Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Girolamo Fontanella [1612ca - 1643/4]

Da “Ode” [1638]
XLIII
Al fiume Sebeto. Per la fontana del signor Francesco Nardilli.

   Fiumicello vezzoso,
che con passo lucente
fuor d’un seno petroso
con bel roco vagir spunti nascente,
e discorrendo in tortuosi errori
stampi in mezzo a le piagge orme di fiori;
   movi il piè susurrante,
peregrin fuggitivo,
e nel corso tremante
sei di posar nel proprio letto schivo,
e girevole e torto in vari modi
col tuo lubrico dente i sassi rodi.
   Qual coppiero gentile,
dentro vaso d’argento
a la corte d’aprile
somministri da ber gelido e lento;
e qual musico bel, tra pietra e pietra
del tuo vivo cristal suoni la cetra.
   Sei tu povero d’onde,
ma ben ricco di pregi,
ed angusto di sponde
il nome augusto hai d’onorati fregi,
e benché umìl per le campagne corri,
per le penne di cigni altero scorri.
   Nel bell’orto reale,
che fa scorno a l’Eliso,
per occulto canale
compartito in più rivi entri diviso,
e per opra de l’arte argenti molli,
disdegnando la terra, al cielo estolli.
   Ivi, limpido e bello,
colorando i bei campi
con argenteo pennello,
mille forme di fior dipingi e stampi,
e gorgogliando entro marmoree conche
par che mostri parlar, ma in voci tronche.
   Passi tacito poi
a le mura beate
ove, seggio d’eroi,
la Sirena inalzò l’alma cittate,
ed in mezzo le vie più illustri e conte
per diletto d’altrui fai più d’un fonte.
   Giungi al tetto onorato
del mio caro Nardillo,
e da piombo forato,
prigioniero vagante, esci tranquillo,
e con tremola fuga e dolce suono
fai di specchi cadenti un regio trono.
   Qui tra marmi spiranti,
ch’han silenzio facondo,
versi piogge stillanti
d’argentato licor, Giove secondo,
e di ricco tesor largo e ripieno
mille pesci guizzar ti vedi in seno.
   Qui con tremole ampolle
par che placido balli
fuor d’un picciolo colle,
che con arte s’incurva entro due valli,
ed in ruvida sì ma vaga cote
formi in dolce cader lubriche rote.
   Qui son musiche corde
le tue linfe cadenti,
onde lieto e concorde
traggi roca armonia di bassi accenti,
che lusinga l’udito e fa che l’alma
de le cure maggior sgravi la salma.
   Tu, qualora cantando
il tuo dotto signore
va con l’arco temprando
ne la lira gentil fila canore,
qual Castalio novel ti vedi intorno
col drappel de le Muse il dio del giorno.
   Deh, se stanco egli brama
al suo corpo riposo,
e nel letto richiama
ai suoi lumi talor sonno gioioso,
in pacifico oblio, mentre dispensi
il tuo limpido umor, lega i suoi sensi.

52: fecondo > secondo.





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