Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Scipione Errico [1592 - 1670]

L’Ariadna [1624]

L’Ariadna.

   Era nel tempo quando
con ruggiadoso e liquefatto argento
lor vicino morir piangean le stelle,
e l’inimico Sole
contra quelle mandava
i precursori suoi lucidi albori.
Questi spiegato al mondo
già de la luce avean bianco stendardo,
e al ventilar de la nemica insegna
s’empìa di freddo e pauroso gelo
l’umida notte e lo stellato cielo.
Già mandavano in terra
le moribonde e fuggitive stelle
i lievi sogni erranti,
snelli ministri lor a chiuder pronti
sotto chiave letea l’umane luci;
poiché quell’ampia e rilucente schiera
d’ardenti faci in su ’l celeste campo,
quasi in publico agon vinti guerrieri,
abborrian vergognando
di spettator mortale il volto e ’l guardo.
Onde, battendo i vanni,
quai vezzosi Amoretti, a l’aria algente
là su dal ciel la soporosa turba
dolce scendea de la gran madre in seno.
Già sentonsi i mortali
tra nettaree catene i sensi avvolti,
che tolte de le cure omai le spine,
de la vita mortal godean la rosa.
E muto il tutto par, ed Eco è muta,
di moto privo e d’ogni senso è il tutto.
E saper non si puote,
in quel commune oblio grave e profondo,
s’ha suoi coltori o s’è deserto il mondo.
Sola tra sonno tanto, in molli piume,
Ariadna destossi, e in mezzo il petto,
sola tra ’l giel notturno, un rogo avea.
Ella, il padre fuggendo
da l’isola di Giove, a l’erma Nasso
con l’infido amator lieta giont’era;
infelice donzella.
E qui, sott’auree tende e reggia pompa,
che fu de l’amor suo pompa funèbre,
misera con lui giacque; ed a quest’ora
(poiché non dorme Amor, s’ha chiusi i lumi)
destavasi meschina,
e tra ’l sonno e ’l vegliar divisa e incerta,
la man distese al petto
del creduto, ma in van, Teseo vicino,
d’averne il tolto cor forse bramosa.
Stese, ma stese in vano;
indi con l’altra tenta, e tenta indarno;
e se pur le due gambe in cerchio mena,
e su quel letto sembra
natatrice d’Amor bella e dolente,
nulla tocca, null’ode e nulla sente.
Ma il timor, fatto in lei
di pauroso guerrier guerriero audace,
vince il nemico sonno, e ’l fuga a un punto,
onde, sciolta il bel crine,
e furiosa e ignuda,
lascia a un salto le piume, e fuor ne corre,
ma quieto il tutto e solo il tutto vede.
Lassa, ch’altro non scorge
che tra virgulti e fior l’aura pietosa
pianger suo scempio e sospirar spirando;
e le deserte tende
e ’l solitario lido
pieno d’infideltà, vòto di genti;
e l’ombre dense e nere
mostrar d’atri colori
la negra fé del mentitor malvaggio,
co ’l pennel tenebroso in lor ritratta.
Certa al fin del suo male, immota aggiaccia,
e le candide membra
del regno di beltà sembran cittadi
ove il nemico giel fiero trascorre,
e de’ sensi i castelli altiero abbatte.
Onde gelida stassi,
immobil fatta ed insensibil mole;
bella selce animata,
che foco ha tra le vene e giela fuori.
Ma in profondo pensiero,
quasi in ampio oceàn di turbid’onde,
sua conquassata mente ondeggia e nuota;
lassa, che certa mira
la fé rotta, il suo danno e l’altrui fraude.
Spesso larve le stima;
ma che? se pur è forza
che quel ch’è vero creda; onde dal duolo,
qual da turbo crudel rapita nave,
d’invendicabil ira
altamente avampando,
lungo incerto sentier rabbiosa calca,
de l’inferno d’Amor furia agitata,
che se in man non ha face, al cor la porta;
anzi una face tutta ed una fiamma
la misera rassembra; accesa, ahi doglia,
nel Flegetonte d’amorosi abbissi.
E qual brugiante face
da mille furie scossa e mille destre,
mille giri formava e mille vie,
e commossa mandava
faville di sospir, fiamme di strida.
O qual era il vedere
far ne la bella ignuda
la beltà co ’l dolor gara e contesa,
e con fiamma d’amor, fiamma di sdegno.
Sparsa il crin biondo, errava,
e verso il mar rivolto
parea correr volesse
a l’infido amator per annodarlo.
