Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Ciro di Pers [1599 - 1663]

Poesie [1677]
197
Italia calamitosa. Lamentazione.

   Chi mi toglie a me stesso?
Qual novello furor m’agita il petto?
Chi mi rapisce? Io seguo ove mi traggi,
io seguo, o divo Apollo,
o vuoi su l’erte cime
del tessalico Pindo,
o su l’aonie balze
del beato Elicona,
o lungo i puri gorghi
de l’arcado Ippocrene,
o presso ai sacri fonti
di Permesso, Aganippe, Ascra e Libetro.
Ecco la cetra a cui marito i carmi,
che, d’ogni legge sciolti,
van con libero piede
a palesar d’un cor liberi sensi.
O de l’idalie selve
temuto nume, s’io rivolgo altrove
lo stil ch’a te sacrai, che d’altro a pena
seppe mai risuonar che de’ tuoi vanti
e di colei del cui bel ciglio altero
formasti l’arco a saettarmi il petto,
tu mi perdona et ella:
le mie querule note
non parleran d’Amore.
Lungi da me, deh, lungi
così tenero affetto;
un’orrida pietà mista di sdegno
tempri le corde al mio canoro legno.
Veggo da’ fondi uscite
del torbido Acheronte
errar, crinite d’angui,
per l’italico ciel le Furie ultrici.
L’una pallida, asciutta,
l’ossa a pena ricopre
con pelle adusta, e le canine fauci
con radici satolla, et a se stessa
i morsi non perdona,
e falce orrida stringe
con cui disperde l’immatura mèsse.
L’altra, tutto stillante
di caldo sangue, il nudo ferro impugna,
e lo sdegno ha negli occhi,
gli oltraggi ne la lingua,
ne la fronte il dispregio e in man la morte.
La terza atro veneno
vomita da la gola,
ch’ovunque passa impallidisce il suolo,
e d’orrido squallor l’aere ingombra;
e di vive ceraste
scuote una sferza, ai cui tremendi fischi
sbigottisce l’ardire, et ella in tanto
con orribil trionfo
sui monti de’ cadaveri passeggia.
Perché il timor de’ numi
impari ogni mortale,
questo drapel feroce,
quasi in un’ampia scena,
negl’italici campi
fa di se stesso portentosa mostra.
Chi può con occhio asciutto
a spettacol sì fiero
rigido starsi, ha ben recinto il core
del più duro metallo, o chiude in seno
viscere adamantine.
O in quante strane guise
languir si mira il villanel digiuno,
chino in su quella terra
che mentì le promesse
e la speme ingannò de l’anno intero,
chiederle almen la tomba,
se gli negò la mensa.
Altri a le sorde porte
de l’avaro crudele
sospira indarno, e le preghiere vane
termina con la vita.
Altri, d’estrani cibi,
né pur tocchi finora
dai ferini palati, empiendo l’alvo,
per la morte fuggir la morte affretta.
Altri, mentre pur trova
chi con tarda pietade
la sospirata Cerere gli porge,
entro gli avidi morsi
lascia la vita. Altri, de l’empia Parca
scorto il fatale irreparabil colpo,
cadavero spirante
porta se stesso a la vorace tomba.
Con qual onor s’ascolta,
con qual orror si mira
da furor inuman barbara gente,
spinta al sangue, a le prede,
mischiar stragi e ruine,
e, per lieve cagione,
l’arme dovute a vendicar gli oltraggi
del fero usurpator de l’Oriente
volger contro se stessi
quei che del vero Dio vantan la legge?
Duro a veder ne’ campi,
ove già lieto il mietitor solea
di Cerere maturi
raccor i doni e l’animate biade,
mieter la Morte, et ingrassar co ’l sangue,
spaventosa cultrice,
le zolle abbandonate.
Duro a veder l’ampie città, le ville,
fatte misera preda
del vincitor ingordo; indi gli avanzi
dati a le fiamme e le delizie amene
de’ bei palagi, antico
sudor degli avi, in breve ora consunti;
e le sacre a Lieo vigne feconde
potate in strane guise
da l’indiscreto ferro,
sì che mai più non chieda
da lor, se non indarno,
o fronde il maggio o grappoli l’autunno.
