Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Ciro di Pers [1599 - 1663]

Poesie [1677]
199
Fileno racconsolato. Agli Accademici Disuniti di Pisa.

   Del Tagliamento in su l’amene sponde
Fileno, di Nicea sprezzato amante,
con roca voce e pallido sembiante
raccontò le sue pene ai venti, a l’onde;
e ciò ch’espresse in flebili lamenti
sommerser l’onde e dissipâro i venti.
   Ai fortunati colli il guardo vòlse,
che la ninfa gentil co ’l piede infiora,
et i sospiri sussurrando l’ôra
e i pianti l’onda mormorando accolse,
poiché esalò dal cor, sparse dai lumi
aure dolenti e lacrimosi fiumi.
   Indi proruppe: — Et è pur ver ch’io deggia
nutrir nel seno un disperato ardore,
e mai nel volto, ove trionfa Amore,
splender un raggio di pietà non veggia,
che, richiamando la smarrita spene,
renda dolci i martìr, care le pene?
   Ben mirò il mio natal maligna stella,
e dura legge mi prescrisse il Fato,
già che sempre aver deggio il cor piagato
per donna, oimè, non men crudel che bella.
Provan gl’altri in amar la gioia e ’l duolo,
ma gli affanni e i tormenti provo io solo.
   Dopo ch’ardo per te, Nicea crudele,
e queste sponde e questi colli il sanno,
altro mai che tormento, altro che affanno
non desti in premio al mio servir fedele;
sdegno e disprezzo sol fu la mercede
del puro amor, de l’incorrotta fede.
   Se con tronco sospir, languido sguardo
chiesi qualche pietà de’ miei tormenti,
se, nel pallor facondo, in muti accenti
talor ti dissi «Io mi consumo et ardo»,
e sdegnando e sprezzando armasti il viso
or di rossor cruccioso, or d’un sorriso.
   Ond’io quella pietà che tu mi nieghi
vo chiedendo a quest’onda fuggitiva,
a questa vaneggiante aura lasciva;
a le fere selvaggie io spargo i prieghi,
co’ gridi assordo gli antri orridi e cupi,
et importuno le insensate rupi.
   Et ecco a’ miei sospir sospira l’ôra,
al mio pianger il fiume il pianto scioglie;
han le fere di te men fere voglie,
son più di te pietosi i sassi ancora,
poiché a’ miei prieghi, a’ miei lamenti, ahi lasso,
Eco risponde, et Eco è pur di sasso.
   Ma tu de’ miei martìr prendi diletto,
che in me il poter di tua beltà vagheggi;
dei tuoi guardi omicidi il vanto leggi
in un cor arso, in un ferito petto,
onde le piaghe mie, gl’incendi miei
stimi di tua beltà palme e trofei.
   Tu d’esser bella forse a pien non credi
se per tua bellezza altri non more,
e non stimi in altrui vero l’ardore
se de la morte il cenere non vedi;
solo alor crederai ch’io t’ami, ahi cruda,
quando sarò fredd’ossa et ombra ignuda;
   quando più non potrò fregiar le carte
de le tue lodi, e a la futura etade
il caduco splendor di tua beltade
con l’inchiostro vital far noto in parte;
quando più non potrò nei tronchi inciso
far che s’erga il tuo nome al paradiso.
   Sei bella, è vero, et hai sì biondo il crine,
che l’oro a paragon pallido teme,
né ponno i rai di mille stelle insieme
con le tue gareggiar luci divine;
e con l’occhio e co ’l crin del sol ritraggi
ardenti i lumi e rilucenti i raggi.
   Fan parer del tuo volto i vivi fiori
scolorita la rosa e fosco il giglio;
qualor per darli il candido e ’l vermiglio
stempra ne le rugiade i suoi colori
l’alba, del novo giorno messaggiera,
de le tue guancie emulatrice altera.
   Ma questa tua beltà, se tu no ’l sai,
verrà tosto a furarti il Tempo avaro,
e se n’andrà fuggendo il biondo, il chiaro
da l’aureo crin, da’ vezzosetti rai,
e sarà de la tua guancia amorosa
languido il giglio e pallida la rosa.