Ma quelle amate luci,
d’Amor vaghe fucine
ov’affinava, ov’aguzzava i dardi,
eran fonti di fiamme e fonti d’acque;
sì ch’allor si vedeano
con ammirabil tempra
sotto il placido ciel de l’alma fronte
duo nemici elementi
ne la sfera d’Amor in lega uniti;
ma in sì leggiadre guise
la maestra Beltade
ne la forma de l’un l’altro converse,
che l’acqua arder parea, stillar il foco;
e ne le guancie essangui
eran smarriti i bei vermigli fiori,
e mesti in lor s’impallidian gli Amori.
Ma talor si vedea, sendo fugato
da lo sdegno guerrier l’essangue duolo,
di feroce rossor, ma dolce e vago,
purporeggiar le tenerette gote.
Allor ne l’animate
purpure orientali
con le liquide perle in lor cadenti
e co ’l fin òr de le disciolte chiome
tesser pareva Amore
di conteste beltà dolce ricamo.
Ahi quante volte, ahi quante
con unghie empie radenti,
animati cortelli, che l’offerse
del tiranno Dolor l’Ira ministra,
tempestò d’aspre piaghe,
carnefice crudel, l’assangui gote.
Quelle opponean talora,
per far qualche difesa,
pur come aurato scudo,
il crin errante e vago;
ma quei ripari sciolti, ella meschiava
ferite di rubini,
stragge di lucid’oro,
e in giù cader vedeansi
di liquidi coralli amari rivi.
Squarcia il viso, le guancie,
il vago petto offende,
per offendere insieme
de l’infido amator l’empio ritratto.
«Teseo, Teseo» chiamava
tra’ singhiozzi la bocca,
«Teseo, Teseo» gridava
Eco, fatta per lei dolente e mesta;
ma risposta non ha quella, né questa.
A la beltà schernita,
a la beltà tradita
pianger parean pietosi
il cielo e gli elementi,
e vestirsi per lei d’oscure bende
lungi i caliginosi orridi monti.
Languian le molli erbette,
radoppiâr le viole
il leggiadro pallore;
parea la gentil rosa,
la regina dei fiori,
il rubino de’ prati,
contra l’infido amante,
sdegnosa rosseggiando, avvampar d’ira,
e contra lui le spine,
sua pungente famiglia, aguzzar tutte;
anzi è fama che l’ape,
ingegnoso augelletto,
mezzo il volante stuol d’Amore imago,
al pargoletto corpo, al mèle, a l’ago,
venne al purpureo labro,
ché rosa la stimò, perché ne tragga
aurei, celesti umori;
e ben tolti gli avria,
ma de’ sospir la disdegnosa schiera,
de l’esalante cor fiamme sorgenti,
la sospinsero in fuga.
Ond’ella, che conobbe
i suoi leggiadri inganni,
e de la bella e mesta il pianto e ’l duolo,
con susurrante lutto,
e girevol gridar, pietosa il pianse.
Corre al mar, ma ritarda
le delicate piante,
per poterle baciar, l’arena amante.
Appiattarsi fûr viste, ov’ella andava,
riverenti le spine,
di non offender vaghe
de’ teneretti piè gli avorii ignudi;
ma, più de l’altre ardite,
invaghite ben molte
per baciarla stendean l’acuta bocca,
baciatrici pungenti e crude amanti.
Ma d’amor, d’ira e duolo,
come d’acuti sproni,
e stimolata e punta,
ogni divieto rompe, e al lido arriva.
Quivi unita al terren, ruvida mole,
non so se scoglio o monte, al mar sé sporge,
de’ liquidi confini
del regno ondoso usurpator superbo,
che tra scagliose roccie,
e schieggie e aperte rupi
e precipizii orrendi,
mostra piene d’orror le membra ignude.
Sol poche parti ammanta
del suo petroso tergo
la verde de l’april feconda veste,
ma la sua steril cima,
d’ogni fregio spogliata, alta biancheggia.
Ed egli a punto sembra,
calvo e canuto il capo,
de la minuta arena annoso padre,
anzi, di scoglio cinto,
par orgoglioso in vista
de la sassosa turba antico duce,
o pur alto castello,
che di quel picciol regno in su ’l confine
contra il nemico mar la terra eresse.
Qua la donzella salse,
e qui s’offerse, ahi lassa, al mondo e al cielo,
di mal gradito amore,
di fida fé tradita
miserando spettacolo e infelice.
Essa il turbido sguardo,
che da lagrime spesse era impedito,
drizza a l’onde lontane, e lungi vede,
vede, o parle vedere,
l’infami infide vele
su ’l liquido sentier fuggir a volo,
ed al suo pianto mira,
via più del sordo mar, sordi quei legni.
