Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Girolamo Fontanella [1612ca - 1643/4]

Da “Elegie” [1645]
XXXIV
[La morte di Marianna.]

   Poiché in cima riposto al regio onore,
quando Erode credea perdere il regno,
vide l’imperio suo crescer maggiore,
   pensando aver col temerario ingegno
vinto l’insuperabile destino,
più non temea del ciel castigo o sdegno.
   Vedeasi tributario il palestino,
innanzi ai piedi suoi servo il giudeo,
e vòlto a suo favor l’eroe latino.
   Vedea de’ suoi nemici aver trofeo,
di sue fatiche inaspettati onori,
e di nuovo seder nel trono ebreo.
   Un dì, tornando a’ suoi lascivi amori,
condur si fe’ la sua real consorte,
che per abiti aveva porpore ed ori.
   Egli volea che di sua lieta sorte
godesse ancor la peregrina sposa,
gioisse ancor l’ambiziosa corte.
   Ma turbata la vide e in sé sdegnosa,
né a lui, siccome pria, lieta in aspetto,
venne a far di beltà pompa amorosa.
   Ei, che nutre per lei sì caldo affetto,
che sfavilla in amor, ch’anela ardente,
de l’insolita vista ha dubbio il petto.
   — Qual cosa, anima mia, fia sì possente
a turbarti, — le dice — or ch’io ritorno
d’allegrezza e di gioia ebro e ridente?
   Devi tu, mentre ognun m’applaude intorno,
più d’ogni altra goder lieta e festante,
e in diamante segnar sì fausto giorno.
   Come, o sposa diletta, allegra avante
non mi fai di tue braccia oggi catena,
nel tuo sen non m’accogli avida amante?
   Lasso, ogni mio gioir converti in pena,
mentre in sì bella eclissi oggi m’ascondi
vista sì dolce candida e serena.
   Chi turbò, cor mio, ben mio? rispondi!
Farò, farò che ’l temerario mora,
che fu cagion de’ tuoi dolor profondi.
   Oh Dio, che cosa è quel che il cor t’accora?
di’ pur, comanda pur; quanto richiedi
eseguirò, per compiacerti, or ora.
   Non solo io vo’ che ’l regno mio possiedi,
ma il dominio del cor siati concesso;
sia tuo quanto in Giudea scopri e rivedi.
   Comanda pur, ch’obedirotti appresso;
in servo umil mi cangerò da sposo,
farò del tuo voler legge a me stesso.
   È tempo ormai ch’io prenda almen riposo
ne le tue braccia, ove tu puoi bearmi,
queste piume premendo ebro e gioioso.
   Ma s’a guerra d’amor godi sfidarmi,
placa le luci tue spietate e crude,
e poi, bella nemica, accingi l’armi.
   Prima ch’a la battaglia io serva e sude,
sia questo letto l’odorato campo,
l’armi di tua beltà mostrami ignude.
   Fonte de’ miei piacer, spegni il mio lampo,
sazia la sete mia, poich’in amore
tutto anelo, sfavillo, ardo ed avampo.
   Incatenami il collo, e a tanto ardore
giungi meco anelando, avvinto e stretto,
seno a sen, labbro a labbro e core a core. —
   Ma per frenar l’irregolato affetto
del lascivo suo re, l’ebrea reina
mostrò nel volto aver sdegno e dispetto.
   — Troppo la tua ragion s’abbassa e inchina
a dar licenzioso ai sensi il freno,
troppo dal dritto amor torce e declina.
   Spegni — dice — il bollor ch’accogli in seno;
come i popoli tuoi reggendo vai,
sì le sfrenate voglie accogli a freno.
   Moderi altrui, né te corregger sai;
le città signoreggi, ed or sì folle
da’ sensi tuoi signoreggiar ti fai?
   Gran vergogna è d’un re se in ozio molle,
a lascivie ed a lussi in preda dato,
non dà freno al furor ch’al cor li bolle.
   Tu, che eserciti indomiti hai domato,
d’un lascivo desio resti abbattuto,
d’un fugace pensier resti espugnato? —
   A tal dir resta il re tacito e muto,
qual veltro che famelico talvolta
sol per ésca cercar resta battuto.
   Ei vergognoso altrove i passi volta,
e la sete del cor soffrendo ardente,
l’onda ch’in van bramò vedesi tolta.
   Da la mensa ritorna il dì seguente;
di dolcezza e di vin ebro e fumante,
di lussuria avampar maggior si sente.
   Verso il caro suo ben corre anelante,
ma, scacciato di nuovo, egli s’accorge
di nemica beltà trovarsi amante.
   A la repulsa infuriato ei sorge
dal letto marital rapido e presto,
quando in premio d’amor tant’odio scorge.