   Alor non troverai chi per te versi
da la bocca i sospir, dagli occhi il pianto;
fia per te tocco d’ogni cigno il canto,
fian per te muti d’ogni cetra i versi,
e, da la curva età vinta et oppressa,
sarai grave ad altrui, grave a te stessa.
   Alor vòlti i tuoi danni in mia salute,
priva tu di vaghezza et io di doglia,
spenta in te la beltade, in me la voglia,
rughe tue diverran le mie ferute,
e del mio foco, in tutto spento al fine,
tu porterai le ceneri su ’l crine.
   Ma se mentre sei tu bella e vezzosa,
ma se mentre son io cupido ardente,
e mirando il tuo ben sarai prudente,
e mirando il mio mal sarai pietosa,
compenseren con le presenti gioie
e le future e le passate noie.
   Poi, quando gli anni avran co’ giri loro
spento in te la bellezza, in me ’l desio,
tu per me d’esser celebrata et io
godrò d’esser per te fatto canoro;
et ambo chiari entro i lodati inchiostri,
la cagione ameren de’ pregi nostri.
   Che s’un guardo volgessi in me cortese,
s’udrian più dolci risuonar gli accenti;
et, intermessi i queruli lamenti,
la tua rara beltà farei palese;
là dove, oimè, solo mi lece intanto
l’onda castalia intorbidar co ’l pianto.
   Ma tu, spietata, in me nulla non curi
fuor che i martìr, fuor che i penosi danni;
pur che durino i miei dolenti affanni
non preme a te che ’l nome tuo non duri,
pur ch’io non spenga il duol che mi tormenta
non preme a te che sia tua gloria spenta.
   E ti giova ridir, barbaro vanto!,
che per tua causa il misero Fileno
da l’arso cor, da l’impiagato seno
versa il fumo in sospiri, il sangue in pianto,
e che spiegò, con pallido languore,
nel suo volto i trofei del tuo rigore.
   Qual colpa in me condanni e ’l tuo disdegno
qual puote provocar ingiusta offesa?
Io con divoto cor, con voglia accesa
a te gli affetti, a te sacrai l’ingegno.
Se ’l lodar, se l’amar dimandi colpa,
le tue bellezze e ’l mio destino incolpa;
   se ’l mio lodar non lodi, anco non hai
cagione onde di ciò possa dolerti;
se ti par che ’l mio amor cambio non merti,
non perciò merta in premio affanni e guai;
se non senti pietà del mio tormento
non ne dovresti almen sentir contento.
   Ma godi, godi pure, e perché solo
i tuoi voti a compir la morte resta,
venga la Morte, e con la man funesta
rapisca al corpo l’alma, a l’alma il duolo;
volga a’ tuoi lumi l’odioso oggetto,
e gl’incendi d’Amor tolga al mio petto.
   Ma se non può morir chi pria la vita
non abbandona, e tu mia vita sei,
come sei, tuo mal grado, io non potrei
morir senza far pria da te partita;
e dove de’ tuoi lumi un raggio tocca,
i suoi strali la Morte indarno scocca.
   Partirò, dunque, e lascierò partendo
e questo suolo e questo ciel natio.
Felici colli, amate selve, addio,
or gli estremi da voi congedi prendo;
senza il tributo omai di questi lumi
restate in pace, o cristallini fiumi.
   Fra’ tuoi sospir confondi, aura soave,
questo de’ mei sospiri ultimo dono.
Patria, un tempo sì cara, io t’abbandono;
e sallo il ciel se mi è il lasciarti grave,
e l’anteporre a le tue piagge amene
deserti lidi e solitarie arene.
   Ma ben più grave m’è lasciar quel cielo
dove con doppia face un sol risplende,
ch’alluma ogn’alma et ogni cor accende,
sgombrando il fosco e dileguando il gelo.
E pur fia ch’io lo lasci, e lasci insieme
di mai più rivederlo anco la speme.
   Lieve saria tra le foreste ircane
fremiti udir di tigri, urli di lupi,
a l’eco degl’insoliti dirupi
insegnar a ridir querele umane,
e di Boote sotto il pigro cielo
con gli ardenti sospir temprare il gelo.