Ferm’ella stassi e immota,
che lo stupor e ’l gielo
ripresso al cor profondo aveano il duolo;
poi disse: — Ahi Teseo, ahi Teseo,
tu con le vele in un la fede hai sciolta,
perché l’aura ne porti e fede e vele.
Vattene però, crudo,
d’ogni pietate ignudo,
teco fida verrà quest’alma amante.
Vattene, passa il mare,
e la tua infedeltà nel mar vedrai;
vattene, ch’alzeran per mio tormento
le vele tue de’ miei sospiri il vento. —
Così diceva, ed al parlar il varco
chiuse il dolor, ed ai sospir l’aperse;
sol parlavan per lei
i dolorosi omei,
sol parlava per lei dolente il mare,
ch’a l’arene spargendo,
quasi canuto crin, l’argentea spuma,
alto ululando accompagnolla al pianto.
Pianser la fé delusa
tra l’amoroso nido in riva al mare
Ceice e ’l fido Alcione, amanti e sposi.
E dolorosa risonar fu vista
la piscosa sampogna al gran Nereo.
E voi, ninfe cortesi
del ceruleo spumante,
sciolto l’umido crin, seco piangeste;
tu del fanciullo amato,
Galatea, rammentasti il fiero scempio,
e per esso e per lei pianto versasti.
Qua v’adunaste allora,
o conche, per raccor le vive perle
che le cadean dagl’occhi in grembo a l’onde.
E tu del mar signor, umido dio,
credesti ancor ch’un’altra dea d’Amore
da le lagrime belle uscir dovesse,
qual da le salse spume un tempo sorse.
Ma sparite le vele erano in tanto,
e sparita sua spene.
Sol agli afflitti lumi orrida s’offre
la vastità vorace
degli ondosi del mar aperti campi,
sol deserti paesi,
sol incolte campagne,
sol di belve e di mostri
empie caverne e spaventosi alberghi
scorge ne l’ora ombrosa
la leggiadra fanciulla ignuda e sola.
Che farà? che dirà?
Chi fia ch’a l’infelice
porga aita o conforto?
Duolsi, piange e s’adira,
ma nessun è che intenda
suo duol, suo pianto ed ira.
Su ’l sasso al fine s’asside,
che con le dure schieggie
avria ben forse offeso
quei candidi alabastri ignudi e molli,
ma quel pianto gentil tenero il rese;
poscia a la bella e ruggiadosa guancia
fa con la bianca man sostegno e posa,
e ’l sospiroso guardo in giù dechina;
e ben mille pensieri,
e ben mille disegni,
e ben mill’onte ed ire
forma, guasta, rinova, e in lor s’avvolge,
e delira con lor, con lor si strugge,
quasi gelida neve ai caldi rai.
A la pietosa e bella
dolorosa sembianza,
al simolacro amaro
d’un’estrema beltà, d’un duolo estremo,
già liquefatti in pianto
sarian la terra e ’l cielo,
ma quegli affanni acerbi
in gran parte celâro
l’ombre non anco spente;
e tu, sciolto aureo crin, forse temendo
che non ruini in questa guisa il mondo,
il bel viso umidetto anco ascondevi.
Fu veduto in quell’ora
il cieco alato iddio,
dispettoso e dolente
l’aurata sua faretra e l’arco e i dardi
rompere e fracassare.
E sovente asciugar a la donzella
con la benda degl’occhi il dolce pianto,
ed or con le gentili umide stille
mesto ammorzar la face.
Vedeansi a schiera a schiera
i pargoletti Amori
con querulo susurro intorno a lei
i suoi dogliosi affanni
pianger cortesi e spennacchiarsi i vanni.
Non così bella e dolorosa un tempo
là tra gl’idalii boschi
pianse la dea d’Amor l’estinto Adone,
né mai sì dolce in vista
amorosetto cigno
la sua morte gentil cantando piange,
com’essa, che in un punto
ne’ melati lamenti al petto altrui
e dolcezza e pietà desta e rinova.
— Partisti, — ella dicea —
partisti, infido, ahi lassa,
e mi partisti il petto,
ma se non si trattenne
mio semplicetto amore,
o la promessa fede,
o la mia certa morte,
trattener ti dovea, perfido, almeno
quel fil onde tua vita
a le tue membra è unita,
quel fil onde varcasti
de l’intricate vie
gl’insidiosi passi
del laberinto incerto.
Ma se d’un laberinto
poco dianzi io ti trassi, or perché, crudo,
laberinto maggior provar mi fai?
A le città paterne
n’andrai spietato, ed ivi
tra glorie, vanti e feste
orgoglioso dirai
l’ottenuta vittoria
del mostruoso parto
d’un mostruoso amore,
e le prove e i perigli
altiero accrescerai.
