Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Ciro di Pers [1599 - 1663]

Da “Poesie” [1689]
XXIX
A Iola. Racconta l’autore i viaggi fatti sopra le galere di Malta.

   Qui dove, Iola, in grembo al mar sen corre
dal mal gradito amante
fuggitiva Aretusa,
d’orme penose imprimo
il bel lido sicano,
col pensier misurando
quanto mar, quanto cielo,
quanta terra fraposta mi disgiunge
da quelle ch’io solea
chiamar de l’alma mia parti migliori,
di cui l’una sei tu, l’altra è Nicea.
E penso ch’ora a punto
l’intero suo cammin fornito ha il sole,
da ch’io lasciai partendo
costesti ameni colli, che sovente
imparano a fiorire
da quelle belle guance,
e son forse ancor caldi
de l’amoroso ardor di que’ begli occhi;
ed ho in spazio sì breve
tanti lidi trascorsi,
che de l’itaco duce
stimo men lunghi i peregrini errori.
E se d’udir t’aggrada
quel che feci pur dianzi
per le contrade eoe lungo camino
sui nostri armati pini,
che contra l’elespontico tiranno
spiegan candida croce
in purpureo vessillo,
tel narrerò; de la mia rozza musa
tu gli accenti improvisi intanto escusa.
Già mezzo avea trascorso
de la fera nemea l’adusto segno
il portator del lume,
allor che i bassi lidi
di Melita lasciando,
con cinque audaci legni
ch’hanno d’armi e d’eroi gravido il seno,
venimmo a queste arene
dove l’antica Siracusa ancora
con rinovate moli
contro il tempo contrasta;
e di qua poi rivolte
al rinascente sol l’ardite prore,
fidammo i lini al vaneggiar de l’aure,
e dopo lunghi spazi
di vastissimo mare,
mentre spuntava in ciel la quinta aurora,
sorger si vide a fronte
di Berenice il lido,
che di cinque cittadi, onde famosa
fu Pentapoli un tempo, appar primiera.
Quindi non lungi in fra i cerulei flutti
chetamente confonde
l’oblivioso Lete
i suoi tartarei umori.
Si vide poscia il loco
dov’era Arsinoe e dove
Tolomaide risorse,
dove Apollonia fu, dove Cirene;
ché de l’alte ruine
sparso da lungi ancor biancheggia il suolo.
Già fûr città superbe, or sasso a pena
v’è ch’a sasso sovrasti:
così fragili sono incontra il tempo
l’opere de’ mortali.
Non have alcun albergo
che sembri ad uso umano
quel barbaro terreno; e pur è tutto
dagli uomini abitato,
i quai non so s’io debba
infelici chiamare o pur beati,
così mal si misura
l’altrui felicità coi propri affetti.
Ma se beati fûro
quei del mondo novello
primieri abitatori,
perché non doverò chiamar beati
questi ancora, che sono
tanto a lor somiglianti?
Quello che piace lece,
quel che diletta è onesto;
re ciascun a se stesso
obbedisce e comanda,
né tien, fuor che la gregge, altri soggetti.
Quindi essi trânno il cibo,
qualor non glielo dan le scosse palme;
la clemenza de l’aria,
over l’uso più tosto,
toglie loro il bisogno
d’ingombrar con le vesti
l’esercitate membra,
ed hanno al caldo, al gelo
letto il suol, tetto il cielo.
Nessun di vano onore
rispettoso ritegno
pon mèta ai lor diletti;
nessuna avara brama
le lor menti molesta;
poiché ’l biondo metallo,
d’ogni volere espugnator possente,
solo fin de’ mortali e sola cura,
appo lor è sì vile,
che in nessun pregio, in nessun uso s’have.
Son tai gli abitatori
de la bella Cirene, ed anco appresso
di Marmarica tutta,
che tutta noi scorremmo
con le temute prore
per insino a l’Egitto,
presso ai cui verdi lidi
il Nilo, peregrin del paradiso,
stanco dai lunghi errori,
riposa in grembo a Teti,
che non come vassallo
ma come ospite suo l’onora, e pare
che turbar non ardisca
co’ salsi flutti i di lui dolci umori.
