Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Antonio Bruni [1593 - 1635]

Da “Le epistole eroiche” [1626]
XIV
[Sofonisba a Massinissa.]

   Mentre gli occhi a le lagrime discioglio,
scriva la man col sangue, e quel rossore
che manca al tuo sembiante abbia il mio foglio.
   Sdegno spiri il pensier vie più che amore,
e la mia fé schernita altrui dimostri
svenato il braccio e lacerato il core.
   In questi amari miei vermigli inchiostri,
s’altri gli guarda mai, spero ch’almeno
si tinga di pietà, se non s’inostri.
   Sì dunque, o Massinissa, il bel sereno
de l’amor che la destra e ’l cor mi giura,
qual baleno svanisce in un baleno?
   Qual rigido destin, qual ria sventura
miete in erba i miei fasti, anzi la vita?
Chi su l’alba il mio dì smorza ed oscura?
   Misera Sofonisba! oimè, tradita
l’hai tu, crudel, con ferità latina,
pria da te vinta, e poi d’amor ferita.
   De la nobil Numidia alta reina,
e del regno d’Amor trionfo altera;
il mio volto, il mio scettro ogn’alma inchina.
   Gemina maestà placida impera
ne la mia fama, oltre l’Idaspe e ’l Moro,
a qual gente è più barbara e più fiera.
   Più che di gemme oriental tesoro,
m’orna aspetto reale; ho su la fronte
corona di beltà vie più che d’oro.
   E ’l romano campion passa ogni monte,
varca ogni fiume e ’l mio reame assale
e desta a mie bellezze oltraggi ed onte;
   mentre tu, seco unito al mio gran male,
vinci invitto il mio regno, e m’incateni,
a me negli anni ed in bellezza eguale.
   Allor, preso d’amor, che teco io meni
in nodo marital le notti e i giorni,
brami; e le nebbie mie squarci e sereni.
   Quinci, lassa (oh mie gravi ingiurie e scorni,
oh servili e durissimi legami
di cui vien che me stessa onori ed orni!)
   fia ch’amante io ti segua, e sposo io t’ami,
mentre leghi il mio sposo, il gran Siface,
e sconfitta mi vôi, vinta mi brami.
   E là dove il mio trono a terra giace,
l’alma al tuo amor sollevo e, fra gli ardori
di Bellona, d’Amor tratto la face.
   E poss’io tra le morti e tra i furori,
con disprezzata man, fredda qual ghiaccio,
destar le Grazie e suscitar gli Amori;
   anzi, mentre i miei fidi in stranio laccio
languiscon di dolor, d’amor poss’io
languirti in seno e tramortirti in braccio!
   Ma che? troppo il tuo volto è vago e pio;
più che ’l valor, la tua beltà guerreggia,
e vince i miei guerrieri, e più ’l cor mio.
   Miro e piango i miei fasti e la mia reggia,
e, di pianto amoroso ancor stillante,
la tua grazia in amor l’occhio vagheggia.
   Erro, ma non ho schermo, egra e tremante;
donna, tenera e molle, or che far deve
già preda e serva a vincitor amante?
   Erro, e in amore il mio contrasto è breve;
ma pur pietà, non che perdono, io merto,
ché se ’l fallo è d’amore, il fallo è lieve.
   Così, vinto il mio regno, e ’l core aperto,
trionfando ne vai di me, de’ miei,
o di Marte, o d’Amor guerriero esperto;
   e fra soavi lagrime ed omei
passi (oh vergogne mie!) dal campo al letto,
via più fabro d’amor che di trofei.
   Quivi il bel fianco ignudo, ignudo il petto
t’offro; ne’ lacci tuoi forti e tenaci
godon l’anima avvinta, il sen ristretto;
   e quivi or fra le risse or fra le paci,
giungi a’ molli sospir dolce lusinga,
a le lusinghe i vezzi, ai vezzi i baci.
   Sai ben, la ’ve a la pugna Amor s’accinga,
come labro con labro in un s’accoppi,
come core con core in un si stringa;
   anzi, mentre al desio l’ardor raddoppi,
doppian per te, solo a’ diletti inteso,
le catene le braccia e l’alma i groppi.
   S’è di mia pudicizia il pregio offeso,
in me provo il rossor, dal labro impuro
di lascivia assai più che d’ostro acceso.
   E poi (ben di mia stella orrido e scuro
tenor!) fra tenerissime dolcezze
mostri il cor di diamante assai più duro.
   Empio e crudo che sei, di mie bellezze
sazio, or torci da me le luci amate,
che fûro in prima a vagheggiarmi avvezze.
   E, le leggi d’amor rotte e sprezzate,
se de l’armi il furor l’alma non pave,
mi dài colme di fel coppe gemmate;
   mentr’è ancor la tua bocca umida e grave
de’ miei baci, il veleno a me presenti
in difetto del nettare soave.
   Dunque, in ora sì breve in te fian spenti
tutti i sensi d’amore? in te s’annida,