Ahi fiero; in mezzo questi
vanta, vanta spietato
la vittoria più degna,
la vittoria più illustre
d’aver in erma arena,
in solitario lido,
mezzo i notturni orrori,
e schernita e delusa e abbandonata
giovanetta donzella,
semplice amante e sola.
Ma se di me, malvaggio,
questa vittoria avesti,
perché la vinta, oimè, teco non porti?
Me tra l’altre tue pompe
miri schernita Atene,
e co ’l mostruoso teschio
del Minotauro anciso
in un condur si veda
questo mostro di doglia,
questo mostro d’affanni,
questo mostro d’Amor, mostro di sorte;
ed ivi forse alcuno
qualche stilla di pianto,
il mio amor condolendo e la mia fede,
mi verserà cortese.
Ma che vaneggia, ahi lassa,
infelice Ariadna?
Svellasi omai dal core
la traditrice imago,
arda fiamma di sdegno il vil ritratto.
Deh venite, venite,
fere selvaggie, e voi
or con unghie, or con morsi
cancellate cortesi
da questo infetto core
de l’empio mentitor l’iniquo aspetto.
E di fere esser preda
non ti doler, mio core,
se da fera maggior ancisa è l’alma.
Allor veloce e snella
io n’andrò spirto ignudo,
e indivisibilmente
or al tergo, or ai fianchi,
quasi arrabbiato veltro, contra l’empio,
che per lo mar sen fugge,
latrerò, morderò, sì che in quest’onde
novamente si veda
altra Scilla d’Amor, anzi di sdegno.
Prenderò, cangerò contra il crudele,
com’è vario il mio mal, varie le forme.
Frangerò l’empie vele,
romperò remi e legni,
farò che co ’l mio pianto
sorga larga procella,
e con miei fieri gridi
e con gl’irati sguardi
formerò tuoni e lampi;
de’ miei sospiri il vento
gonfiarà l’ampio mare,
sgorgherà dagli abissi
la caligine eterna,
e l’aria impura ed empia
cingeran l’atre nebbie,
ed usciranno a gara
e voleran veloci,
mezzo i tartarei orrori, i mostri ardenti;
e Sfingi ed Idre e Draghi,
e Briarei superbi,
ed altri (se di loro
ha il regno di Pluton forme più atroci)
girinsi intorno il guardo
del fuggitivo iniquo,
e minacciosi e fieri
gli appresentin vicina
irreparabil morte,
e, tra lor lagrimoso,
il mesto spirto mio voli e s’aggiri,
e dica: Ahi troppo indegna
ed iniqua mercede
diede un infido amante a fida fede.
Ma che penso? che parlo?
Dove, dove infelice,
di pensier in pensier trascorro e piango?
Io pur qui neghitosa
lacrimando m’assido,
e con vane parole
e con folli disegni il duol ravvivo.
Ahi delusa, ahi dolente,
forse quest’aria ombrosa
che coprì tue sventure,
e quest’onde nemiche
che rapîro il tuo ben daranti aita?
Dov’afflitta m’avvolgo?
Invocherò le stelle,
che, dolorose anch’esse,
mentre or io mi querelo,
per non veder mio duol fuggon dal cielo?
Ardisci, o core, ardisci,
ecco l’onde vicine, ardisci, ardisci,
e se ’l foco provasti, or prova l’acque.
Questo mar, del mio duolo
fatto forse pietoso,
dentro il liquido sen grato accogliendo
queste cadenti membra,
a l’amata cagion del mio dolore
mi renderà cortese.
O pur co ’l freddo umore
estinguerammi il foco,
e co ’l foco la vita. —
Così diceva; ed ecco
tramortita sen giace,
e pallidi ed essangui,
smaltati, oimè, per tutto
fûr di gelate perle i vivi argenti.
Chiude i lumi la vista omai smarrita,
e un imago di morte a lei dà vita,
e ’l corpo, infermo e lasso,
sopra un sasso parea gelido sasso.
Così piangendo un giorno
dolorosa cantava
la teneretta Filli;
Filli, che del suo Adone
era amante ben sì, ma non amata;
e ne l’altrui dolore
la sua pena spiegava,
quando il vago fanciul mesta lasciolla
non lungi il monte che cocenti ardori
dentro accoglie, al par d’essa, e gela fuori.

20: vergogando > vergognando. 71: d’auri > d’atri. 126: esangui > essangui;oscillazione. 142: dolor > Dolor; l’ira > l’Ira. 241: l’infame > l’infami. 268: Ciece > Ceice. 320: s’avrian > sarian. 335: meste > mesto. 438: d’atre > l’atre. 441: mezo > mezzo; oscillazione. 467: suo > tuo. 472: fugon > fuggon.





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