Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Marcello Macedonio [1582 - d1620]

Da “Scelta delle poesie di Marcello Macedonio” [1615]
IV
[Le vesti di vari colori.]

   Quei tuo’ vaghi colori
onde vai tanto altera,
variando or le bende ed ora i manti,
in te son quasi fiori,
cara mia primavera,
che togli dal mio cor verno di pianti.
Or fingi gli amaranti,
or ne mostri le rose,
or viole ed or gigli
dolcemente somigli
ne le felici tue spoglie amorose;
né manca a sì bel maggio
d’un vivo sole il raggio.
   Torbido il ciel sovente
mostra in segno di pace
fra le nubi dipinte un arco vago.
O corpo adorno, ardente,
tu se’ cielo verace,
ché de l’altro io conosco in te l’imago.
Ed oh quanto m’appago
mirando che ti cinge
con sì vario colore!
Si consoli il mio core,
ché ne le spoglie sue l’iride pinge
questo ciel di beltade
e promette pietade.
   Fu già de’ saggi avviso
che forman la bellezza
i vivaci color d’eguali membra;
però l’amato viso
ha cotanta vaghezza,
quindi armato ed ardente ai cori sembra.
E costei, che rimembra
sua bellezza infinita
farsi da color vari,
or negli abiti cari
diversa di color pompa n’addita
e mostra il bello, accolto
ne le vesti e nel volto.
   Dal mondo tenebroso
i colori hanno essiglio,
né si veggon da noi senza luce;
l’azzurro e il verde, ascoso,
e sepolto è ’l vermiglio,
allor che l’ombre sue notte n’adduce.
Se quel sol che riluce
in due pupille ardenti
nascondesse i be’ rai,
i colori più gai
certo fôran per me languidi o spenti.
Or, perché sono in lei,
son belli agli occhi miei.
   Voi, mirabili ingegni,
che movete i pennelli
per imitar ne l’opre sue natura,
oh che novi disegni,
oh quai colori belli
usa costei che l’arti vostre oscura!
E, pittrice e pittura,
ella fia che vi mostri
come ben si dipinga,
qual color più lusinga.
Imparate da’ suoi temprar i vostri,
ché talor pingereste
qualche forma celeste.
   Vo rimembrando spesso
l’animal che si crede
viver digiuno o sol d’aria cibarsi:
scolorito in se stesso,
dovunque posa il piede
suol del color che gli s’appressa ei farsi.
Ed io lo cor mutarsi
a que’ colori sento:
questa cangia le spoglie,
ed io cangio le voglie;
e n’acquisto or dolcezza ed or tormento,
e mi discopro in fronte
novo camaleonte.
   Occhi belli ond’io ardo,
occhi crudi ond’io moro,
poiché sì vaghi di colore sète,
a me girate il guardo,
ché con altro lavoro
altro nel viso mio color vedrete.
Ch’io son ghiaccio direte,
se ne la fronte essangue
la pallidezza ha loco;
direte che son foco,
se mi fugge dal cor nel volto il sangue.
L’uno e l’altro mi viene
da voi, luci serene.
   Fia vantaggio, canzon, ch’io ti nasconda,
ché mal con fosco inchiostro
sì bei colori hai mostro.




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