Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Giuseppe Artale [1628 - 1679]

Da “Enciclopedia poetica” [1679]
XVI
[Dopo un duello. Alla sua donna.]

   Punto di più d’un ferro e semimorto,
mentre tutto il mio sangue al suol trabocca,
sol per estremo e singolar conforto
ti scrivo, anima mia, co’ l’alma in bocca;
e, benché sia nel proprio sangue absorto,
roso ancor da lo stral ch’Amor mi scocca,
senza speme di vita, agonizzante,
non mi posso scordar d’esserti amante.
   Forma or tu gli amorosi alti argomenti,
s’io tua beltà costantemente amai,
mentre per te fra bellici stormenti
avido di servirti il sen portai,
e i colpi mortalissimi e pungenti,
quasi a gran nume, al tuo voler sacrai,
benché mirò per mio svantaggio ognuno
quattro e quattro guerrier incontro ad uno.
   Pur non temei, poiché non mai si vede
paventar ai perigli amante un core,
e fra le pugne orrende or ben si crede
giungere ardir, vie più che Marte, Amore!
Quinci non mai torcere in fuga il piede
mi scorse, benché fier, l’altrui furore;
anzi mirò per altrui scorno il polo
far fronte ad otto brandi un brando solo.
   Non curai l’armi, e non temei gli armati,
offesi offeso, e rincalzai ferito;
provocai, minacciai quei volti irati,
fatto guerrier de la ragione ardito;
i colpi non curai, ver’ me vibrati,
quantunque fûr di numero infinito;
sì non fe’ per timor fallo in effetto,
fatto bersaglio ad otto ferri un petto.
   Trafiggeami un nemico, e noncurante
de le ferite mie feriva anch’io,
ed or questo mirava or quel sembiante
correr misto al suo sangue il sangue mio.
Così, senza mostrarmi unqua anelante,
sprezzai di più d’un uom l’impeto rio;
anzi nel duol multiplicai fortezza,
sol pensando al valor di tua bellezza.
   — Di voi — diceva — o sanguinosi acciari,
Lidia più strugge, ovunque avvien che tocchi;
ella vibra di voi più colpi amari,
se talora un suo strale avvien che scocchi;
siete pur troppo di ferirmi ignari,
o ferri, al paragon de’ suoi begli occhi,
poich’essi, archi inerrabili d’Amore,
scoccansi sempre ad impiagarmi il core. —
   Così ardeva la pugna, ed o che fosse
che i cori audaci ogni fortuna aiute,
o che, fra squadre insanguinate e rosse,
qui difesa dal ciel sia la virtute,
degli altrui ferri io non curai percosse,
quantunque altri dicean con note argute:
— Cadrà chi pugna sol; cadrà pugnando.
Che far potrà fra tanti brandi un brando? —
   Già già l’ira s’avanza e ’l furor cresce,
sì che pugnan per noi l’ira e ’l furore;
odio con odio si confonde e mesce,
altri aumenta lo sdegno, altri il rigore.
Ma già fra tanto orror l’orror rincresce,
e quasi è di pugnar lasso il valore;
cessa la zuffa, e fra lo stuolo essangue
verso pur io da più ferite il sangue.
   Or se mai tu da queste luci i pianti
chiedesti allor che fido io t’adorai,
godendo sol ch’io mi stemprassi avanti
l’animato splendor de’ tuoi bei rai,
se tante or del mio sen piaghe inondanti
versan torrenti sanguinosi, ed hai
ancor tu di mie lacrime desio,
prendi in vece del pianto il sangue mio.
   E la cagion di sì costanti effetti
è sol di me l’immensurato ardore,
ché sol per dimostrar più caldi affetti
in cambio d’acque io do sanguigno umore;
anzi spero diran gli accesi petti
che fûr costanti in ubbidire Amore:
— Ecco, mancando i pianti a un cor che langue,
offrisce a l’idol suo fiumi di sangue!




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