Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Girolamo Fontanella [1612ca - 1643/4]

Da “Ode” [1638]
XXXI
I piaceri della villa. Alla signora Isabetta Coreglia.

   Pace a voi, pinti augelli,
delicate pianure, alme colline,
ombre fresche, erbe molli, aure divine,
solitari recessi opachi e belli,
alti monti, ime valli, orti fioriti,
rotte balze, erme rupi, antri romiti!
   A voi lieto ritorno,
del mio pover aver contento e pago,
di silenzio e di pace amico e vago.
Deh tumulto non sia dov’io soggiorno;
qui stia sepolto ogni mio lieto accento;
a la città non riportarlo, o vento.
   Porti l’occhiuta Fama,
che d’applausi si pasce e d’alti fasti,
a l’orecchio civil pugne e contrasti;
chi, fra strepiti avvezzo, avido brama
del fiero Marte esaminar gli errori,
legga pugne, oda trombe, ami furori.
   Ma chi, vago de’ boschi,
desia d’amica pace intender carmi,
meco venga tra’ colli e lasci l’armi:
qui, soletto fra rami ombrosi e foschi,
ove l’ombra cader serena io veggio,
riposato nel cor danzo e passeggio.
   Poggio dal piano a l’erto,
e parmi ad ora ad or toccar le stelle
su le cime de’ monti altere e belle.
Pendo nel mio piacer dubbio ed incerto,
e dico, asceso in sì sublime loco:
— D’arrivar sopra il ciel mi resta poco. —
   Ivi, mentre respiro,
fra due valli mi fermo ombrose e cupe.
Ove si sporge fuor diserta rupe,
sorger tempio devoto al ciel rimiro,
aula sacra di Dio, ch’infonde al petto
riverenza, stupor, tema e diletto.
   Santo e romito stuolo,
ch’ha di cenere sparsa ispide vesti,
spira qui con silenzio aure celesti:
ricco di povertà, solingo e solo,
ha d’irsute ritorte il fianco avvolto,
scalzo il piè, rozzo il manto e magro il volto.
   Aer sacro e sereno,
che di dolci pensier m’empie la mente,
ventilando di là spira sovente.
D’usignuoli selvaggi il loco è pieno,
ivi vengono e van gli augelli erranti;
ciascun, dubbio, non sai se pianga o canti.
   In quel tempio sacrato
tuona concavo bronzo, alto e canoro,
che la sacra famiglia invita al coro;
non da fabbro mortal sembra formato,
ma d’angelica man, che, mentre suona,
come lingua del ciel parla e ragiona.
   Ben composto orticello
di spinosi roseti intorno cinto,
godo di vaghi fior smaltato e pinto;
poi quando spunta il primo albor novello,
lascio le piume, e per le siepi ombrose
di qua colgo e di là fragole e rose.
   Quante belle farfalle
vagabonde e dipinte aprono i voli,
e quanti arguti e queruli usignuoli
fan qui col canto lor sonar la valle!
Ride il campo ed olezza, e lieto in viso
ogni fior che germoglia apre un sorriso.
   Qui porporeggia il melo,
là giallo impallidisce il cedro antico,
e con lacero sen lagrima il fico;
di rubini la vite orna il suo stelo,
e di porpora e d’or, pendendo altero,
miniata ha la scorza il pomo e ’l pero.
   Alzo gli occhi bramoso,
spio tra’ rami le frutta e ’l braccio stendo,
e qual più mi diletta avido io prendo;
poi vicino ad un lauro il dì riposo,
e per frutti gustar soavi tanti,
ho melata la lingua e dolce il canto.
   Scorre l’ape soave,
e tanto i suoi susurri in aria ponno,
che mi stillano agli occhi un dolce sonno.
Scende l’ombra da’ monti umida e grave:
ecco stridulo il grillo, e in voci rotte
par ch’annunzi la pace e dica: — È notte. —
   Odo a punto a quest’ora
semplicetto cantor d’incolte rime
il villanel, che le sue fiamme esprime;
tratta cava testugine canora,
e con rozzo cantar dolce e concorde
porge grazia a le voci, alma a le corde.
   A quel rustico accento,
immerso in un sopor cupo e tenace,
prendo posa tranquilla e dolce pace;
poi de’ garruli augelli al bel concento,
salutando de l’alba il novo lampo,
gli occhi desto dal sonno e torno al campo.
   Sotto i piedi l’erbetta
lagrimosa mi ride, e sono i pianti,
ch’ella sparge tra’ fior, perle e diamanti.
Febo, amico di pace, allora mi detta
mille belli pensier; Febo m’è scorta,
e m’inalza la mente, e al ciel mi porta.
   Qui, leggiadra Coreglia,
ove l’ombre più dolci il monte serba,
meco il dì ti vorrei tra’ fiori e l’erba.
Ecco il lauro, ecco il mirto, ecco la teglia,
che fra mille d’amor zefiri ameni
mormorando ti chiama, e dice: —Vieni. —
   Vieni, o saggia Nerina,
pastorella gentil, musica ninfa,
ove giubila qui l’aura e la linfa.
Ma tu, nova fra noi musa divina,
degni fai di tue luci oneste e pure
altri colli, altre ripe, altre pianure.
   Tu sotto il clima tosco,
bella italica Saffo, al mondo splendi,
e ’l tuo picciolo Serchio augusto rendi;
di civil maestà si veste il bosco,
qualor prendi la piva e mandi fuora
dal rubino spirante aura canora.
   Mille pinti augelletti
odi intorno cantar, dolci e lascivi,
ne le cortecce ove intagliando scrivi.
Riverisce il pastor gl’incisi detti,
e son tanto i caratteri soavi,
che l’ape corre e vi compone i favi.
   Cangia l’empia fierezza
in costume gentil l’aspido sordo,
e porge al tuo cantar l’orecchio ingordo;
e tanta dal tuo dir beve dolcezza,
ch’a l’armonia de la tua bella canna
il veleno ch’avea converte in manna.
   L’aria in vista s’allegra,
dal tuo vago splendor resa tranquilla,
e rose e gigli il ciel piove e distilla;
e benché in spoglia vedovile e negra
apparisci colà, tosto al tuo viso
l’ombra in luce si cangia e ’l pianto in riso.
   O beata campagna,
felice colle, avventuroso fiume,
che degni fai del tuo cortese lume!
Beato il Serchio ove irrigando bagna,
che nel suo molle e cristallino gelo,
stampando il viso tuo, contiene il cielo.
   Io di qua, dove seggio
or fra sacri silenzi ombroso e muto,
col cor t’inchino e col pensier saluto.
Da quest’occhi non vista io pur ti veggio.
Oh stupor non udito, oh strano gioco!
la tua luce non vedo, e sento il foco.




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