Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Pietro Casaburi Urries [? - XVII sec.]

Da “Delle sirene” [1685]
CIII
I capegli della Maddalena a piè di Cristo Signor Nostro. «Fides tua te saluam fecit. Vade in pace. Ex Luca». Al padre Daniele Bartoli.

   Già le squadre spartane
mancar vedendo i marziali arnesi,
volger pensâro agl’inimici il dorso;
ma già, qual Furie insane,
i gridi son delle consorti intesi,
che portan con le chiome aureo soccorso.
Qui più d’un duce accorso
mirò, nati di Venere dall’arte,
bellicosi teatri aprirsi a Marte.
   Delle trecce recise,
su’ molli boschi in un baleno insorti,
sudan più destre, e gran lavor si preme;
languendo in varie guise,
sente il popolo omai da’ crini attorti
di sua vita allungar le fila estreme;
né di cader più teme,
mostrando il forte Acheo superbo intanto
ne’ crini aver d’ogni gran guerra il vanto.
   Dalle fami voraci
altri fansi alle prue canapi e ponti,
per trar l’esche nemiche accolte in esse.
Stesi i lacci tenaci,
altri l’umida vita alzan da’ fonti
dall’atra sete alle falangi oppresse;
altri a rocche inaccesse
apronsi alfin vittoriosi i varchi,
fatti scale alle mura e corde agli archi.
   Cedano il vanto altero
or le chiome spartane a’ tuoi bei crini,
bell’amazone ebrea, cedan gli allori;
non già perché sì fero
celebri di Sione entro i confini
a’ trofei che portâr d’alme e di cori,
ma con prove maggiori,
perché giunsero a far più degno acquisto,
le vestigia inseguir del piè d’un Cristo.
   Con l’armi congiurate
di tue bellezze a soggiogar più drudi,
al sovrano motor guerra intimasti;
le sue Grazie cangiate
in Furie ultrici, in su l’eterne incudi
fulmini fabbricar quindi ascoltasti;
a te chiuso mirasti,
e promesso ad altrui dal suo gran sdegno,
già tuo proprio retaggio, il sommo regno.
   Famelica languiva
la tua bell’alma; e da’ superni assedi,
tolto ogni varco, agli alimenti addita;
quando udì che sen giva
vagando un re che dall’empiree sedi
conduceva quaggiù l’ésca gradita;
quindi a predarlo uscita,
quella nave arrestar col crin ti scerno,
che degli angeli porta il pane eterno.
   Fra sitibondi incendi
ascoltando ch’un fonte apriasi in alto,
ov’è l’acqua profonda altrui contesa,
voli, e quivi distendi
de’ crini i lacci, e nel soave assalto
l’umor ne traggi alla tua sete accesa:
sì nella chiara impresa
rinfrescata irrigò la tua bell’alma
con quell’acqua immortal la sua gran palma.
   Alfin da te previste
dell’eterna città l’eccelse mura,
che solide, qual bronzo, esser credesti,
catapulte e baliste
a superar l’altissima struttura
poi che macchine vane anco scorgesti,
a due piante celesti
or correndo a legar le chiome belle,
varcar puoi l’etra et assalir le stelle.
   De’ crini a’ dardi aurati
degli eserciti il dio schermo non vede,
ché gelò del suo sdegno il brando ardente;
scorge gli usci stellati
che l’eterna milizia a te concede,
né fia gli assalti a sostener possente;
sforzar quindi si sente
da te, di fede amazone sagace,
di propria bocca a pubblicar la pace.




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