in te spirito uman, dunque, pur senti?
   Dunque, fia ch’a te il sol splenda ed arrida,
s’ei, che su l’alba già sposo ti vide,
ti vede anco su l’alba empio omicida?
   Perché il cor con la man, con voglie infide,
se promette la fé, la fé schernisce,
se mi giura l’amor, l’amor deride?
   Ben più che l’alma, in te l’amor languisce;
brina in neve sì tosto, o neve in spuma,
come la fiamma tua già non svanisce.
   Dura più nebbia a sole, e fiore a bruma;
già più di te volubile e leggiero
non ha volo l’augel, augel la piuma.
   Quindi, tanto infedel, quanto guerriero
(amante io non dirò, s’amor gentile
sprezzi, vie più che uman, spietato e fero),
   porgi in vece d’anello e di monile
ai solenni imenei lacci e catene,
con servaggio sì barbaro e sì vile;
   e ’l tesoro che in don da te mi viene,
è vascello che tòsco a me sol porta,
e, col dono primier, l’ultime pene.
   Deh non tronchi mia vita, a pena attorta,
altro che ’l ferro tuo; so che mi vuoi
al tuo trionfo e catenata e morta.
   Ben riede il fato in me degli avi eroi,
del forte genitor, del gran campione,
d’Asdrubale, ch’illustre è sì fra noi;
   di lui che coltivò l’armi e l’agone
col sudore e col sangue, e talor, doma
l’oste, intrecciossi al crine auree corone;
   di lui, che in un d’allor cinse la chioma,
e con lume d’onor, che non s’imbruna,
fe’ superbe cozzar Cartago e Roma.
   Ma giace vinto al fin; ned altri aduna
l’ossa famose e ’l glorioso busto,
com’io d’amor trastullo, ei di fortuna;
   proviam ambi il destino e ’l cielo ingiusto,
fatti già spettator de’ nostri scherni
orgoglioso il Metauro, il Tebro augusto.
   Lassa, ma pria che in me rigido verni
di morte il gelo, io spegnerò l’indegno
foco e del foco i sensi e i moti interni.
   Sì, sì, perdasi amor, se persi il regno;
m’abbian morte ed amor tra le lor prede;
siasi, tradito amor, giusto lo sdegno.
   Ben cieco è chi tue frodi oggi non vede:
ecco, priva d’amor, d’amante, io giaccio;
ecco, rompo l’amor, qual tu la fede.
   Già fui tutta di foco, or son di ghiaccio,
serva no, ma nemica; a’ tuoi trionfi
mi vedrai morta, pria che serva al laccio.
   Invano, invan di mia beltà trionfi,
di Numidia e d’amor barbaro infido;
invano, invan del tuo valor ti gonfi.
   Cerca omai che del Tebro al patrio lido,
de le tue glorie illustri e pellegrine,
pria che tu quivi aggiunga, aggiunga il grido;
   ché già le vaghe vergini latine
mostran, perché ’l lor bello ami ed ammiri,
latteo sen, rosea guancia, aurato crine.
   Già già nel grembo tuo le abbracci e miri:
vie più dolci de’ miei so che saranno
misti i lor baci a languidi sospiri.
   Ma so pur ch’amarissime godranno
le dolcezze d’amor: fian mie rivali
sì nel provar l’amor, come l’inganno;
   non mancheran già loro urne regali
dove ondeggi il velen ch’immerga e chiuda
in caligine eterna i dì vitali.
   Certo è pietà, far che vulgare e cruda
man col laccio o col ferro in me non privi
del suo corporeo vel l’anima ignuda!
   Regio e degno pensier, ch’altri l’avvivi
con lode ognor, rubarmi il regno e il trono,
tôrmi la fama, e me ritôrre ai vivi!
   E sì vil, sì schernita ancor ragiono?
Vivo ancor, spiro ancor? l’uomo sì pio
pur la vita m’invola, e viva io sono?
   Moro, ma pria vuo’ spento il fuoco mio;
il velen beverò, pur che ne’ miei
scorni beva ogni età l’acque d’oblio.
   A l’incendio mio spento or sì che dêi
scaldar l’alma col gel, mentre al mio foco
breve punto scaldarti non potei.
   Non sarò più di te favola e gioco;
chiuderò gli occhi, ove al tuo amor gli apersi;
avrà in vece d’amor l’odio in me loco.
   In preda ai venti poi parte si versi
di quel foco la cenere gelata,
parte asciughi il mio sangue in questi versi.
   Ma de la vita mia da te sprezzata,
reliquia miserabile e funesta
siasi la polve al tuo gran danno armata.
   Quasi turbo sonante ed ombra infesta,
io, io, rivolta in polve, ovunque andrai,
t’apparirò crudel, non che molesta;
   sdegnerò, t’odierò quanto t’amai;
e di larve e d’orrori avvolta intorno,
turbando, ove tu sia, la luce e i rai,
   l’ombre sol mi fian grate, in odio il giorno.




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