Qui nel lido si vede
la famosa cittade
cui diè l’essere e ’l nome
il Macedone invitto.
Quindi non lungi un giorno,
ne l’apparir de la novella aurora:
— Ecco, — s’udì gridare — ecco una squadra
di veleggianti abeti. —
Destossi a quelle voci
di ciascuno guerriero
e la speme e l’ardire,
e con veloce moto
spingendo i remi e dando in preda a l’aure
da l’alte antenne le più larghe vele,
s’affrettava il camino.
Già già distinta appare
di torreggianti pini
la vasta forma, e da l’eccelse poppe
scorgonsi tremolar le tracie lune;
onde certo ciascuno
che son nemici: — A l’armi, a l’armi — grida,
e di ferrato usbergo
il petto cinge, e grava
d’elmo pesante l’onorata fronte,
e la spada fedel s’acconcia al fianco,
tenendo ne la destra
apparecchiate le fulminee canne.
Ed ecco, ecco d’intorno
freme il ciel, mugge il mar, rimbomba il lido,
mentre i bronzi tonanti
con orridi fragori
replican quinci e quindi
gli spaventosi colpi.
Fugge timido il giorno,
tra densa nube ascoso,
che celando l’orror l’orrore accresce;
ne’ più riposti fondi
vanno a tuffarsi le cerulee ninfe,
e timido Nettuno
fin oltre il varco d’Elle
gli squammosi destrier fuggendo affretta.
Stringesi intanto la feroce pugna,
e de’ nostri l’ardire
ogni vantaggio de’ nemici adegua,
in guisa tal, che i dieci
cedono a’ cinque, ed hanno
ogni speme riposta
ne la vicinità del porto amico.
E già l’un d’essi in mezzo agli altri, a fronte
de la città nemica,
nostra preda rimane;
gli altri fidan lo scampo
ai lini fuggitivi.
Cresciuto il vento intanto
disperse in noi la speme
de la vittoria intera,
e la lor favorì timida fuga.
Allor quindi partendo,
le vincitrici antenne
volgemmo in ver’ Boote;
né corse il sol tre volte,
di là dov’ha per cuna aurato il Gange
fin là dove ha per tomba aurato il Tago,
ch’accostammo le prore
a quelle un tempo sì felici piagge
che de la dea più bella
furon delizia e cura.
Or soffrendo l’impero
di barbaro tiranno
sono più che ad Amor soggette a Marte;
pur mostran ne l’aspetto
placida amenità, che alletta il guardo
a rimirar colà fiorito un prato,
qua verdeggiante un bosco,
quinci un’aprica collinetta e quindi
una riposta valle,
in cui serpeggia un fiumicel lascivo,
che ’n fra smeraldi teneri confonde
i susurranti suoi fugaci argenti,
che sembran dire: — Anco qui regna Amore. —
Qui Pafo, o pur di Pafo
si vider le vestigie e d’Amatunta;
qui Curio s’additò, qui Salamina.
Drizzati poscia altrove i legni erranti,
fummo di Siria a quei beati lidi
che di sante vestigie il re del cielo
impresse già, mentre l’umane colpe
trasse seco a morir, fatto mortale.
Qui del Tabor, qui del Sion le cime,
qui del sacro Oliveto e del Carmelo
inchinai riverente, e fra me stesso
piansi di sdegno che per nostro scorno
calchi con piè profan barbara gente
quei lochi santi, e par che ciò non caglia
a quei che sovra il popolo fedele
tengon gli scettri, e poi ciascuno a gara
vuole con vano ambizioso nome
dirsi re di Sion, dove non hanno
se non chi prende i loro fasti a scherno!
Ne le fenicie piagge
dapoi vidi Sidone e vidi Tiro,
che già pescâr nel margine vicino
le pregiate conchiglie
onde il manto tingean gli antichi regi.
A le falde del Libano frondoso
Giulia Felice e Tripoli si scorse,
indi Seleucia di Pieria, ed indi
Alessandria minore
entro l’issico seno;
di dove poi prendendo
a tergo il sol nascente,
si scorse lungo la Cilizia e lungo
la Panfilia vicina;
e poi di Licia e poi di Caria i lidi
si costeggiâr. Quivi si prese un legno
degl’infidi nemici,
di ricche merci onusto;
ed altri due pur dianzi,
vinti sol dal timore,
fatti eran nostra preda.
