Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Scipione Errico [1592 - 1670]

Da “Poesie liriche” [1646]
V
La Via Lattea. Poemetto all’eminentissimo signor cardinale Borgesi.

   Sorge nobil città, che altera siede
de bel Tirreno in su l’argentee sponde,
che l’ossa illustri, ond’essa è degna erede,
di Partenope bella in grembo asconde.
Tra verde e fertil urna ella si vede
del riverente mar restringer l’onde,
e con cento edifici e cento braccia,
Briarea torreggiante, il ciel minaccia.
   Ma frondosa con lei città confine
con bei verdi palagi alta gareggia,
dove Pomona il pampinoso crine
tra vetri di ruscei specchia e vagheggia;
dove con vive e rugiadose brine
imperlarsi il bel sen Flora si preggia;
dove odorati, candidi e vermigli
cittadini sen stan del sole i figli.
   Di piropi e smeraldi allegri tetti
fan le viti serpenti alto poggiando,
e morbidi figura, e freschi letti
l’umido suol la molle erbetta ornando;
e con fertil guatar ne’ verdi aspetti
stansi l’amanti palme amor spirando,
e spiegano i naranzi in bel tesoro
odorati diamanti e poma d’oro.
   Vaghi accenti volando in vaghi cori
la dipinta d’augei schiera diffonde;
garrulo rio per trasparenti errori
con la lingua d’argento a quei risponde;
forma anch’essa tra lor detti canori
l’aura col susurrar tra fronde e fronde,
sì che in dolce armonia s’accoppia intanto
d’aure, d’acque, d’augei la voce e ’l canto.
   L’aura, che del ballar nobil maestra,
dolce commove a vaghe danze i fiori,
e seco or a sinistra or move a destra
con lunghi giri i lascivetti odori;
l’aura, ch’or dona or toglie, e accorta e destra
di natura comparte almi tesori,
de la verde famiglia è spirto e vita,
e ’l ciel ridente a vagheggiarla invita.
   Vicino è ’l mare, e vaghe e ricche sponde
fanno minute perle ai suoi zaffiri;
vago specchio è del ciel, qualor senz’onde
placido starsi e trasparente il miri;
vago è s’al moto il mormorio confonde,
e increspandosi ancor par che s’adiri;
vaghe son l’ire sue spesso a vederle,
quando il vago zaffir trasmuta in perle.
   Era nel tempo allor che in trono ardente
coronato di raggi il Sol sedea,
e ne l’aria accampar duce potente
con falangi di fiamme alto parea;
struggeasi in foco il tutto, e riverente
a l’aspetto di lui l’aura tacea;
par che acceso stupor la terra ingombre,
fugge il fresco nel centro, e fuggon l’ombre.
   Quando quivi fûr viste ignude a l’onde
vaghe ninfe tuffarsi e vaghe dee;
tra Nereidi così liti gioconde
vengon dolci a mischiar l’alme Napee;
rideva il mare, e germogliar feconde
bianche spume parean di Citeree.
Così a l’erm’acque, ai ciechi sassi, a l’ôre
spettacol di sue pompe offerse Amore.
   Lega in trecce una il crin, l’altra il figura
piramide gentil d’oro con oro;
questa al vento il dà preda, e di natura
fa ne l’aria ondeggiar crespo tesoro;
fàllo incolto cader quella, e nol cura,
de’ morbidi alabastri aureo lavoro;
gli occhi azzurri una tien, ma pura luce
da due neri levanti altra ci adduce.
   Clizia ha d’ostro le guance; un puro latte
in faccia ha sol la delicata Irene;
Silvia per tutto le sue nevi intatte
tempestate di rose intorno tiene;
di dolci baci al molle invito fatte
di rugiada d’amor gravide e piene
ha due porpore Filli, e par che scocchi
dolce riso con lor, ma pria con gli occhi.
   Spira con grato e con mortal diletto
da mantice gemmato Armilla i venti;
l’alma Clori consuma in vago affetto
al dolce foco di rubini ardenti;
mamme l’una non ha, l’altra nel petto
immature le mostra ancor nascenti;
altra grazia e beltà si cangia e mesce
in altre ed altre, e si diffonde e cresce.
   Ma gli scoperti e tremoli candori,
de l’incendio d’amor brine cocenti,
al par dolci, al par vaghi e pari albori
son de’ chiari dal mar soli sorgenti;
schiera parean di delicati avori,
schiera di vaghi e teneretti argenti;
nuotan leggiadre, e fan vezzoso e vago
di tenerette nevi amato lago.
   Ed in un s’inargenta e in un s’indora
con spume il mar, con sciolte chiome e bionde,
e gemiti d’amor mandan talora
da le tenere palme aperte l’onde;
spingonsi destre e fan lor moto ancora
le man, le gambe alabastrine e monde:
vaghi remi d’avorio ai vivi legni,
di merci di bellezza onusti e pregni.
   Or inarcan le braccia, ed agli aspetti
son con archi d’argento ignudi Amori;
or fermi e stesi in su gli ondosi letti
spiegan molli d’amor gli aperti onori;
talor mostran sott’acqua i membri e i petti,
tra vasi di zaffir divi candori;
si tuffan, s’ergon, fan carole e balli
per l’ampie vie de’ trasparenti calli.
   E tra moti e tra nuoti urtansi a gara
l’amorose guerriere in lieta giostra;
e vi è cui l’onestà pur troppo è cara,
