Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Ciro di Pers [1599 - 1663]

Poesie [1677]
126
Al signor Giorgio Contarini, luogotenente.

   Questo è ’l secol di ferro, e quest’è ’l regno
di Giove no, ma del sanguigno Marte,
destar fra l’armi il bellicoso sdegno
s’odon trombe guerriere in ogni parte.
   Drizza il furor, cui nessun dritto piace,
le falci in spade su l’inique incudi,
e, fastiditi omai gli usi di pace,
vanno gli aratri a dilatarsi in scudi.
   In elevar trincee suda il bifolco,
non in fidare al suolo o semi o piante,
non s’affatica il bue su ’l noto solco,
ma geme in strascinar bronzo tonante.
   Altri di Marte agl’onorati mali
tratto a forza sen va da dura legge,
altri ad esercitar sdegni venali
contra i non suoi nemici andar s’elegge.
   Lo splendor de l’acciar, co’ fieri lampi,
quinci invaghisce e quindi abbaglia i cori,
restan vedovi i letti, inculti i campi,
l’officine oziose e muti i fori.
   Ferve di sangue insaziabil brama
ne le disumanate umane menti,
le cento bocche omai stanca la Fama
in narrar città prese, estinte genti.
   Scorgo, in mirar l’eoo, ch’a l’ombra densa
di mille antenne il grand’Eusino imbruna,
mentre apportar guerriera ecclissi pensa
al persiano sol la tracia luna.
   Se mi volgo a l’occaso, ecco che bolle
di guerra il franco minaccioso e fero,
e, di sangue civil fatte satolle,
manda le spade a ber sangue straniero.
   Se in ver’ settentrion drizzo lo sguardo,
veggo l’ira avvampar l’Orse gelate,
e ’l freddo Arturo omai non esser tardo
in folgorar tra le falangi armate.
   Del Danubio il german l’onde e del Reno
di sveco sangue rosseggianti beve,
ardono antichi sdegni al ghiaccio in seno,
fuman rivi vermigli in su la neve.
   S’al fin verso il meriggio il ciglio fermo,
de’ lombardi nel pian scena funesta
scorgo aprir da Bellona; oltraggio e scherno,
di par nocente, e Senna e Tago appresta.
   O qual vegg’io giù per le balze alpine
scender torrente in ver’ l’Insubria vòlto,
perché sotto l’italiche ruine
il barbaro furor resti sepolto.
   Solo il veneto lido oggi si mira
d’olive verdeggiar liete e sicure.
Qui con arco pacifico la lira
lece ferir fra l’oziose cure.
   Qui d’un ruscel fugace in su le rive,
fra l’erbe, che del sol rispetta il raggio,
lece scherzar con le pierie dive,
senza timor di militare oltraggio.
   O de l’Adria beata incliti eroi,
il cui senno di Marte ogn’ira molce,
i miei musici strali io drizzo a voi,
che prodotto m’avete ozio sì dolce.
   E te, fra gli altri, i’ vuo’ sceglier primiero
segno a l’armi pimplee, gran Contareno,
che de la patria mia con giusto impero
soavemente hai moderato il freno.
   Tu di gran sangue alto natale avesti,
cui mirò il ciel co’ più benigni lumi;
fra gli esempli domestici ci apprendesti
magnanimo valor, regii costumi.
   Su fogli antichi impallidisti, e l’arti
greche imparasti, onde l’uom dotto fassi;
poi, nuovo Ulisse, a più remote parti,
per prudenza mercar, volgesti i passi.
   Al fin del Tagliamento in su le sponde
di sì bei semi maturò la mèsse;
ben par che dican, mormorando, l’onde:
più gloriosa man mai non ne resse.
   Or vanne al patrio albergo, ivi t’adopra
sugli alti seggi in custodir la pace;
a pro comun spendi il consiglio e l’opra,
insegna al vile ardir, tema a l’audace.
   Sottentra al peso de’ più grandi affari,
che sostegno migliore aver non ponno;
altri dal moto tuo quiete impari,
la tua vigilia n’assicuri il sonno.
   Ma s’anco fia che fero orgoglio insano
l’armata pace d’irritar presuma,
al ferro non avrai lenta la mano,
che sai mostrarti, in un, Quirino e Numa.
   Qual suol fra l’armi fulminar vendetta
Contareno valor Liguria il dice,
che fu nel mezo a le vittorie astretta
provar del grande Andrea la destra ultrice.

6: l’iniqui > l’inique. 8: dilattarsi > dilatarsi. 20: osciose > oziose, unica oscillazione. 23: la > le. 73: tagliamento > Tagliamento.





5




10




15




20




25




30




35




40




45




50




55




60




65




70




75




80




85




90


poesialirica.it - gennaio 2008 - Ideazione e realizzazione a cura di admin@poesialirica.it