Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Ciro di Pers [1599 - 1663]

Poesie [1677]
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Risposta alla canzone del signor conte Carlo de’ Dottori sopra la cometa.

   Fa di non steril ciel novella prole,
con pace di Stagira,
lucido invito a’ curiosi sguardi,
e de l’assirie scole
sono i seguaci a promulgar non tardi
ch’arda il destin di non placabil ira;
quindi geme e sospira
credula turba in su ’l timor del male,
che i vani sogni altrui chiaman fatale.
   S’egli è pur ver che i non successi eventi
di ciò ch’oprare intende
scriva nel cielo il gran motor sovrano,
son quanti più lucenti,
tanto più oscuri a l’intelletto umano
que’ caratteri d’or, ch’ei mal comprende.
Non di qua giù s’apprende,
ne’ terrestri confin, la lingua ignota
di region sì strana e sì remota.
   Ben altre volte per l’eteree strade,
con orrida vaghezza,
scintillâr nove e sconosciute faci,
e pur nemiche spade
non fêr oltraggi, e non le Parche audaci
troncâro stami di regal chiarezza;
d’insolita scarsezza
non s’incolpâr le zolle, e troppo carca
del vado acheronteo non fu la barca.
   Con più frequente man tratta la Morte
talor l’armi funeste,
e pieni i solchi son d’ariste vòte.
Ingiurioso e forte
Marte i regni sconvolge, a l’ombre ignote
di Stige van le coronate teste,
e pur l’ira celeste
pria non appar co’ minacciosi lampi
di nova stella entro ai sublimi campi.
   Da la sferza divina il colpo scende
pria ch’il fischio si senta,
e le sciagure arman di feltro il piede;
in mano a Giove accende
l’infocate saette, ond’ei ne fiede
l’umana voglia, al mal oprar non lenta.
Qualor fulmini avventa,
son di par mal difese e mal sicure
le reggie illustri e le capanne oscure.
   S’abbatte irato ciel la quercia annosa,
sotto l’alte ruine
cade oppresso a l’intorno ogni virgulto;
pastor di valle ombrosa
restar non pensi in sua bassezza occulto,
s’arma vindice stral l’ire divine:
svelte le balze alpine
oltraggio fan co ’l ruinoso pondo
da l’alte cime al più riposto fondo.
   Carlo, a fuggir da’ minacciati danni
ricovro vil si stimi
di Fortuna volgar bassezza oscura;
con generosi vanni,
dove altezza più grande è più sicura,
per non usate vie poggiam sublimi;
di là proveri ed imi
ne sembraran de’ gran monarchi i troni,
ed avrem sotto ai piè tempeste e tuoni.
   Colà non cureransi i ciechi oltraggi
di Fortuna fallace,
che su l’alme servili ha tanto impero;
i portentosi raggi
d’astro novel non desteran pensiero
che in voi turbi del cor l’interna pace.
Colà d’ombra mendace
non si mostra dipinto il male e il bene,
a recar van timore e vana spene.
   Ma dal folgor che ’n ciel pur dianzi apparse,
scenda raggio o baleno
ne l’alma, e ’l fosco a’ miei pensier diradi.
Se per l’alto si sparse
crin di cometa, a le trascorse etadi
fu detto massa di vapor terreno;
che, curiosi meno,
o men sani, gli antichi errâr non poco
in osservar la quantitade e ’l loco.
   Non a’ tempi moderni il ver s’asconde
più ch’a l’etadi andate;
anzi abbiam da tracciarlo oggi nov’arti.
Noi conosciam feconde
e produtrici di novelli parti
(taccia il Liceo) le region stellate;
quelle piagge beate,
d’ignoto aprile ai tepidi favori,
san pullular non più veduti fiori.
   Ma la vaghezza lor, tosto sparita,
non lascia che si fermi
in essi a pena a contemplarla il ciglio.
Poche notti ha di vita
generato dal cielo un vasto figlio,
né sa trovar contra la Morte schermi;
e noi, minuti vermi,
e di putrido fango in terra nati,
di vita breve accuseremo i fati?

23: Parchi > Parche. 28: morte > Morte. 46: S’abbate > S’abbatte; querzia > quercia. 48: cadde > cade; opresso > oppresso. 55: fuggir > a fuggir, si accoglie la lezione del 1666. 57: fortuna > Fortuna. 65: fortuna > Fortuna. 84: abiam > abbiam. 86: i > di; ‘parti’: reintegrato secondo la lezione del 1666. 94: Poiché > Poche, si accoglie la lezione del 1666. 99: accusaremo > accuseremo.





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