Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Ciro di Pers [1599 - 1663]

Poesie [1677]
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Per le nozze de’ signori Federigo e Massimilla ambi de’ signori di Colloreto.

   Quella lite ch’ardea,
se non mente Elicona,
tra ’l figlio di Latona
e quel di Citerea,
mentre ciascun volea
portar vanto primiero
di valoroso arciero,
   ancor vive, ancor dura;
emoli ancor tra loro,
chi ’l mirto e chi l’alloro
di celebrar procura,
e, ministro d’arsura,
l’un e l’altro contende
chi maggior caldo accende.
   Il gran signor di Delo
vibra raggi di foco
dal più sublime loco
de la reggia del cielo,
né con opaco velo
di fraporsi importuna
ardisce nube alcuna.
   E per far più cocente
l’ardor di sua facella
gira in un con la stella
di Procione ardente;
cade ogni fior languente,
accusando gl’oltraggi
de’ troppo caldi raggi.
   Ecco d’intorno il suolo,
tutto di sete ardendo,
va cento bocche aprendo
per chieder acque al polo;
né di spiegar il volo
alcun aura presume,
per non arder le piume.
   A più nobili oggetti
Amor da l’altra parte
le sue fiamme comparte,
ardendo umani petti;
non v’ha gelati affetti,
tanto d’incendio schivi,
dov’egli non arrivi.
   E perché men rubelle
sian l’alme a’ vivi ardori,
ond’egli infiamma i cori,
si congiunge a due stelle,
ch’incendiose e belle
ne la fronte tranquilla
splendon di Massimilla.
   O quanti incendi, o quanti
dagl’influssi beati
di quei lumi adorati
piovono ai cori amanti.
Se co’ sospir, co’ pianti
non si tempra l’ardore,
divien cenere il core.
   O qual fervida vampa
l’interne parti assale!
Quai d’arsura fatale
alti vestigi stampa!
Ma più ch’altrove avvampa
il dolce ardor pudico
nel sen di Federico.
   Ma ben arder felice
tu sol fra gli altri puoi,
che i cari incendi tuoi
dolce temprar ti lice.
Amorosa Fenice,
in sì bel rogo ardendo
rinascerai morendo.
   Deh, perché più defrodi
de’ tuoi piacer te stesso?
Il ben che t’è concesso
godi omai lieto, godi;
con cento e cento nodi
d’animate catene
stringi, stringi il tuo bene.
   Non sospenda dimora
la battaglia amorosa,
non passi neghittosa,
senza diletti, un’ora.
Ah, che non si ristora
il tempo che si perde
di nostra età su ’l verde.
   Ben cadendo sen vanno
le rose illanguidite,
ma ritornan fiorite
al rinovar de l’anno.
Non si ripara il danno
del fior di nostra etade
quando una volta cade.
   Ecco Imeneo che scende,
cinto di persa il crine,
e la face di spine
ne le tue fiamme accende.
Febo nel mar discende,
e ’l campo ad Amor cede,
poiché vinto si vede.
   Che badi? Eccoti a fronte
la tua nemica altera,
che ’n un placida e fera
vuol provocarti a l’onte.
Se non hai l’ire pronte,
dirò che non hai core
per gli arringhi d’Amore.
   Ecco che già t’invita
con repulsa che prega,
mentre, chiedendo, nega
timidamente ardita.
Or con dolce ferita
puoi far dolce vendetta
del cor, ch’ella saetta.
   Ristora i tuoi martìri
con molli baci e spessi;
e fian molti gli amplessi
se fûr molti i sospiri.
Tutto quel bel che miri
è a le tue voglie esposto,
godi pur, godi tosto.
   O quanti invidiosi
sospireran lontani,
con stolti affetti e vani,
al tuo gioir dogliosi.
Ma tu sdegna i riposi;
non vuol pigro campione
l’amorosa tenzone.
   Ma rida in noi la speme,
mentre l’invidia langue,
poiché sì nobil sangue
si ricongiunge insieme;
da questo altero seme
novelle glorie lieto
aspetta Colloreto.
   Ma troppo hai tu garrito,
ora taci, Musa, taci;
fra strepitar di baci
non è tuo carme udito.
Sia ’l silenzio gradito,
ch’altro han che far gli amanti
che dar orecchio a’ canti.

[Argomento]: Massimilia > Massimilla, vedi al v. 49. 14: che > chi. 17: del > dal. 29: al > il. 44: l’almi > l’alme. 125: vol > vuol; così come ha l’ed. del 1666. 138: Fra > sia; così come ha l’ed. del 1666.





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