Duro a veder sui geniali letti,
prima di sangue aspersi,
le caste mogli violarsi; e duro
veder l’amate figlie
immature a le nozze
fatte ludibrio e scherno,
più che diletto di sfrenate voglie,
e per ischerzo barbaro, inumano,
a pena nati i pargoletti infanti
macchiar le cune d’innocente sangue.
Ma più duro a veder ne’ sacri templi,
vano refugio ai miseri, trattarsi
i misfatti più gravi,
e la votata al cielo
sacra virginità ne’ sacri chiostri
a le celesti spose
con sacrileghi amori
rapire, e dispogliando
gli altari istessi, dagli stessi numi
non astener le scelerate destre.
Ma qual da l’altra parte
miserabil spettacolo mi tragge,
ove la peste orrenda
deserta le cittadi? A cento a cento
cadon gli egri mortali
d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni grado,
cui nulla giova l’arte
del buon vecchio di Coo,
con quante man perita
svelle radici in Ponto,
e con quanti raccoglie
ricchi sudor dagli arbori di Saba;
anzi il medico stesso
cade ne l’opra, e i proprii studi accusa,
sì che ogn’un fatto accorto
che ne l’altrui soccorso è il proprio danno,
fugge, ma spesso indarno,
ché prevenuta è dal malor la fuga.
Non v’ha nodo di fede
che con l’amico infermo
stringa l’amico e co ’l patrone il servo.
Anzi a l’estremo passo,
privo ogn’un di conforto,
non ha l’antico padre
pur un de’ figli a cui
dia gli ultimi ricordi
o che gli serri, co’ gli estremi uffici,
gli spenti lumi; e la canuta madre
cerca indarno co’ gl’occhi,
che dêe chiuder per sempre,
la sua diletta prole.
Ma si fugge, s’abborre
dal fratello il fratello,
dal figlio il genitore,
dal genitor il figlio;
e da la casta moglie
s’oblia l’ardor pudico
verso il caro marito,
parte già di se stessa.
Sol lo spavento, in vece
de’ già sì dolci affetti
di carità, d’amore,
entro le menti sbigottite alberga.
Son muti i fòri, e sono
l’officine oziose,
ogn’arte abbandonata;
la mèsse, già matura
entro i campi negletti,
l’agricoltor oblia,
e sui tralci pendenti
del dolce ismario nume
lascia invecchiare inutilmente i doni;
lascia senza custode
andar la gregge errando,
inerme preda ai fieri lupi ingordi.
Di radunar tesori
la sollecita cura
oblia l’avaro; e l’iracondo oblia
gli antichi sdegni, e degli amati lumi
non apprezza il lascivo i dolci sguardi,
rivolgendo i sospiri a miglior uso.
Per le vie già frequenti e per le piazze
già strepitose alto silenzio intorno
e strana solitudine s’ammira,
se non ch’in quanto ad or ad or si scorge
senza pompa funebre
portarsi in lunghe schiere
a seppellir gl’estinti.
Scieglie le tombe il caso, onde ciascuno
fra ceneri straniere
nel sepolcro non suo confuso giace;
ma gran parte insepolta
ingombra i campi intorno,
o di rapido fiume
si raccomanda a l’onde,
ésca al pesce, a la fera,
se i cadaveri infetti
non abborrisce ancor la fera e ’l pesce.
Né pur con una sola
lacrima s’accompagna
il folto stuol de’ miseri defonti,
poscia che lo spavento
ha ne le luci instupidito il pianto.
O già sì bella Italia e sì felice,
ah quanto, oimè, da quella
diversa sei! da quella che soleva
con dilettosa invidia
vagheggiarsi dai popoli stranieri.
D’ogni miseria colma,
spettacolo doglioso a l’altrui vista,
t’offri a mostrar ch’in terra
ogni felicità passa fugace.
Santi numi del cielo,
ch’onnipotenti e giusti
con providenza eterna
le vicende ordinate
de le cose mortali,
io non mi volgo a voi;
so ben che i nostri errori
son gravi sì, che in paragon leggiere
s’han da stimar le pene.
Ma ben mi volgo a voi, numi terreni,
a voi che de l’Europa il fren reggete,
e che dai troni eccelsi
date le leggi al popolo ch’adora
con vero culto deità non falsa;
poscia che i vostri immoderati affetti,
e quella poco giusta arte d’impero
che voi chiamar solete
ragion di stato, e gelosia di regno,
sono, a chi ’l dritto mira,
in gran parte cagion di tanti mali.