   Lieve saria tra i libici deserti
premer con nudo piede aspi e ceraste,
e per le spiagge solitarie e vaste
l’arse arene calcar co’ passi incerti,
e soffrir, dove ha ’l ciel più caldi raggi,
de l’inclemente ciel fervidi oltraggi.
   Lieve saria sovra gl’infidi abeti,
varcando di Nettun l’onda sonante,
fidar i lini a l’aura vaneggiante,
creder la vita a la bugiarda Teti,
e, ricercando sconosciuti mari,
esporsi preda a barbari corsari.
   Se al fin sperassi una sol volta almeno
quelle due rimirar luci beate,
aprir non già d’amor, ma di pietate
un fuggitivo e rapido baleno.
Ma che più tardo? Eccomi, parto, addio,
bella e cruda cagion del partir mio. —
   Sì disse, e, stabiliti i suoi pensieri
di peregrina trar vita vagante,
si propose di gir tra i flutti errante
su quei carchi d’onor pini guerrieri
ch’han ne l’insegne lor croce d’argento,
de’ barbarici lidi alto spavento.
   E, i patrii colli abbandonando, corse
liquide vie de la bell’Adria in seno,
e l’Eridano vide e ’l picciol Reno,
carco di neve l’Appenin trascorse;
al fin sospese in ripa a l’Arno il piede,
là dove è degli Alfei l’antica sede.
   Quivi stanco riposa, e ’ndarno tenta
qualche tregua impetrar da’ suoi martìri,
ch’ad or ad or, su l’ali de’ sospiri,
il cor rimanda a lei che lo tormenta;
né grave è men de la sua piaga il male,
perché lontan lasciato abbia lo strale.
   Quando da un dolce suon, ch’a lui ne viene,
diletto armonioso a’ sensi piove,
cui pari non avea sentito altrove;
ascoltan l’onde e l’aure, il fren ritiene
stupido il fiume al fuggitivo argento,
e sospende i sussurri in aria il vento.
   Et ecco in su le sponde ei scorge intanto
ch’una schiera di cigni, a l’opra unita,
da la gente volgar sta DISUNITA,
e, canape attorcendo, accoppia il canto,
e con quelli che fa strani lavori
ordisce nodi a l’alme e lacci ai cori.
   Mentr’egli ascolta armonica magia,
con lusinghe canore i sensi molce
e beve con l’orecchie un suon sì dolce,
ch’ebro di gioia i suoi martìri oblia,
e sommerge, in udendo i vaghi accenti,
in un mar di dolcezza i suoi tormenti.
   Cigni canori, il cui musico vanto
vola da l’aureo Gange a l’aureo Tago,
non sì dolce, che ’l vostro, e non sì vago
d’Ippocrene le sponde odono il canto,
dove ha il suo coro il dio del sacro alloro,
s’altrove, che su l’Arno, ha Febo il coro.
   Cigni cortesi, voi, co’ vostri accenti,
racconsolando di Fileno il duolo,
l’accoglieste nel vostro unico stuolo,
e non sdegnaste i suoi rochi lamenti;
ond’ei, d’obligo eterno a voi tenuto,
v’offre d’un puro affetto umìl tributo.

8: col > co ’l, oscillazione. 22: ohimè > oimè, oscillazione. 33: i muti > in muti. 39: vanneggiante > vaneggiante. 40: preghi > prieghi, oscillazione. 49: morir > martìr. 80: tempo > Tempo. 94: diveran > diverran. 107: chiaro > chiari. 111: queruli > i queruli. 113: ohimè > oimè, oscillazione. 124: il pianto > in pianto. 127: te > me. 128: si aggiunge il punto interrogativo a fine v. 136: metta > merta. 145: che > chi. 150: tuoi > suoi. 155: senza > senza il, si reintegra ‘il’ sulla base dell’ed. bolognese del 1667. 156: fumi > fiumi. 160: lasciarti > il lasciarti, si reintegra ‘il’ seguendo l’ed. curata da M. Rak. 169: sarai > saria. 189: dispietate > di pietate. 191: si aggiunge il punto interrogativo. 197: di argento > d’argento. 207: de’ > da’. 216: in vento > il vento. 220: accopia > accoppia. 232: l’espone o dono > le sponde odono. 238: rocchi > rochi.





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