   La cagione saper brama di questo;
ond’ella irata al fin con questi accenti
fece noto il suo cor turbato e mesto:
   — Vuoi, traditor, ch’al tuo voler consenti
e chiami te, che ne l’amarmi infingi
e bugiardo nel dir falseggi e menti?
   So come le tue frodi ombri e dipingi
di falsità; come, amator fallace,
l’infida lingua a lusingarmi spingi.
   Se questa (qual si sia) beltà ti piace,
e s’io ti serbo fé costante e forte,
come, o crudel, ch’io viva oggi ti spiace?
   Se mi leghi in amor dolce consorte,
come per atterrar l’egra mia vita
nodo in me trami poi d’occulta morte?
   Non hai tu con Soemo insidia ordita,
che da lui resti uccisa? Empio mio fato,
misera me, sì a torto oggi tradita!
   Questo è l’amor che tu mi porti, ingrato?
questa dunque è la fé? Va’, ch’io non credo
a parole di re crudo e spietato.
   Ahi, de le frodi tue tardi m’avvedo;
altro porti nel petto, altro hai nel viso,
e mentito è l’amor ch’in te già vedo.
   Non ti bastò d’avermi il padre ucciso,
soffogato il german, l’imperio tolto,
ed il trono usurparti e starvi assiso?
   E ancor contro di me, perfido e stolto
incrudelirti vuoi, donna innocente,
che quel ch’asconde al cor, mostra nel volto. —
   A tal parlar, tutto di rabbia ardente,
uscito fuor di sé, grida il tiranno:
— Tanto ardisci tu dir, donna insolente?
   T’ho scoperta infedel, non più m’inganno,
e la fé, che macchiata io non vedea,
m’apre i lumi a veder l’occulto inganno.
   Tal secreto scoprir chi mai potea,
se non un che ti gode, ama ed adora,
ed abbraccia nel sen femina rea?
   Fra tormenti farò ch’esposto or ora
di tua camera sia l’empio custode,
e l’adultero tuo pur seco mora.
   Sì, sì, scoperto ho ben l’iniqua frode;
folle chi più si fida in donna errante,
ed a la sua beltà dà vanto e lode! —
   Da lei parte nemico ov’era amante,
nel parlar, nel trattar fiero e sdegnoso,
di furor, di dolor caldo e fumante.
   Va nel trono a seder ricco e pomposo,
e del passato e ricevuto scorno
non può coi suoi pensier trovar riposo.
   Di fulgido diadema il crine adorno,
fra cento squadre di guerrieri e cento
eroi togati signoreggia intorno.
   Sotto un gran ciel di luminoso argento,
calcando sotto il piè porpore ed ori,
con alta maestà porta spavento.
   Con un sol sguardo sbigottisce i cori,
e col piè tempestando il regio soglio
sveglia e desta del cor l’ire e i furori.
   Poi, sbuffando in parlar l’ira e l’orgoglio,
con un tuono di voce alto e spietato
fa palese il furor, noto l’orgoglio.
   — Or prendete Soemo — ei grida irato —
e innanzi agli occhi miei vo’ che l’infido,
pena debita a lui, resti svenato. —
   A pena di sua bocca esce tal grido,
ch’eseguito riman; scusa non giova
a Soemo apportar d’amico fido.
   Ciascun rabbino il suo parere approva;
muor l’infelice, e funestando il piano
l’ira del suo signor rigido prova.
   Non s’acqueta perciò l’empio e inumano,
ma nel furor più bolle, e intorno gode
bruttar la reggia sua di sangue umano.
   Ma chi può dir la scelerata frode,
ch’incontro Marianna empia cognata
ordendo va col dispietato Erode?
   Miser chi di tal gente empia e mal nata,
senz’amor, senza fede, oggi si fida,
che palese t’accoglie, odia celata!
   Accusa l’innocente e afferma infida
come per dar la morte al regio sposo,
procurasse costei tòsco omicida.
   Fede le presta il barbaro sdegnoso,
da la furia acciecato e, dentro il petto,
da gelosia, senza trovar riposo.
   Chiama il senato a dar sentenze eletto;
vuol che la moglie si condanni a morte,
qual donna rea nel suo reale aspetto.
   Ecco in presenza di sua regia corte,
senza temer del tribunal giudeo,
furiosa compar l’alma consorte.
   Comincia: — Or chi di voi, giudice reo,
condannar temerario or mi presume,
per compiacer sì fier tiranno ebreo?
   Ben del giudicio ha ottenebrato il lume,
e ben mostra di senno in tutto oscuro
de l’ingegno tarpate aver le piume.
   Scorgo il vostro parer torto ed impuro;
o mi dannate o m’assolvete intanto,
de le vostre sentenze io nulla curo.
   Ma chi vi dà tanta baldanza e tanto
ardir di condannar donna innocente,
che di casta riporta il pregio e ’l vanto?