Tu che sostieni il glorioso scettro
de l’impero roman, tu che correggi
con la destra possente
la gran Germania, al cui valor sovrano
serva è Fortuna, obediente il Fato,
tu che a tanti rubelli
depor facesti il pertinace orgoglio,
tu che i santi disdegni
rivolti avevi a fulminar sugli empi,
che con rito profano
tolgon l’antico culto ai sacri altari,
perché tronchi nel mezo
un’opra sì magnanima e sì giusta?
Qual di ministro infido
consiglio interessato
ti fa stimar più degno
de l’ire tue su ’l Mincio un tuo vassallo,
che fuor che ’l regno avito,
per legge a lui dovuto e per natura,
altro non chiede? E se dimostra in questo
forse minor la riverenza in parte
che a te si deve, è tanta
però la colpa che mandar convenga
cento barbare squadre
nei campi ausonii a comperar la morte
a prezzo di ben mille
straggi, ruine, violenze e furti,
rapine, incendi, sacrilegii e stupri?
E, quel che fa più giusti
miei gridi, a seminar gli empi veneni
de l’Idra di Lutero e di Calvino,
onde s’infetti, ah no ’l permetta il cielo,
la bella Italia, ch’è maestra e madre
de la religion verace e santa.
E poi se ’l Turco infido
ti spezza la corona
degli ungarici regni in su la fronte,
e per sé ne ritien la miglior parte,
non par che te ne curi.
Incontro lui t’adira;
è colà degno campo
a tua possanza, a tua fortuna augusta.
Che tardi a vendicar gli antichi oltraggi?
Non son, non son giganti
i traci, no. San paventar la morte
anch’essi, e san, fuggendo,
a vergognose piaghe esporre il tergo.
Tu ch’a la Francia imperi,
invitto re de’ bellicosi Galli,
tu cui fin ne la culla
fanciulleschi trastulli
fûro i guerrieri arnesi,
nutrito a l’ombra de’ paterni allori,
da la cui forte destra
se piantate non son, fiorir non sanno
le marziali palme,
ben da giust’ira spinto
l’armi vittoriose
finor movesti, o se da l’empie tane
scacci il rubello, o i profanati templi
ritorni al vero culto, o se soccorri
l’amico oppresso. Ah, qui l’impeto affrena,
ma d’italici acquisti
pensa a glorie minori
del vasto animo tuo. Volgi la mente
de’ tuoi grand’avi a le famose imprese;
essi per simil opre
non salîr de la gloria a l’erte cime,
ma perché su l’Oronte e su ’l Giordano
trofei piantâro gloriosi e santi,
e di palme idumee cinser le chiome.
Là t’invitan gli essempi.
Ti chiaman là quei gloriosi spirti
che nutri in sen, di nobil fama ingordi.
Non sa sperar altronde,
che dal franco valor, giusta vendetta
da tanti oltraggi e tanti
la sacra tomba. A servitù profana
tolta due volte l’ha gallico ardire;
or serba a la tua fronte il terzo alloro.
Vanne, e ’n quel sacro marmo
con la tua spada intaglia
il titolo di Giusto,
se poscia vuoi che si registri in cielo.
Tu, gran monarca ispano,
che di cento corone
gravi la fronte, al cui possente scettro
più d’un mondo s’inchina,
che se dal ciel scendesse
teco a partir l’impero
de la mole terrena il sommo Giove,
più da lasciar che da pigliar avresti;
tu che quando il Sol nasce e quando more
a lui presti la cuna, a lui la tomba;
a che dar loco a così bassa cura,
fra i tuoi vasti pensieri,
di creder che t’importi
ch’un più ch’un altro regga
ne’ lombardi confin poche castella,
sì che tutti i tuoi fulmini apparecchi
contro il signor di Manto,
cui tu dovresti a pena
degnar de’ tuoi magnanimi disdegni?
Almen, se non ti preme
che ’l Belga ribellante
schernisca già tant’anni
le tue giust’ire, a l’Africa ti volgi.
Ella ti siede a fronte
per lungo tratto, e teco
antichi odi professa, e spesso ardisce
mandar pochi corsari
a depredar de’ regni tuoi le sponde.
Se colà volgi l’armi,
ne la terra e nel cielo
i tuoi guerrieri allori
germoglieran frutti di gloria eterni.
