Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Giuseppe Battista [1610 - 1675]

Da “Epicedi eroici” [1667]
L
[Filocrate. In morte di Maria Maddalena.]

   All’armonia più flebile d’un legno
piacemi disposar metrica voce;
a me ne’ moti suoi genio veloce
di musico furor scalda lo ’ngegno.
   Amai chi volle amarmi e chi congiunte
bramò le fiamme mie, le fiamme sue;
fece un’anima sola anime due,
e seppe unir due volontà disgiunte.
   Amai la bella estinta, e gelosia
ardenti più rendea gli amori miei.
Io la bellezza idolatrai di lei,
perché la sua bellezza era magia.
   Per la beltà di lei la Grecia tutta
sollecitar potea prodi campioni,
e dopo mille rischi e mille agoni
potea l’Asia dal foco esser distrutta.
   Quand’ella nasce, alla Betania nasce
di giorno senza occaso alba giuliva,
e della prima vita in su la riva
il gaudio corre a vezzeggiarla in fasce.
   Se grondâr gli occhi suoi liquido gelo,
se le fauci temprâr singhiozzi infranti,
erano que’ singhiozzi, eran que’ pianti
brine d’aurora ed armonie di cielo.
   Lasciò la sfera sua la cipria dea,
e dicesa fra’ turbini guerrieri
sul plaustro, a cui colombe eran destrieri,
venne a baciar la pargoletta ebrea.
   Le disse poi: — Tu meritavi, o bella,
d’aver meco nell’onde il tuo natale.
S’a me nella beltà rassembri eguale,
la mia conca era tua; tu, mia sorella. —
   Né pigre sono a ricettarla in seno,
perché le tergan gli occhi allor che piagne,
della madre d’Amor le dee compagne,
le dee dell’Acidalio e d’Orcomeno.
   Ma se piangeano gli occhi, in su la fronte,
iride di letizia, apparve il riso;
dal labro, che in coralli era diviso,
tra i vagiti alitò mirre d’Oronte.
   Degli amori pennuti il coro arciero
esultò su la culla e sparse rose;
vibrò per l’aria i vanni, e poi dispose
su lo spazzo alle danze il piè leggiero.
   La fanciulla schiudea le due pupille,
e nel cielo d’un viso eran due stelle;
compartivano allor calme o procelle,
quand’eran men turbate o men tranquille.
   Al nascer di costei, della sua Tai
obliò la beltà l’attica Atena,
e se Aulide non più vantò Lacena,
Corinto, ch’ha duo mar, tacque di Lai.
   Crebbe con gli anni, e crebbe seco ancora
quella beltà che bambinetta espresse;
dove col bianco piè vestigio impresse,
sul vestigio ridea più d’una Flora.
   Scioglieva i suoi capelli ed eran lacci,
lacci per intrigar core ch’è sciolto;
e mentre svolazzavano sul volto,
libera fantasia stringeva impacci.
   Della cervice i palpitanti avori
godean di posseder quell’ambre intatte,
e della fronte il più canuto latte
d’aver godeva in compagnia quegli ori.
   Depositati all’aure, e fuor de’ nastri,
scotean vampe d’or, strali di foco;
ed allor si pensò di splendor fioco
esser di Berenice il crin tra gli astri.
   Calamistri di ferro all’auree some,
che ’l foco riscaldò , facean torture,
perché del cor tra le cocenti arsure
apparissero ardenti ancor le chiome.
   Le inebriò talor nardo straniero
per dispensar novelli odori al vento;
nella sua man tra martellato argento
venne a farsi l’Idaspe un prigioniero.
   Sudâr le tele a lei subbi etiòpi,
e fregiò le sue gonne ago troiano,
e per le gonne ancor pino africano
tributò la Giudea de’ suoi piropi.
   Così temprate le maniere avea,
che, se parean senz’arte, eran con arte;
or flessibile alquanto, or dura in parte,
e speranza e timor destar solea.