che a le ignude bellezze il volto inostra;
de’ bei membri altre ancor parte più rara
toccan scherzando a chi schivar ciò mostra;
d’acque si spruzzan gli occhi, e i vaghi visi
accompagnano al nuoto e vezzi e risi.
   Tal era il nuoto, e così arar parieno
con aratro d’avorio i salsi campi;
vibran tra ’l mar, pur come un ciel sereno,
gli occhi, stelle d’amor, tremoli lampi;
con bellezze schierate, ond’è il mar pieno,
par che contra i rubelli Amore accampi,
o che vogli destar quasi per gioco
per le nevi guizzanti a l’onde il foco.
   E voi, stellati pesci, e tu bramasti
tra bei pesci d’amor guizzar, delfino;
ed anco per costor tu desiasti
essere, o can celeste, il can marino;
de l’acceso desir parte appagasti
tu de l’eterne sfere occhio divino,
tra le bellezze e tra l’argentee stille
seminando talor lampi e faville.
   In ninfa Proteo per nuotar con loro
mutossi; e tutto l’umido confine,
per mirar, ingombrar vedute fôro,
sorte dal cinto in su, le dee marine;
invaghiti correan de’ lacci d’oro
i bei muti nuotanti al biondo crine,
e tra lor dolce e con tarpate penne
stuol d’ignudi Amoretti a guizzar venne.
   Escono alfin da’ salsi ondosi umori,
e stillan molli perle i vivi argenti,
che gocciolando van tra’ bei candori,
de l’aria di beltà stelle cadenti.
Rugiadose così n’appaion fuori
l’aurore al bel seren de’ giorni algenti.
Uscîr de l’acque, e mano a mano unîro
ne l’arenosa scena, e han fatto un giro:
   vago giro d’amore e vaga sfera
d’altà beltà ne l’amoroso mondo;
la soma soffreria dolce e leggiera,
fatto Atlante, ogni cor di sì bel pondo;
vago e novo zodiaco, entro ’l qual era
fatto più nobil Febo, Amor fecondo;
o pur d’ogni bramosa accesa mente
del bel foco d’amor sfera cocente.
   Danzan festose, e l’animate brine
volgon giocose e lascivette e snelle;
sfavillanti le luci e peregrine
seguon pargoleggiando i piedi anch’elle;
scende dal molle capo il folto crine
sovra le mamme tenerette e belle,
e al par d’un sol che dal mar Indo è fuora,
quei due monti d’argento il capo indora.
   Treman le crude mamme, e trar diresti
nel teatro de’ petti i balli a prova.
Qual veder fu come d’ignudi e presti
vaghi avori saltanti un stuol si mova?
qual veder fu senza l’odiose vesti
danzar cerchio amoroso in foggia nova,
che gira, e spiega alfin d’alquante rote,
orologio d’amor, sonore note?
   Canti, scherzi, sorrisi entro i tesori
di scoperte bellezze Amor confonde;
quando cantan costor, tra salsi umori
sembran vaghe ballar ne l’alto l’onde;
quando ballan costor, detti canori
confonde il mar tra miniate sponde,
ch’or vago suoni a le lor danze, or pare
che balli al suon de le lor note il mare.
   — La donna è un ciel: — diceano — ha il capo aurato,
di Berenice i lucidi capelli;
porta negli occhi il Sagittario armato,
porta negli occhi i lucidi Gemelli;
gli occhi, ond’è vago un Orion formato,
gli occhi, Soli de l’alma amati e belli,
gli occhi che, volti in varie e gentil arti,
sembran Veneri ed Orse e Giove e Marti.
   Del troian l’urna è de la bocca il vaso,
son picciole vigilie i bianchi denti;
son l’aquila in prontezza e ’l gran Pegaso,
cigno e cetra in dolcezza i lieti accenti;
libra due poli, ed orto sono e occaso
le due del bianco sen poma sorgenti;
la donna è un ciel, ma al moto suo giranti
son caduchi elementi i fidi amanti. —
   A tal canto, a tal ballo, al divo aspetto
ch’offre ignuda beltà d’almi candori,
tacquer gli uccelli, e sul depinto letto
trattenne il rivo i fuggitivi umori;
gli elementi arrestârsi, e per diletto
fermâr le sfere i sempiterni errori.
Le vidde, e tenne in lor stupide e fisse
l’eterne luci il sommo Giove, e disse:
   — Che veggio? or che vaghezze oggi apparîro,
che indizi son d’alte bellezze eterne?
Non formar tai concenti unqua s’udîro,
né si vaghe girar le sfere eterne.
Più non dimori in terra un sì bel giro,
ma faccia adorne le magion superne,
e dal candor di quelle nevi intatte
si figuri nel ciel strada di latte. —
   Così diss’egli, e chini e riverenti
gl’imi abissi tremâr, tremâr le sfere;
veggonsi in ciel di fiamme e d’or lucenti
le donzelle poggiar ratte e leggiere;
s’alzan tra l’aria, e tra le nubi e i venti
sparivan già; ma allor che in vesti nere
dal bel terrestre sen la notte uscia,
n’apparve impressa in ciel la Lattea Via.
   Così per sommo eroe spiegava il canto
Opico pastorel presso a Peloro;
poi disse: — O gran Borgesi, accetta intanto
frutto immaturo di toscano alloro;
mentre non può mio suon poggiar cotanto
che narri i pregi tuoi, che muto onoro.
Solo umil sotto te star io m’appago,
come a l’aquila tua sta sotto il drago.




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