Tu, veneto Leon, tu che raffreni
con giusto impero i flutti
d’Adria, tu che, fuggendo
de le spade barbariche gli oltraggi,
con pacifiche leggi
sovra l’onde incostanti
stabil sede fondasti a regno eterno,
ov’han fido ricovro i grandi avanzi
de la famosa libertà latina,
deponi omai, deponi
l’antiche gelosie. Forse non hanno
i possenti vicini
tanto le voglie ingorde
d’aggrandir co’ tuoi danni; e se pur l’hanno,
il ciel, che ha di te cura,
renderà vani i loro ingiusti sforzi.
Mentre esser puoi de le tragedie altrui
spettator, non ti caglia
entrar in scena a recitar la parte;
riserba i tuoi tesori a miglior uso,
fin che tramonti l’ottomana luna,
che dal sublime punto
le rintuzzate corna
omai piega declive in ver’ l’occaso;
allor ne’ greci regni
offriransi al tuo crin ben cento allori.
In tanto, già che brama
teco l’aquila augusta
stringer nodo di pace,
tu ’l dêi gradir, ché forse
vuol ragion che congionta
sia co ’l re de le terre
la regina del popolo volante.
Tu, regnator de l’Alpi,
che quinci stendi ne l’Italia e quindi
l’antico scettro ne la Francia, ah tanto
non t’alletti la pompa
de’ paterni trofei, che non raffreni
gli spiriti magnanimi e feroci
ch’altro apprezzar non sanno
che bellicose palme.
Deh lascia che riposi,
dopo tanti travagli,
a l’ombra sospirata
di pacifiche olive
il tuo popol divoto,
fin che più nobil tromba
a ricalcar ti chiami
l’orme de’ tuoi grand’avi in oriente.
Ma tu, del Vatican pastor sublime,
padre comun, che premi il trono santo,
che più d’ogni altro in terra al ciel s’appressa,
so ben ch’ogni tua cura
rivolgi a l’util nostro;
so ben che i tuoi pensieri
altro oggetto non hanno
che ’l servigio di lui, che tra’ mortali
in sua vece t’ha posto;
e so che l’api tue,
per fabricar favi di pace in terra,
favi di gloria in cielo,
entro i prati fioriti
de le possanze umane
cercan diversi fiori,
né volan solo a’ gigli,
com’altri pensa. Così il cielo ascolti
i tanti voti tuoi, sì che tu scorga
la tua diletta greggia,
sommerso in Lete ogni privato sdegno,
passar con voglie unite
ne l’Asia a racquistar gli antichi ovili,
e l’abbattuta croce
a raddrizzar su ’l Tauro e su ’l Carmelo.
Arresta, o cetra, i carmi;
troppo lungo è ’l mio canto; io qui t’appendo
non, come pria, d’un verde mirto ai rami,
ma d’un secco cipresso;
per non toccarti, fin che non si mostri
il cielo udir placato i voti nostri.

1: si aggiunge il punto interrogativo. 12: dei > di. 29: cordi > corde. 45: dispreggio > dispregio. 55: timon > timor. 58: quali > quasi. 73: sordi > sorde. 77: de’ strani > d’estrani. 98: si aggiunge il punto interrogativo. 106: l’empie > l’ampie. 111: dagli > degli. 113: portate > potate. 127: vene > cune. 155: pervenuta > prevenuta. 156: modo > nodo. 162: per > pur. 166: i danni > indarno. 169: ‘s’abborre’, oscillazione. 170: si reintegra il v. secondo l’ed. a cura di M. Rak. 181: fiori > fòri. 205: seppelir > seppellir. 215: abborisce > abborisce. 216: Ma > , si accoglie la lezione di M. Rak. 222: ohimè > oimè, oscillazione. 245: poca > poco. 269: si > se. 271: a > è. 277: si aggiunge il punto interrogativo. 308: de > da. 309: tempi > templi, oscillazione. 311: l’impero > l’impeto. 321: t’invian > t’invitan, si accoglie la lezione bolognese del 1667. 340: morte > mole, si accoglie la lezione bolognese del 1667. 352: si aggiunge il punto interrogativo. 367: putti > flutti. 406: si rimuove il punto interrogativo. 408: doppo > dopo, oscillazione. 432: in tanti > i tanti.





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