   Ben ciascuno è di voi scemo di mente,
che di sì crudo e barbaro tiranno
a l’infame parer tosto consente.
   Ma il ciel che mira il torto e osserva il danno,
chiamo sol punitor di tanta offesa,
chiamo vendicator di tanto inganno! —
   Così, sdegnosa in atto e in volto accesa,
la donna ferocissima dicea,
senza cercar, senza trovar difesa.
   Bella, casta e gentil, sovra ogni ebrea
riportava il trionfo, ergea la palma,
s’eguale a la beltà modestia avea.
   Ma donna così bella, inclita ed alma,
freno a l’ira non diede, e nel bel volto
la luce intorbidò di sì bell’alma.
   Non deve spirto in regie membra accolto
farsi signoreggiar, servo del senso,
da l’insano furor torbido e stolto.
   Sgombri il fumo de l’ira in petto accenso,
che del chiaro intelletto offusca il sole,
qual nemico vapor torbido e denso.
   Costei, quantunque sia di regia prole,
troppo nel suo garrir si mostra audace,
ed in furie trabocca ed in parole.
   Ma si scusi, ch’è al fin d’alma vivace;
e se troppo nel dir sciolta si vede,
è proprio de la donna esser loquace.
   Fra tanti, ecco un rabbin si leva in piede,
in senil gravità non visto eguale,
ed al re di parlar licenza chiede.
   Fu di parer, scusando il sesso frale,
costei non meritar sì rea sventura,
ma ben dannarsi in prigionia reale.
   — Su, toglietemi — grida — or or la vita;
per non veder sì barbaro spietato,
bramo far da’ viventi oggi partita.
   Sì, sì, verrò nel sonno a te più grato,
e con flagel di lividi serpenti
ti sferzarò quel cor perfido e ingrato.
   Ombra infesta verrò da l’ombre ardenti,
e se ’l cielo a patir là giù ti danna,
ministra io ti sarò di rei tormenti. —
   Anco la madre (oh crudeltà tiranna!)
approva quanto il re fra’ suoi consiglia,
ed a morir tanta beltà condanna.
   Senza bagnar di lagrime le ciglia,
senza mostrar pietà, rigida prende
a incrudelir contro la propria figlia;
   e la sgrida e l’accusa, odia e riprende;
cieca, la sua follia non vede espressa,
ch’in offender costei se stessa offende.
   Ma se fa ciò per non morire anch’essa,
l’empia ancor patirà consimil fine,
né le fia tanta colpa unqua rimessa.
   Poi, stendendo la man su l’aureo crine,
troncò col ferro rigido e tagliente
le belle masse d’or lucide e fine.
   Madre non già, ma fera o furia ardente
parve a l’atto crudel , quando, spietata,
quella chioma troncò, parca nocente.
   In mirar che la madre anco sdegnata
era contro di lei, tacque la bella,
muta e mite rimase ov’era irata.
   De la sala sul suol le bionde anella
crebber luce a le gemme; e al crin reciso
non più donna real, ma sembra ancella.
   De l’ingiusta sentenza al crudo aviso
si parte e va a la morte e gli occhi abbassa,
ed intrepido mostra il cor nel viso.
   Move a pianto, a pietà dovunque passa;
solo il rigido re nulla commuove,
e più l’anima indura e il core insassa.
   Ogni tema dal cor franco rimove,
generosa la morte incontra e abbraccia,
e d’insolito ardir mostra gran prove.
   Non smarrisce le rose asperse in faccia;
per dimostrar che paziente more,
piega in forma di croce ambe le braccia.
   O stupor! lei che dianzi entro il furore
parve stolida tigre, agna or si vede,
tutta mite nel volto, umil nel core.
   Al luogo destinato arresta il piede,
piega l’alma cervice e ’l ferro aspetta,
ed al fato ed al ferro inchina e cede.
   A darle morte i rei ministri affretta;
ma mori pure, intrepida reina,
che ’l ciel farà del tuo morir vendetta!
   Il carnefice a lei già s’avvicina,
sguaina il brando e lo solleva in alto,
e sul candido collo il colpo inchina.
   Tingendo il suol di porporino smalto,
che dal vivo alabastro esce in canali,
spicca il teschio reciso in aria un salto.
   Chiuse in sonno leteo gli occhi fatali,
che sotto l’arco di quel nobil ciglio
fûr di vivo splendor fonti vitali.
   Tosto in pallido cangia il bel vermiglio,
e ne la guancia delicata e pura
come neve fioccata appare il giglio.
   Morta, con gli occhi ancor gli animi fura;
ciò che d’allegro appar, ciò che di fausto
ne la corte real tosto s’oscura.
   Tal fu di Marianna il caso infausto,
la falsa accusa, il fin tragico e rio;
ma, d’innocenza candido olocausto,
   casta e bella in amor visse e morio.




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