Quinci deserto un porto,
il quale un dì n’accolse,
a la vista n’offerse
d’Alicarnasso le ruine sparte,
e de la vasta mole
onde Artemisia volle
del marito onorar le nobil ossa.
Sono i marmi più fini
troppo fragili basi
in cui si stabilisca il fasto umano:
quella superba machina, che valse
stancar cinque scarpelli
di Grecia i più famosi,
or giace sì, ch’a pena
può dirsi: — Ella fu quivi; —
ché tra l’arena e l’erba
è lo stesso sepolcro ancor sepolto.
Poscia Rodi si vide,
che già fu nostra sede; or vi s’annida
il nemico ottomano,
non so con qual maggiore
scorno, o di noi ch’a la fatale e dura
necessità cedemmo,
o pur di chi potea, di chi doveva
darci soccorso, e da sicura parte
neghittoso mirava
de’ campioni di Cristo il gran periglio,
over commosso da privati sdegni
l’arme irritava ambiziose, ingiuste,
contro quei che la fede avean comune.
S’andò poscia a Carfati, ed indi a Creta;
Creta, patria di Giove,
per ben cento città superba un tempo;
di là si venne ad Epla ed a Citera,
che Venere nascente
prima raccolse da l’ondose spume.
Malea rimase a destra
ed i tenarii lidi
si videro in passando; e Sfrangia apparse,
Corifasio e Metone
s’additaron vicini, e non lontani
i colli di Messenia, in verso il polo.
L’isola scorsa, che di Prima ha il nome,
n’accolsero le Strofade, che fûro
già nido infame de l’immonde Arpie.
Indi Zacinto, ed indi
ne’ lidi cefaleni un ampio porto;
e perché Circio irato,
tiranneggiando d’Anfitrite il regno,
tutte commosse avea l’ondose moli,
qui ci fermammo il terzo sole e ’l quarto,
sin che ’l padre Nettuno,
sbandite le tempeste e le procelle,
co ’l tridente appianò l’umide vie.
Traendo allor da l’arenoso fondo
l’àncora adunca, per gli aperti campi
de la salata Teti
trascorremmo di novo,
sin che riconoscemmo amico il suolo
ne le calabre piagge; indi passando
il periglioso varco
dove il roco latrato
s’ode di Scilla infame, e di Cariddi
s’aprono le voragini profonde,
entrammo ove a le falde di Peloro
de la bella Messana
con ampio giro si dilata il porto,
che da moli superbe intorno cinto
toglie a l’antiche meraviglie il vanto.
Corsero obedienti
e in ordin lungo s’adattâro i marmi
ai regi cenni tuoi, gran Filiberto,
de la cui stirpe al nobil scettro antico
inchinan l’Alpi le superbe fronti.
Dopo qualche dimora
di là partendo, la felice piaggia
di Trinacria si scorse,
da quella parte che del sol nascente
esposta giace al redivivo raggio.
Qui vidi Etna fumante
dal cavernoso seno
vomitar, esalar fiamme e facelle;
maraviglioso mostro in cui si scorge
l’ardor unito al gelo,
ché di mezzo a le nevi
sorgon gl’incendi, e le solfuree vampe
lambendo van le gelide pruine.
Trascorso poi de’ Catanesi il suolo
e di Megara, fummo
a questi un tempo sì felici lidi
di Siracusa, e poscia ove Pachino
frange i cerulei flutti;
e lasciatolo a tergo,
di Malta entrammo il sospirato porto,
mèta de’ lunghi e travagliosi errori.
In cotal guisa errante peregrino
cerco fuggir da l’amorose cure;
ma sotto ciel diverso
provo i medesmi influssi: ad or ad ora,
con dura rimembranza,
Nicea mi torna in mente;
e del suo nome impresso,
d’Asia e di Libia in fra i deserti lidi,
più d’un barbaro scoglio insuperbisce;
e vidi l’onda a gara
correre per baciar sì belle note.
Ma già con rauco suono
le strepitose trombe
ne invitano al partir, l’aure seconde
chiaman le vele; anch’io
men vo co’ gli altri; a Dio!




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