Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Marcello Macedonio [1582 - d1620]

Da “Le nove Muse” [1614]
VII
Adone. Poema drammatico.

   [Dall’atto V]

VENERE
Se’ morto, Adone mio!
e chi t’ha sì mutato,
oriente d’amore,
in occaso di morte?
Alba mia, chi t’assera?
sole mio, chi t’eclissa?
giorno mio, chi t’annotta?
Viso, estinto mio foco,
fronte, oscuro mio cielo,
occhi, morte mie stelle,
bocca, muta mia cetra;
chioma lucida e cara,
perduta mia ricchezza;
bella guancia e bel seno,
secca mia primavera;
e leggiadra persona,
spezzata mia colonna;
deh, qual fosti e qual sei?
O de l’alme più degne
aperta prigionia;
o stendardo d’Amore
lacero ed abbattuto;
o scettro del suo regno
calpestato e rapito;
imagin di pietà, non di beltade,
fontana di dolor, non d’allegrezza,
spirato e non spirante zefiretto.
O pompa fatta orrore,
o manna fatta assenzio;
gioia oppressa da lutto,
riso immerso nel pianto.
Sostenetemi, ancelle,
che manco per affanno;
e con occhi pietosi gareggiando,
portate larghi tributarii fiumi
a l’infinito mare
de le lacrime mie.
Troncatemi i capelli,
che morto il caro Adone
han perduto il color che vinse l’oro;
spogliate d’ornamenti
la misera bellezza
impoverita in tutto
de l’usata sua luce,
quasi luna che manchi
se le tramonta il sole;
e suoi più foschi e vedovili manti
per vestir il mio sen chiedete a Notte;
traete, lacerate
la porpora già fredda
del mio pomposo e corallino letto;
tarpate l’ali candide a’ miei cigni;
e de’ marini gorghi
fate sepolcro a l’argentata conca,
mio diletto navigio;
spegnete ad uno ad uno
i raggi matutini
de la mia rugiadosa e dolce stella;
ed al fin desolate
quanto riman di vago
ne l’amoroso impero,
ch’altro che duol non chero.

LE GRAZIE TUTTE INSIEME
È seccato il bel giglio,
di queste piaggie odore
e ghirlanda d’amore;
è morto Adone il bello, Adone il vago;
facciam degli occhi un rio, del petto un lago.

IL CORO DEGLI AMORI
S’ha portato ogni raggio
ch’apparia nel bel viso
lo spirito già diviso,
più non si vegga mai luce o sereno;
mora il celeste sol, spento il terreno.

VENERE
Ma qual sarà la tomba e quai l’essequie
degne di sì bel corpo?
Fate, o ministre mie,
che i più scelti scalpelli di Corinto
intaglino un colosso
d’elitropia sanguigna,
o viva statua d’alabastro puro,
o vago mausoleo d’agata pinta;
o che i fabri di Menfi
in forma di piramide superba
aguzzino il topazio;
o ch’inalzin da terra
un’iride ingemmata,
il giacinto inarcando su ’l zaffiro
e curvando il zaffir su lo smeraldo;
o, quel che più m’aggrada,
fate da mano egregia
darsi figura d’infiammato core
a scintillante e lucido rubino,
che mostri a’ viandanti
tra profonde ferite
queste note scolpite:
«Lacrima, o peregrino,
su questo core ardente
di Citerea dolente;
lo fa pietra il dolore,
lo fa seplcro Amore,
e pietoso vi pone
le ceneri d’Adone».
E così fia quest’urna
un’imagin verace
de la già fabricata entro il mio petto,
a punto nel mio core,
per le mani d’Amore.

LE GRAZIE TUTTE INSIEME
Sepolto in sì bel seno,
non hai d’invidiar, garzone felice,
la sepoltura occidental del sole:
quei, morendo la sera,
nel gran tempio del cielo
ha l’occaso per tomba,
e par che sopra lei
un nobil epitafio
con caratteri d’or scrivan le stelle;
ma son pompe nascoste
fra tenebre profonde;
e tu, sole amoroso,
ricettato in quel core,
non se’ già sepelito
fra l’ombre de la notte,
ma ne l’inestinguibile oriente
d’un cielo più lucente.

VENERE
Intanto voi, fanciulli,
spogliate l’ali d’oro,
i coturni d’argento,
le divise dipinte,
le faretre pompose;
gli archi e i dardi rompete
e le faci spegnete.
Sian divisi gli offici:
parte su ’l corpo essangue
faccia cader con odorosa pioggia
i colorati nuvoli di fiori;
parte co ’l pianto il bagni,
e con le bende sue parte il rasciughi;
parte di largo nettare l’asperga
e sopra gli distilli
il balsamo e la mirra;
parte a le care membra
faccia volar intorno
l’odorifero spirto
del nardo e de l’amomo,
e d’esalato incenso
folta nebbia distenda;
parte sopponga gli omeri a la bara
di cipresso o di cedro;
e recidete tutti
i be’ crespi capelli,
e qual di coltra d’oro
copritene il ferètro;
d’ispido pin vestite il nudo capo
e dite lamentando
i funerali carmi;
e ’l mio gran figlio squallido ed inerme
serva al tristo trionfo
de la nimica Morte;
e per l’isola tutta
ogni piaggia, ogni bosco,
ogni valle, ogni monte,
ogni fiume, ogni vento
acquisti senso, e con umana voce
si lagni ed alzi un doloroso oimè;
e con questo apparecchio
si porti a sepelire
il cadavero amato.
Ma certo non andrai solo a la tomba,
Adone, eterna morte
de l’immortal mia vita;
io vo’ sempre, non solo
la memoria nel cor, ma ne le braccia
le tue ceneri fredde e l’ossa ignude,
ché per accompagnarti
(poiché morta non posso)
sarò con ferma voglia
del tuo bel sasso abitatrice viva.
Se mi è tolto il morire,
possomi sepelire.
Ahi ahi ahi ahi!

IL CORO DEGLI AMORI
Già non pote onorarsi
Adon più degnamente
che con le ricche tue lacrime, o Diva,
che prodiga in lui spandi.
Son fatti alberghi al pianto
i begli occhi divini
che fûro stanza a l’allegrezza, al riso;
scorrono amareggiati i dolci fonti,
e si mirano oscuri
i duo lucenti specchi.
Veggiam le fiamme vive inumidirsi
e per duol distillarsi il sole in acqua
e senza nube il ciel sciogliersi in pioggia;
e l’alme luci, in cui
il meriggio d’amor cocente ardea,
or molli e cinte di vermigli giri
son trasformate in rugiadosa aurora.
Fansi conche marine
le due celesti sfere
e si cangiano in lor le stelle in perle.
Misero Adon, ma fortunato in tanto
che lo bagna il tuo pianto.





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