Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Ciro di Pers [1599 - 1663]

Da “Poesie” [1689]
XXX
Della miseria e vanità umana.

   Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
qua giù, tra questa valle
del basso mondo, in questo
passaggio de la vita,
ch’altri se ’l crede stanza, e non s’accorge
che né pur un momento
lece fermar il corso
onde rapidamente
ne spinge il tempo al destinato albergo.
E pur l’uom così intento affisa gli occhi
e del corpo e de l’alma
in questi oggetti che passando incontra,
ch’altro par che non miri,
ch’altro par che non pregi; e non s’avvede
che mentre in lor trattiene
e lo sguardo e ’l pensiero,
o gli ha trascorsi, o non è giunto ancora;
e quel che sol gli tocca
fuggitivo momento,
rapido è sì ch’appena il sente il senso.
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
È la vita mortale
vana un’ombra che passa,
lieve un’aura che fugge;
quasi a’ raggi del sole opposta nebbia,
che tosto si dilegua;
un lampo che, venendo, è già sparito;
un fior che, nato appena,
o lo rode la greggia,
o lo tronca la falce,
o lo svelle l’aratro,
o lo recide l’unghia,
o lo calpesta il piede,
o turbine l’abbatte,
o grandine l’oltraggia,
o da soverchio ardor, soverchio gelo,
inaridito inlanguidito cade.
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
Altri or suda, or agghiaccia,
sotto i fervidi raggi
de’ più cocenti soli,
sotto i gelidi oltraggi
de’ più freddi aquiloni,
co ’l curvo aratro esercitando i campi;
e con avara speme
fida i semi a la terra,
perché con larga usura
risponda a’ voti suoi prodiga mèsse;
e ad or ad or cruccioso
incontro al ciel s’adira,
ché gli par ch’a suo senno ei non alterni
del seren le vicende e de la pioggia;
e ad or ad or paventa
che nube in ciel risorga
gravida de’ suoi danni
e partorisca grandine ch’abbatta
ne le mature ariste
la sua prossima speme,
onde de l’anno intero
la lunga fede un’ora breve inganni.
Ed ecco, ecco ch’al fine
l’infelice cultor, fatto cultura,
sen va co ’l proprio sangue
ad ingrassare, a fecondar le glebe.
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
Altri crede la vita
sovra fragile abete al vento, a l’onda,
e indocile a soffrir povera sorte
de’ più remoti lidi
cercando va le peregrine spiagge,
fin che di ricche merci
colma la nave sì, ma non la voglia.
Ecco, o rimane l’ingannata speme
e da’ venti dispersa
e da l’onda sommersa;
o trascorsi i perigli
de la bugiarda Teti,
l’ancore affonde al desiato porto,
e lieto appende al patrio nume i voti;
ma non può far che in tanto
la nave de la vita
non trascorra veloce
al lido de la morte.
Spieghi la vela a qual si voglia vento,
diritta passi o si rivolga in giro,
abbia contrari, abbia secondi i flutti,
quel sol l’aspetta inevitabil porto.
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
Altri con lunga cura
sollecito s’affanna
per inalzar palagi
di materia superbi e di lavoro;
ma lasciando interrotta
e la speranza e l’opra,
convien che vada ad abitar la tomba.
Restan de’ venti gioco,
de’ fulmini bersaglio,
l’eccelse moli un tempo;
ma poi scosse dagli anni,
spargon d’alte ruine intorno il suolo.
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
Altri con voglie avare
ansioso travaglia
perché s’empiano d’oro ingorde l’arche,
e de le sue ricchezze,
fra cui mendico vive,
più che signor, custode,
altro piacer non tragge,
altr’uso non conosce
che di poterle vagheggiar con gli occhi;
ma tutti i suoi tesor non son bastanti
di pagar in suo nome
il debito comune a la natura;
ond’a la fin, lasciando
tutti i sudati acquisti,
che da prodiga man vengon dispersi,
ne l’arche de la morte egli è riposto.
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
Altri ogni studio pone
per saper di natura
i profondi secreti,
e con mente inquieta
vassene dagli effetti
investigando le ragioni ascose:
travaglioso pensier, insana cura,
che forse il Cielo diede
per occupar de l’uomo
la curiosa mente;
e che altro al fine impara,
dopo ben cento e cento
serene notti vigilate indarno,
che quel solo saper di non sapere?
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
