Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Scipione Errico [1592 - 1670]

L’Endimione [1624]

L'Endimione.

   Non lungi il bel Meandro,
che in cristallina tomba
ne la canora morte i cigni accoglie,
e con ben mille rote e mille giri
spesso parte e ritorna, e pugna, e niega,
quasi geloso avaro,
de’ liquefatti suoi lubrichi argenti
porger l’ampio tributo al mar tiranno,
Latmio, Latmio frondoso,
con vago e nobil fasto
l’orgogliosetta fronte in aria estolle;
e qual pavon superbo,
o bel notturno ciel, dimostra e spiega
di mille fiori e mille
l’occhiuta testa e la stellata pompa.
Monte ne la cui veste
larga il verde tesor natura sparse,
e i bei fregi reali emola vinse;
veste che il sol ricamator trapunse
di tenerette e colorite gemme
co’ gli aghi d’or de’ suoi temprati raggi.
Par tra ’l popol de’ monti
bel giovenetto amante,
sparso di mille odor la chioma e ’l volto,
o re leggiadro e donno,
cui tesson rose e gigli
d’odorati rubini
e di molli diamanti
al fresco erboso capo alto diadema.
Fan di liquide perle
umidetti lavori
a le feconde e verdeggianti falde
gl’intrecciati ruscei garruli e vaghi,
che su ’l fiorito letto,
quasi Amoretti ignudi,
or annodati, or lascivetti errando,
or con limpidi baci
de la liquida bocca,
scherzan vezzosi e leggiadretti a gara;
e nel corrente scherzo,
rotta fra denti di minute pietre
la stridula favella, in bel concerto
lor cristalline lingue allettan dolci,
con lubric’armonia, l’erbette e i fiori.
A le correnti note
qui fûr visti accordarsi
i depinti augelletti, e a stuolo a stuolo
spiegar la voce al canto e l’ale al volo;
qui, con faccia odorata,
e Primavera e Flora
quasi in pomposo trono assise stanno;
qui fu veduto Amore
ne’ coloriti sassi
aguzzar l’aureo strale,
e vezzoso infiorarsi il crine e l’ale.
Quivi allor che le stelle,
lontano il Sol nemico
qual di vergini stuol lungi l’amante,
sfavillanti di gioia,
scintillanti di risa,
mostravansi tra lor scherzando a gara,
quando l’antica madre
da l’atro opaco seno
partoriva la Notte,
sua nera e dolce figlia, e l’avvolgea
intorno di stellate eterne fascie.
Sovra la fertil cima, in grembo a l’erbe,
Endimion leggiadro,
con vezzi e scherzi alterni,
il suon al canto e ’l canto al suono univa,
il più vago, il più dolce, il più vezzoso
fior de la verde età, de’ fiori rosa,
di bellezza fenice,
pastorello d’Amor, d’Amor imago.
Anzi sbendato Amore
parea, che fatto avesse
l’arco di saettar arco canoro,
e lira la faretra, e corde i dardi.
Ondeggiavan commosse
l’auree da l’aure e inanellate chiome,
ed in scherzanti rote
ed in rotanti scherzi eran vedute
a quel canto, a quel suono
trar nel campo de l’aria aurati balli.
Volgevansi i begli occhi
in lascivetti e sfavillanti giri,
ed a gara piovean vaghe faville,
che danzavan per l’aria a mille a mille.
Liete parean baciarsi
nei melati concenti
le tumidette labra, e uscian tra’ baci
gravide d’armonia l’aure vezzose;
l’aure che, per passare
per l’odorato varco
de’ teneri coralli,
chiedean d’esser accolte
da la bocca gentil, e poscia accolte,
vaghe di ripassare,
bramavano l’uscita;
ed invaghiti amanti
de la dolce incostanza,
di partir, di tornare,
di tornar, di partir godean felici.
Gentilmente n’uscia
da quell’uscio rosato
il dolce canto e da la cetra il suono,
e ne l’aereo agone il suono e ’l canto
fean, lottanti d’amor, d’Amor certame.
Si sfidavan leggiadri,
si percotean suavi,
s’annodavan tenaci,
scherzavan lusinghieri,
or seguito dal suon fugiva il canto,
ed or dal canto il suono,
or davan colpi alterni,
e talor si vedea
che sospirava l’un, l’altro ridea.
A la canora lotta,
dolcemente ammirato,
tutto allor si converse il popol verde;
tacquero i venti a prova,
fermârsi i rivi, anzi parea d’intorno
or ergersi or calar guidando il canto
tutta in un la frondosa ampia famiglia;
e di splendenti ed auree note pieno,
parea libro al concento il ciel sereno.
— Sorgete, egli dicea,
sorgete pecorelle,
ch’or bifolca Diana
guida armenti stellati,
nettar pascendo in su i celesti prati.
Esci, bel capro, omai,
che pien d’invidia e d’onorato zelo
già t’ha sfidato al cozzo il Capro in cielo.
Vieni, bel toro, e un altro
fa’ di vergini furto industre e scaltro.
Ergiti, cane, e mira,
che dal lupo vicin là su più accorto
custodisce quel Cane
lucidi armenti di splendenti lane.
Sorgete, pecorelle,
e, lascivette e belle,
leggiadri scherzi e salti
meschiate in vaga guisa, or bassi or alti;
e con le mandre a prova
gareggeranno in questo ombroso velo
col ciel la terra e con la terra il cielo. —
Così cantava, ed imitar sue note
volevano le sfere,
dolce oltraggiate e gentilmente offese;
ma vinte al fin, cedendo
al vezzoso maestro
di quell’arte canora,
si fermâro ad udir, per apprenderla.
Tu da l’eterne rote
gli t’inchinasti, o Cigno,
