Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Girolamo Fontanella [1612ca - 1643/4]

Da “Ode” [1638]
XLI
Il fior della margherita. Al signor Gio. Battista Coppa.

   Or che placido vento
spira Zefiro alato,
e dai ceppi d’argento
scioglie il limpido rio col dolce fiato,
ed aprir si rimira, ovunque ei tocca,
agli augelli la lingua, ai fior la bocca,
   tu, là dove fra piante
vien con l’onde sue vive
il Volturno sonante
del bel Venafro ad ingemmar le rive,
a l’ombra, o Coppa, de le belle fronde,
freni, italico Orfeo, la fuga a l’onde.
   Risvegliando la lira
con man saggia ed accorta,
plachi l’impeto e l’ira
che seco il fiume infuriato porta;
e tanta forza hai nel tuo dir sì bello,
che dal canto che fai pende ogni augello.
   Or ch’un’iride vaga
par la terra fiorita,
ed ogni anima vaga
la stagione del riso al canto invita,
qual vago fior con tua poetica arte
intrecci in note ed incateni in carte?
   Scrivi forse la rosa,
vergognosa fanciulla,
che vermiglia e vezzosa
sta dentro molle e morbidetta culla,
e di porpora adorna il biondo crine
ha, qual donna di fior, trono di spine?
   Canti il giglio ridente,
pien di latte nativo,
re de’ fiori eminente,
in ricco trono di smeraldo vivo?
quel bianco fior che con sì bel lavoro
ha corona d’argento e scettro d’oro?
   Lodi il tenero amello,
ch’in bel cespo rinchiuso,
fresco, tremolo e bello,
ha di molli rugiade il crin diffuso,
e, d’un color tra candido e vermiglio,
de la nunzia del sol rassembra figlio?
   Piangi il tragico Adone,
de la bella Ciprigna
dilettoso garzone,
ch’ancor la spoglia ha tepida e sanguigna,
e ne la spina rigida e pungente
del cinghial che l’uccise addita il dente?
   Canti i pregi di Croco,
a cui molto somigli
ne la chioma di foco
e nei colori lucidi e vermigli?
quel vago fior ch’i suoi dolor distingue
con mute voci in tre purpuree lingue?
   Canti il molle gesmino,
pien di neve sì bella,
d’ogni campo e giardino
minuta gemma e pargoletta stella,
che per sì belle e sì fiorite strade,
perché lieto l’accogli, in sen ti cade?
   Canti il vago Narciso,
ch’amator di se stesso,
vagheggiandosi fiso,
ne lo specchio del rio si mira impresso,
e da quell’onda, ove sol morto giacque,
rinovando la vita, al mondo nacque?
   Canti il pallido Aiace,
odoroso libretto,
che con linea vivace
pietose note ha d’amoroso affetto,
e con eterna ed immortal memoria
de la tragedia sua mostra l’istoria?
   Canti l’umil ginestra,
allegrezza di maggio,
quando nunzio di festa
appare il sol con temperato raggio?
quel vago fior ch’inanellata e bionda,
in sembianza di cor, mostra ogni fronda?
   il garofilo adorno,
che di linee sottili
ricamato d’intorno,
ha mille intagli e mille bei profili,
e posto a fronte ove la rosa inostra,
di bellezza e di pompa emulo giostra?
   la viola minuta,
che le livide foglie,
ond’è pinta e tessuta,
sì belle al sole e sì leggiadre scioglie,
e ’n grembo a l’erbe, ove giacendo stassi,
languidetta d’amor, pallida fassi?
   il papavero molle,
che purpureo e soave
il bel collo ha nel colle,
pien di dolce sopor, cadente e grave,
e mentre ammorza in un bel rio la sete,
par quell’onda per lui l’onda di Lete?
   il pieghevole acanto,
che sì pure e vivaci,
con suo gemino vanto,
dona a ricco testor molli bombaci,
e con nodi ritorti, arcati e belli
tesse mille d’amor serpi ed anelli?
   l’amaranto immortale,
che spicoso e velluto,
sparso d’oro vitale,
ha di serici stami il crin tessuto,
e del gelato e tempestoso verno
sostenendo il rigor, si serba eterno?
   l’elitropio amoroso,
occhio tenero e biondo,
ch’osservando geloso
va la luce del sol lieto e giocondo,
e da dolor di gelosia trafitto
mostra fin ne le foglie il cor descritto?
   il ligustro gentile,
frale, tenero e lieve,
che nel tempo d’aprile
canuto sorge ad emular la neve?
canuto sì, che nel suo bel candore
tu dubbioso non sai s’è neve o fiore?
   il celeste Giacinto,
spiritoso zaffiro,
che d’azurro dipinto
vagheggia il sol con languidetto giro,
e par che dica in sì cangiata imago:
— Deh rimirami, o sol, ch’ancor son vago —?
   il vago fiordaliso,
che, più bianco del gelo,
par che pianga nel riso,
di sue bellezze innamorando il cielo?
quel bianco fior che tanta grazia serra,
che sembra uscir dal paradiso in terra?
   Ma nei campi sì belli
e tra fior sì diversi,
tu fra musici augelli
la margherita vai tessendo in versi:
leggiadro fior la cui radice Amore
con la sua mano a te piantò nel core.
   Cresca dunque felice
sì ben nato fioretto;
siali Flora nutrice,
custode il core e giardino il petto;
gli arrida il cielo, e con perpetui vanti
ogni musica dea l’onori e canti.




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