   Dove mirava esser la fiamma ardente,
ella men soccorrendo era più schiva;
dove face d’amor vedea men viva,
palesava d’ardor petto cocente.
   Se girava lo sguardo, era delitto,
e non mirava altrui, benché mirata;
piacevole talor, talor sdegnata,
l’un rendeva contento e l’altro afflitto.
   Mostravasi men scaltra al più sagace,
e col più lieto amante era più mesta;
sovente con gli audaci era modesta,
e co’ modesti poi sembrava audace.
   Era lasciva ed onestà fingeva;
quando mostrava sdegno, allora amava;
sotto ardor simulato ella gelava,
e sotto finto gelo ella coceva.
   Mentre in tante follie le voglie implìca,
bieco disnor nel proprio nome imprime;
le infamie sue fama loquace esprime
e palesa Maria meno pudica.
   Mentre è lecito a lei ciò che non lice,
e cieca vuol per guida i ciechi sensi,
gridan con libertà gli altrui consensi
che la suora di Marta è peccatrice.
   Donna, quantunque vanti aver bellezza,
men bella è poi se tien l’onor negletto;
qual cristallo è l’onor fragile e schietto,
schietto si macchia e fragile si spezza.
   Lunga stagion vaneggia, e per le scorte
de’ più sozzi diletti a Dio s’invola;
tien ragion vilipesa e la sua scola,
ama il mondo maestro e la sua corte.
   Stima suo bene il male, e col tributo
fa delle colpe insuperbir l’inferno;
oblia la nobiltà, né prende a scherno
esser, come d’Amor, preda di Pluto.
   Ma Dio, che la vuol seco, a sé la chiama,
e consiglio miglior le spira in mente;
già delle colpe andate ella si pente
e di virtù novelle ornarsi brama.
   Dal profondo letargo alfin si desta,
ammenda l’opre, ed i pensier corregge;
già gli arbìtri dispone a nova legge
e l’antiche libidini detesta.
   L’accusano le colpe ond’ella è grave,
ma la pietà del Redentor l’affida;
la combatte il timore e nulla fida,
la speranza l’assale e nulla pave.
   Vince alfin la speranza, il timor cede,
ma non lascia il dolor de’ falli suoi;
in un sospir l’anima scioglie, e poi
perdono del fallir l’anima chiede.
   Si duol d’amor, si duol del mondo, accusa
artefici d’inganni amore e mondo;
duolsi che mondo insano, amore immondo
con l’ésca del piacer l’abbian delusa.
   Un aspe appella amor, da cui si beve
con bocca baciatrice egro veleno;
il mondo un Mongibel, che chiude in seno
incendio edace ed ha sul crin la neve,
   un mare, che tranquillo appar su l’onde
e bianca fé su l’onde sue promette,
ma sotto l’empie spume, ancorché schiette,
o baratri disserra o scogli asconde.
   Amor non sazia mai l’umane brame,
ché quando par che piaccia, allora incresce,
quando par che più manchi, allor più cresce,
e l’ésca d’un desir dell’altro è fame.
   Poi rapida sen corre a’ piè d’un Cristo,
dove, fermando il piè, Cristo l’aspetta;
e qui nel suo pensier tutta ristretta,
pensa del cielo al glorioso acquisto.
   Qui di balsamo colma un’urna infrange,
e del balsamo innaffia a Cristo il piede;
ma scusa qui dell’ardimento chiede,
e quando chiede scusa, allora piange.
   Al puzzo delle colpe alfin marcite
di peregrino odor sparge tempeste;
o porge unguenti al medico celeste,
forse per medicar le sue ferite.
   l’Ibla sicana ed il cecoprio Imetto
l’anima de’ suoi fiori ha qui sommersa;
Arabia d’alimenti è qui dispersa,
e rinchiusa l’Assiria in picciol tetto.
   Delle chiome prolisse il gran volume
da seriche ritorte in giù discioglie,
e con sì vaghe e preziose spoglie
degli unguenti diffusi asciuga il fiume.
