Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Pietro Casaburi Urries [? - XVII sec.]

Da “Delle sirene” [1685]
CII
Susanna ignuda nel fonte. A monsignor Nicolò Antonio di Tura, vescovo di Sarno.

   L’impura frode, a’ danni miei celata,
del casto sen la continenza esclude,
ch’a voglie oscene io con le membra ignude
sul fonte assembrerò statua gelata.
   Voi, togati lascivi, al mio conforto
invan ruine insidiosi ordite,
ch’a custodirmi entro l’alee fiorite
il fior dell’onestà mi basta un orto.
   Incontro Amor, che l’innocenza inganna,
saprà, se in grembo a gelida fontana
le libidini altrui schernì Diana,
le vostre oscenità schernir Susanna.
   Non vola qui con aliti lascivi
Zeffiro innamorato in braccio a Flora;
qui non osa inviar, sorta l’Aurora,
dietro il suo cacciator baci furtivi.
   D’Aci svenati a’ palpiti qui pronti
non gorgogliano mai fontane impure,
né qui Salmace espone a molli arsure
d’acque trasformatrici osceni i fonti.
   Le chiome di smeraldi a’ ciprii arcieri
qui non san cultivar mirti profani;
e qui sprezzano ancor gli Apolli insani
della vergine Dafne i lauri alteri.
   Smorzino qui gli scelerati ardori
del vostro crin le gelide pruine,
ché di quel crin fra le nevose brine
delle vostre follie ridono i fiori.
   Anzi il bollor, che l’anima v’opprime,
qui potrà raffrenar le vampe oscene,
ch’un fido april su le fiorite scene
le tragedie d’amor ne’ fior v’esprime.
   Esercitando a’ suoi martìr tre lingue,
recita il croco i fati suoi dolenti;
e di smilace sua gl’infausti eventi
con un fiorito prologo distingue.
   Del proprio sangue Adone il sen dipinto,
ne’ teatri d’april mesto dichiara,
molle amator, la sua gran doglia amara,
quando restò dal dio dell’armi estinto.
   Odorato istrione, ecco il Narciso
di Cupido gl’inganni a voi palesa,
che, del suo petto all’empia fiamma accesa,
giacque in un rio, nel proprio sangue intriso.
   La pupilla degli orti, ivi la rosa
di Venere le piaghe ancor dimostra;
e, mentre di quel sangue il grembo innostra,
narra il suo duol con sincope odorosa.
   De’ vostri petti all’amorosa brama
amarezze darà mirra d’Oronte,
ch’a me qui porge, assicurato il fonte,
con fragranze di Saba odor di Fama.
   Sarò dell’acque entro gli argentei flutti
di costanza pudica un vivo scoglio,
et in un orto insidiato io coglio
d’eterno onor, d’eterni vanti i frutti.
   Mentre l’Olimpo onnipotente invoco
l’empia face a smorzar, che ’n voi già nacque,
struggano qui le frenesie dell’acque
nel vostro sen le frenesie del foco.
   Del bel verziere entro le vie gioconde
pubblicherà da’ Geti all’onde maure
la mia costanza il fremito dell’aure,
i vostri falli il mormorio dell’onde.
   De’ vostri inganni ingiuriosi all’onte
godrò d’inclita Fama aure più chiare;
e s’un dì Citerea nacque nel mare,
oggi qui Citerea mora nel fonte.
   Co’ lacci legherò dell’auree chiome
delle vostre licenze il corso osceno;
e, dove rende immacolato il seno,
serbi Susanna immaculato il nome.
   Del mio candido petto il gelo ignudo
estinguerà le vostre fiamme accese;
né sa temer dell’impudiche offese,
ch’a casto sen la nudità fa scudo.
   Cada dell’acque entro i zaffiri algenti
spento l’ardor degli acidalii falli;
sieno del fonte i liquidi cristalli
della mia purità specchi lucenti.




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