Altri, d’onore ingordo,
cinto di duro usbergo,
segue di Marte la sanguigna traccia;
e sotto il freddo Giove
tragge le lunghi notti,
e ’l rauco suon di bellicosa tromba
gl’interrompe i riposi,
perché il fato incontrando
passi dal breve sonno al sonno eterno.
Ma s’anco gli perdona
il nemico furore,
e di ben mille palme
e di ben mille spoglie
carco ritorna a le paterne mura,
e i trofei gloriosi e gli archi appende,
non però de la Morte
schifa l’armi fatali,
che ’l mandan là dove confuso e misto
non si discerne il vincitor dal vinto;
e quel ch’al mondo resta
lieve susurro e debole bisbiglio,
cui dan nome di gloria,
ne’ regni sconosciuti,
che sono oltre i confin di questa vita,
o non s’ode o tormenta o non s’apprezza.
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
Altri ne l’ozio molle
solo gradisce i placidi riposi,
e quai più lieti e quai più dolci oggetti
pòn le brame appagar de’ sensi frali,
Fortuna a lui consente:
a lui qual più soave
puote il senso allettare ésca pregiata,
prodiga man dispensa;
stilla a lui Creta di cidonii tralci
peregrine bevande;
a lui s’intreccia il crine, a lui s’adorna,
qual più vaga fanciulla
ha nel suo regno Amore,
e con voglia concorde
dolcemente risponde a’ suoi desiri.
Oh imperfetti piacer, gioie fugaci!
Quella beltà lasciva,
ch’ei fa de’ suoi pensieri unico oggetto,
ha di rose e ligustri
fiorito il volto e ’l seno,
ma poi, cedendo in breve e questi e quelle,
fuori che acute spine,
che gli pungono il core,
fuori che nere bacche,
che gli macchiano l’alma, altro non resta.
Goda pur lieto, goda
tra le festose cene
i delicati cibi,
in fin ch’egli divenga
di mille immondi vermi
putrido cibo, abbominevol ésca;
goda pur lieto, goda
tra le morbide piume
i dolci abbracciamenti,
in fin ch’egli sen vada
in su la bara ad abbracciar la Morte.
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
Altri là ’ve Fortuna,
quasi in tragica scena,
di porpora e di scettro un uomo adorna,
idolatrando il simulacro vano
de la caduca maestà terrena,
spogliato di se stesso,
il suo proprio voler consacra in voto;
e fondando ne l’aura
di mutabil favor vane speranze,
entro a ceppi servili,
d’oro no, ma dorati,
merca a prezzo di vita
tesori di fortuna,
e cerca trar da servitute impero;
e se non tronca in mezzo
le sorgenti speranze
l’inesorabil forbice di Cloto,
fabricando a se stesso
mal fide scale in su l’altrui ruine,
poggia tanto che preme
già le lubriche cime
del favor sospirato,
e ’n parte oscura e bassa
ode gli emuli suoi gemer depressi,
e vede a sé d’intorno
di sforzata umiltà finti sembianti,
che la sua folle brama
nutrendo van d’ambizioso vento;
quando, l’instabil dea volgendo intorno
la non mai ferma rota,
ei da le cime al fondo
in un punto si vede esser travolto;
e quanto più poggiando in alto sorse,
tanto ha maggior del precipizio il danno.
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
Altri in superba reggia
calca sublime trono,
e mille intorno e mille
pendono da’ suoi cenni
umili servi e timidi vassalli;
il suo volere è legge,
il suo impero è destino,
tutti i disegni suoi Fortuna approva;
ma soggiace egli ancora
a la legge crudel de la natura,
ed o per tempo o tardi,
la corona deposta e ’l regio manto,
al fato cede, e de’ suoi vanti è mèta
un oscuro sepolcro,
e l’ombra sua confusa
tra l’ombre va de la più bassa plebe.
Misera sorte umana,
e che cosa è qua giù che non sia vana?
Ma se non è qua giù, tra queste valli
del basso mondo, in questo
passaggio de la vita,
cosa che non sia vana,
la saggia mente umana
tenti con altre prove
di fabricarsi altra fortuna altrove.




5




10




15




20




25




30




35




40




45




50




55




60




65




70




75




80




85




90




95




100




105




110




115




120




125




130




135




140




145




150




155




160




165




170




175




180




185




190




195




200




205




210




215




220




225




230




235




240




245




250




255




260




265


poesialirica.it - gennaio 2008 - Ideazione e realizzazione a cura di admin@poesialirica.it