Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Ciro di Pers [1599 - 1663]

Poesie [1677]
127
Italia avvilita. A monsignor Gherardo Saraceni.

   O di possente impero inclita sede,
Italia, un tempo e gloriosa e forte,
qual con dure vicende abietta sorte
servil catena or ti consente al piede?
   Per opra già del tuo valor guerriero
cadde lacera al suol l’alta Cartago,
e con l’arene tributarie il Tago
i margini indorò del Tebro altero.
   Portò l’Eufrate ad Anfitrite in seno
di pianto prigionier torbide l’onde,
e mormorò tra soggiogate sponde
de’ latini trionfi il vinto Reno.
   E s’abbattuto ogn’altro incontro ostile
ai propri danni i tuoi furori armasti,
fûro i tuoi vizi e generosi e vasti,
e la tua sceleraggine non vile;
   ché due mal atti a sopportarsi pari,
e men disposti a rimaner secondi,
l’empia discordia de’ tartarei fondi
trassero a funestar le terre e i mari.
   Fervidi fûr d’ambizioso sdegno
gli emazii campi, del cognato sangue
rigârsi l’aste, e de la patria esangue
su le ruine fabricossi il regno.
   Se ’l vinto o ’l vincitor con più ragione
degli arnesi guerrier vestisse il pondo,
fu tra doppia sentenza ambiguo il mondo,
giudici quinci i dèi, quindi Catone.
   Ah, che più di magnanimo e di grande
nulla ritieni, effeminata e molle;
gli olivi, ond’altri il crin cerchiar ti volle,
furon legami, e ti parean ghirlande.
   Quindi, fra gli ozi d’una ingrata pace
comprata a prezzo d’un umil servaggio,
obliato il valor, spento il coraggio,
di barbaro voler fusti seguace.
   Ed or se i sonni tuoi rompa tal volta
tromba di Marte, impallidisci e tremi,
e, neghittosa fra i perigli estremi,
agl’altrui scettri ogni tua speme hai vòlta.
   E s’alcun figlio tuo d’ardir s’accinge,
per l’altrui signoria solo contende,
e sol la propria servitù difende.
Gettisi il brando che sì mal si stringe.
   Sotto altro nome e da diversa parte
s’avvien che torni un Annibal novello,
dove un Fabio sarà? dove un Marcello?
e dove un Scipion, fólgor di Marte?
   Minacci ampia vorago ampie ruine,
e ciò che più s’apprezza avida attenda;
Curzio s’arresti, e ’n vece sua vi scenda
sparso di molle odor Batillo o Frine.
   Erri la destra, e gastigar la voglia
Muzio moderno; avralla forse il foco?
Anzi né pure il sol vedralla un poco,
se non coperta d’odorata spoglia.
   S’opponga il Tebro tumido e sonante
a Clelia, e rivedrem l’esempio antico:
non già se d’uopo fia tôrsi al nemico,
ma ben se d’uopo fia darsi a l’amante.
   Infra i duri novali esercitata,
di Cincinnato la virtù robusta
più non si pregia; alma di vizi onusta
torpe fra i lussi e detta vien beata.
   Di Curio e di Fabrizio oggi s’onora
l’altera povertà con poca laude;
sol ricchezza s’ammira, e ’l volgo applaude
al tradimento ancor, s’altri l’indora.
   Oggi chi pregio vuol d’alma gentile
spieghi fra i lussi altere pompe; a lui
Dedalo sudi in far palagi, in cui
non vi sia del padron cosa più vile.
   Qui così terso il pavimento splenda,
che ’l piede di calcarlo abbia rispetto,
e l’oro qui, sotto il superbo tetto,
d’un pallido fulgor le travi accenda.
   Veggansi qui da le pareti illustri
di serico lavor drappi pendenti,
ove su l’ostro co’ filati argenti
scherzin degli aghi le veglie industri.
   La mendace di Rodi arte vetusta
qui con mute bugie schernisca il vero,
e sia vil prezzo un patrimonio intero
de l’ombre vane d’una tela angusta.
   S’ornin le mense, e Bacco in tazze aurate
sposi l’alpino gel; turba di cuochi
sudi ad un sol palato, e in vari fuochi
stridan l’esche in più d’un clima nate.
   Aliti nabatei bevan le piume
da la pigrizia acconcie, ove gl’impetre
i tardi sonni un molle suon di cetre,
né per lui splenda il mattutino lume.
   Sorga, e ad uso del crin grande apparecchio
trovi apprestato, e qual novella sposa
l’unga, il terga, il gastighi, e senza posa
il pettine e la man stanchi e lo specchio.
   Prenda il vestito, e sia di foggia strana,
marchio di servitù; gentil lavoro
gl’indori il lembo, e, serpeggiata d’oro,
cinga la spada inutil pompa e vana.
   Greggia di servi a solo fasto eletti,
pari al vestir di ricchi fregi adorno,
arresti il passo al di lui carro intorno,
qual volta avvien ch’ei fastidisca i tetti.
   Quindi prenda ad ambir titoli vani,
quindi a mercar con simulati ardori
agli altrui letti ingiuriosi amori,
quindi a sfamar mille appetiti insani.
   Ma se anco fia che bellicose lodi
fra duri studi d’usurpar sia vago,
moderi il freno ad un destrier del Tago,
e lo spinga e ’l raggiri in vari modi.
   Su questo, e di gran piume e di grand’ori
superbo, stringa in piazza asta dorata,
trastullo al volgo, e la sua bella amata
plaudendo esalti i non sanguigni orrori.
   Tali sono, ed è vero, oggi quei ch’hanno
fra noi più pregio, ond’a ragion mi sdegno.
Deh, turbi omai questo vil ozio indegno
straniero Marte, e sia beato il danno.
   Gherardo, a te, cui de l’aonio monte
cede i musici imperi il biondo dio,
miei carmi aspersi di quel fele invio
ond’amaro ha talor Permesso il fonte;
   acciò tu di gran corde armi la lira,
da trarne forti e generosi accenti,
atti a destar ne l’avilite genti
nobil vergogna e vie più nobil ira.

[Argomento]: l’ed. del 1666 ha ‘Saracini’. 1: fede > sede. 4: si aggiunge il punto interrogativo a fine v. 6: Catago > Cartago. 25: o > o ’l. 28: ‘i dèi’, così nel testo. 45: la > da. 58: ‘l’esempio’, in oscillazione con ‘esempli’ al v. 67 della canzone 126. 73: splende > splenda. 76: accende > accenda. 80: ‘veglie’, la lezione del 1666 ha ‘vigilie’. 83: prego > prezzo, così come porta l’ed. del 1666. 85: aurato > aurate. 92: ‘mattutino’, in oscillazione con ‘mattutini’ al v. 121 della canzone 115. 109: sia > fia. 123: asperse > aspersi. 126: trane > trarne.





5




10




15




20




25




30




35




40




45




50




55




60




65




70




75




80




85




90




95




100




105




110




115




120




125



poesialirica.it - gennaio 2008 - Ideazione e realizzazione a cura di admin@poesialirica.it