e tu, celeste cetra, esser trattata
da quelle man di neve
invida e ambiziosa allor volevi.
Mirollo allor Diana,
ma il mirar, l’ammirar, l’andare a volo,
dal piacer, nel desir, fu un punto solo.
Arde l’algente dea,
né spegner può favilla
la signora de l’acque a un tanto foco,
né d’onestade il giel temprar l’arsura,
ma, mentre avido e chino
fissa nel divo aspetto il guardo immoto,
par del polo d’Amor indica pietra.
Oblia già il Sol, e dal bel viso pende,
e dal sol di beltà la luce attende.
Pronto e lieve dal cielo un segno intanto,
ch’alato, ignudo e cieco, Amor parea,
precipitossi a vol, di Delia messo,
ed invisibil venne
al canoro d’Amor gentil Orfeo,
e le luci e le labra
dolce gli bacia, e quei
sotto nettarea chiave al fin serrârsi;
in sen poi gli s’immerse, ed egli, vinto
dal suo dolce nemico, al pian cadeo.
Correr fu vista allora,
di peso sì gentil ambiziosa,
l’odorata de’ fior tenera turba.
Parean le belle membra
su ’l miniato letto
vaghi fiori giacenti in grembo ai fiori,
ed in seno d’odor, suavi odori.
Scende repente in questo,
e candida ed ignuda
stampa di luce ed inargenta l’ombre,
e ’l liquido seren rapida fende,
l’innamorata dea.
Ignuda, se non quanto,
con lunghe righe d’or, al bianco petto
calando il folto crine,
ai molli avorii un aureo vel formava;
ed una gran beltà l’altra velava.
Scese, e d’invida gioia oppresso stette
del verde monte lo stellato Aprile;
e i pargoletti figli
de la stagion fiorita
lor vaghezza ammirâr, che via più bella
co ’l pennello d’Amore
ne l’idea di beltà veder ritratta.
A sì vaga bellezza, a sì bella vaghezza
volse il capo odorato il bel Narciso,
e ’l proprio foco estinse, ed arse al novo.
Ella sen viene dove
giaceva il fior de la beltà su l’erba,
e, famelica e prona,
gli occhi bramosi al divo aspetto affissa,
e del giacente sol Clizia rassembra.
Poi dolce e lieve il bacia,
tutta arrossita e lieta,
ma la vider le stelle, e con un riso
ne diêr vezzose al sommo Giove avviso.
Essa gli rompe allor l’odiosa veste,
la rival de’ suoi baci,
del suo Febo la nubbe, e va spiando
per quell’intatte brine
le più ascose bellezze...
Destasi quello, e mira
l’improvisa vaghezza,
l’improviso tesor d’alta beltade;
e sé ignudo giacer tra bella ignuda.
Ed ella: — Io Cinzia sono,
Cinzia son io, mio sole,
che d’appresso e da lungi ogn’or m’ecclissi. —
Sorse al tremendo nome, e fuggir volle
l’attonito garzone,
che pensò d’Atteon lo scempio e ’l danno;
ma la dolce nemica
tra’ bei ceppi di latte
strette e avvolte ne tien sue nevi intatte.
A l’ignude bellezze
egli in tanto s’affisa,
e su le bianche membra
mira ondeggiar lascivo il crin aurato,
quasi in letto d’argento un aureo mare,
e scorge unite in lei
del canto di beltà musiche note,
bianco sen, chiara fronte e rosee gote;
e i lumi, che facean con lor splendori
fenici l’alme et elitropii i cori.
Da un nembo di dolcezze oppresso e vinto,
il bel garzon allor molle la bacia
ove bianca s’apria
tra due crudette poma angusta via.
Doppiamente arrossissi
Delia, e con rose rose
e con purpure allor purpure ascose.
Bacia il garzon, e ne l’amato petto
parli spirar in mezzo il bacio il core;
quando, baldanzosetto,
con ligami d’avorio
la sua dolce catena egli incatena,
e sua bella preggion fa preggionera.
Ma chi dirà giammai
l’inondante dolcezza,
la traboccante gioia,
la profonda d’ambrosia alta vorago
de’ cari amanti? o spiegherà parlando
gl’interrotti lamenti,
gli amorosetti accenti,
gli accennati desiri,
i tremanti sospiri?
o quel che s’udia roco
sussurrar dolce e suffular de’ baci,
mentre che nel raccor il mèl d’Amore
era una bocca a l’altra ed ape e fiore?
Parean le belle membra
nevi che stringean nevi,
o contendenti avorii, e in dolce pugna
eran spade le labra e piaghe i baci,
scudi i bei petti e le bellezze insegne,
scudier le Grazie e gl’Amoretti araldi.
Fermi stavan talvolta immoti e muti,
ma con bocca degli occhi
nel silenzio loquace
raggionavano i cori;
e, con dolce languire,
d’Amor nettar divin sugeansi a gara
gli animati alabastri avvinti e stretti.
E la propria beltade
vivamente ritratta
egli in essa mirava ed essa in lui,
e scambievoli spegli eran d’un volto;
ed era questa a quel d’un solo viso,
e quello a questa ancor fonte e Narciso.
Così un dì per far dono
del canto e di se stesso a degno eroe,
cantò su ’l lido di Cariddi Opico,
poi disse: — O gran Luigi,
spieghin tuoi chiari preggi;
ch’io con umil silenzio onoro e celo
Muse l’eterne menti e Cetra il cielo.

41. minutte > minute. 160. alor > allor; qui e in altri luoghi in cui si presenta l’oscillazione si propende per la seconda forma essendo questa attestata anche in altre opere dell’Errico. 165. ei > la. 215. arrosita > arrossita. 266. accenati > accennati.





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