   Disciplinato crin varia compensa,
perché l’uso fu vario, a tutti addita;
a Maddalena il crine apporta vita,
il crine ad Assalon morte dispensa.
   Appaga qui le simpatie divine
di fragranze lugubri umida usura,
e godono di far bella congiura
gli alabastri d’un piè, gli ori d’un crine.
   Edera tronco mai, smilace pietra
non stringe sì, com’ella stringe un Dio,
perché dimostri a lei piede ch’è pio
al novello cammin la via dell’etra.
   Benché vegga Giesù fatto cortese,
a tanta cortesia l’occhio non fisa;
stassene addietro mesta, e ben s’avvisa
che rimirar non dêe nume ch’offese.
   Il Redentor non sa partirsi intanto,
che pur di Maddalena è fatto amante,
e rivolto a goder quel suo sembiante,
piangente il vede, ed egli gode il pianto.
   Oh di pianto orator dedalee vene,
che convincono Dio, quantunque mute!
Perché malvagità speri salute,
quel che non può la lingua, il pianto ottiene.
   Ottien perdono, e non qual era è tutta,
postergato l’inferno, al ciel rivolta;
e da’ lacci mondani al fin disciolta,
degli affetti s’oppone all’aspra lutta.
   Delle spoglie ch’avean tesori eoi
povera fa la più caduca salma,
e spoglia delle membra, oblia dell’alma,
come gli abiti suoi, gli abiti suoi.
   Lascia i bissi più molli, e d’irte lane
al molle petto i bei candori ammanta;
ignudo brama il piede, o talor vanta
di coturno più vil piante villane.
   Pruine di cerussa ella delude
e di cinabro invetriate fiamme,
ché non più brama adulterar le mamme,
e vuol di stranio ardor le gote ignude.
   Sdegna quanto pria volle. Al mar di Gnido
non più le squadre imprigionate invola,
né per servir l’ambiziosa gola
agli augelli di Colchi insidia il nido.
   Già le crapule sue son l’astinenze
per dar legge frugale a’ lussi sciolti;
richiama a sanità sensi più stolti,
e dànno economie le penitenze.
   Le dovizie detesta, e le divide
a povertà, ch’è della fame afflitta;
cieca spelonca agli anni suoi prescritta,
agli anni suoi bel paradiso arride.
   Fugge dalle città, fugge alle selve,
e cangia in cavo speco i suoi palagi;
e se gli uomini trovò pria malvagi,
ora bontà san palesar le belve.
   Tra l’angustie più corte aduna i passi,
ed ama calpestar dumi spinosi.
Vuol poi, per disturbar lenti riposi,
piume le paglie ed origlieri i sassi.
   Qui su roso macigno altar dispone,
dove invece d’incenso offre i sospiri,
e con ostie di sangue e di martìri
memorie di clemenza al cielo espone.
   Vive così più lustri. Ed un sol grato
raggio consolator appena vede,
ed ha, s’è d’ombre eterne un antro erede,
sepolcro alla sua morte anticipato.
   Del manto a lei co’ più sdruciti velli
tempo divorator non fa più scudo;
ma pure all’onestà del corpo ignudo
fanno splendida veste i suoi capelli.
   Stupor non è che ’l pendulo tesoro,
impudico non più, rassembri onesto:
ché se baciò d’un Cristo il piè modesto,
or tesse alla modestia argine d’oro.
   Talor d’Averno empio drappello afflige
la bella penitente, e l’etra accorre,
mentre pennuto esercito giù corre
e giù disperge i cittadin di Stige.
   Flagella d’arpa aurata indi le corde,
e sposa all’arpa analogia di lode;
respira intanto Maddalena e gode
letizie vive all’armonia concorde.
   Gode così tra le beate schiere
pegno di gloria. Ed accorciate l’ore,
deliquio tenerissimo d’amore
l’anima scioglie a passeggiar le sfere.




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