Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Girolamo Fontanella [1612ca - 1643/4]

Da “Ode” [1638]
XXXV
Si detestano le delizie del secolo presente. All’illustrissimo signor Gio. Battista Manso, marchese di Villa.

   Giace il mondo fra lussi, e l’uomo insano
rende sudditi a’ sensi i propri affetti;
prezza crapole e giochi, amante vano,
veste pompe, usa lisci, ama diletti.
   Negli agi immersa effeminata e folle
la pronta gioventù marcir si vede;
regna il sonno e la piuma, e l’ozio molle
su le morbide coltri a l’ombra siede.
   Miro l’opre e l’usanze oggi diverse
da quel secolo d’or purgato e casto;
le pelli usò chi nudità coperse,
or di serica pompa orna il suo fasto.
   In quel primo vagir del mondo infante
era stanza il tugurio a l’uomo imbelle,
or da la terra emulator gigante
edifici sublimi alza a le stelle.
   Fa sviscerar da peregrini monti
superbo ingegno i più pregiati marmi,
per farne o logge o preziosi fonti,
che del tempo guerrier durino a l’armi.
   Fa ch’i suoi tetti a riguardar sì belli
siano d’arte maestra ultima prova;
novi Dedali chiama, e novi Apelli
al suo regio lavor prodigo trova.
   L’onda che sprigionata un tempo apriva
da la pomice scabra argentea vena,
che senz’arte correa purgata e viva
tra vaghi fior per la campagna amena,
   custodita e riposta oggi tra chiavi,
fa per opra de l’arte opre stupende:
con soave rumor dai piombi cavi
le reggie illustri ad arricchir discende.
   Non più rustiche paglie, aspri fenili,
rozzi e poveri velli, ispidi stami,
ma molli sete e preziosi fili
fanno al regio suo tetto ombre e ricami.
   Pendono in giù per le sue logge arcate
mille d’aureo lavor tappeti industri,
e ne le mura e ne le travi aurate
mille ammiri d’eroi memorie illustri.
   Del più famoso e nobile metallo
il suo ricco balcon cerchia sovente,
e dei monti Rifei puro cristallo
fa ne le sue fenestre ombra lucente.
   Ei, gonfio il cor d’ambiziose voglie,
calcar povero suol rifiuta e sdegna;
pavimenti gemmati, aurate soglie
il suo nobile piè toccar sol degna.
   Nel suo morbido letto, ombrando il lume,
padiglione si leva alto e pomposo,
e fra lini odorosi e bianche piume
presta al languido corpo agio e riposo.
   Vengon a esercitar musiche danze
donzellette lascive in ricca veste;
spirano arabo odor le regie stanze,
e fra dolci armonie s’odono feste.
   Fra cancelli d’argento in aria appeso,
prigioniero giocoso, il verde augello
qui da l’India remota a lui disceso,
mille nomi ridir sa vago e bello.
   Mille d’argento e d’or conche e vasella
sopra candido lin prepara e spande,
ove miri in sua mensa agiata e bella
odorosi fumar cibi e vivande.
   Attuffato nel ghiaccio, esposto a l’oro,
generoso Lieo spumante brilla,
che ’n tazza di finissimo lavoro
con soave allegria placido stilla.
   Sontuoso teatro, altera scena
di figure e di lumi erge a suo vanto,
ove ispana leggiadra il ballo mena
e marito del ballo unisce il canto.
   Ahi, ch’onesto rossor più non inostra
in donnesca bellezza il bianco viso;
lascivetta in andar gli abiti mostra,
lussureggia nel petto, arde nel riso.
   De la chioma sua bionda il campo adorno
con rastrello d’avorio ara e coltiva,
poi vi semina odori, e sparge intorno
di licori sabei pioggia lasciva.
   A che dentro le pompe alma bellezza,
e tra fregi non suoi, giace sepolta?
Schietta e nuda beltà via più si prezza:
tanto meno è gentil, quant’è più colta.
   Oh d’umana follia prova superba!
Sa ch’ogni opra de l’arte al fin rovina,
sa che sparsa nel Tebro arena ed erba
ricopre ancor la maestà latina.
   Cadde Menfi superba e Caria illustre,
cesse a l’armi del tempo Argo e Micene,
e sepolta in oblio fosco e palustre
fra le nottole sue sta cieca Atene.
   Le piramide sue trovi, se puote,
gloriose l’Egitto e ’l Nilo altero;
Troia miri le mura a pena note,
che fêr sì grande il suo temuto impero.
   Trovi Rodi il colosso, Efeso il tempio,
miri tumido Creso oggi il suo trono;
contro i colpi del tempo ingordo ed empio
i romani trionfi ove ora sono?
   A che dunque inalzar tetti eminenti,
s’ogni fasto mortal rapido piomba?
s’altro non resta a ricettar le genti,
ch’un freddo marmo, una funerea tomba?




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