,
né si vede altro che le stelle e ’l cielo,
poi che scampo non ho dal mio bel sole,
se non quest’un, del suo celeste lume
conven ch’io parli, e come foco e ghiaccio
fa di me spesso fuor d’usanza e tempo.
   Forse fia questo aventuroso tempo
a le mie voci, e gli amorosi venti,
ch’io movo di sospiri al duro ghiaccio,
faran del mio languir pietate al cielo;
a Madonna non già, ché tanto lume
a le tenebre mie non porta il sole.
   Or dico che di me, sì come il sole
muta girando le stagioni e ’l tempo,
fa l’altero fatal mio vivo lume:
ch’or provo in me sereno, or nube, or venti,
or pioggie, e spesso nel più freddo cielo
son foco e nel più caldo neve e ghiaccio.
   Foco son di desio, di tema ghiaccio,
qualor si mostra agli occhi miei quel sole
ch’abbaglia più che l’altro, ch’è su in cielo;
seren la pace e nubiloso tempo
son l’ire e ’l pianto pioggia, i sospir venti,
che move spesso in me l’amato lume.
   Così sol per virtù di questo lume
vivendo ho già passato il caldo e ’l ghiaccio,
senza temer che forza d’altri venti
turbasse un raggio mai di sì bel sole
per chinar pioggia o menar fosco tempo,
grazia e mercé del mio benigno cielo.
   E prima fia di stelle ignudo il cielo
e ’l giorno andrà senza l’usato lume,
ch’io muti stile o volontà per tempo;
né spero già scaldar quel cor di ghiaccio,
per provar tanto, ai raggi del mio sole,
foco, gelo, seren, nube, acque e venti.
   Quanto soffiano i venti e volge il cielo,
non vide il sol giamai sì chiaro lume,
pur che ’l ghiaccio scacciasse un caldo tempo.




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