Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Pietro Casaburi Urries [? - XVII sec.]

Da “Le saette di Cupido” [1685]
II
L’impazienze di Narciso, invaghito di se stesso.

   Portenti di bellezze! Ardor che bolle,
già mi folgora in sen linfa gelata;
e serba, idolatrando immago amata,
anima ch’è di smalto, onda ch’è molle.
   Ne’ freschi rivi, onde conforto invoco,
per me vampe susurra aure di Gnido,
et a’ miei danni il traditor Cupido
alimenta nell’acque il mio bel foco.
   De’ cori espugnatrice idalia prole,
come baleni ardor fra l’onde algenti?
come vibra al mio sen vampe cocenti,
se in Aquario risplende il mio bel sole?
   Qui di tanti chiarori orna la fronte,
ch’in mezzo all’onde il dio di Cinto appare;
e se ’l sole talor posa nel mare,
oggi il sole fra noi posa in un fonte.
   Dagli omeri dell’onde, ove già nacque
la dea di Cipro, Amor m’avventa il telo;
e, se vantano l’acque albergo in cielo,
ora un ciel di beltà veggio nell’acque.
   Forse nell’acque a saettarmi il core
alberga Amor con fólgori volanti?
E ben convien per allettar gli amanti,
ch’ove nacque Ciprigna alberghi Amore.
   Ma chiunque sei tu, che i molli argenti
abiti di quel rio, beltà del polo,
vieni qui meco, ov’è fiorito il suolo,
a sanar del mio cor le piaghe ardenti.
   Teco aspirando all’acidalia palma,
sarà, di tua beltà godendo il fiore,
nel mio sen, nel tuo sen diviso un core,
nel mio cor, net tuo cor divisa un’alma.
   Mentre de’ labri tuoi l’ible vivaci
godrò baciando in su l’argentea riva,
dagli antri ascoltatori Eco lasciva
distinguerà moltiplicati i baci.
   Sol delle guance tue gli ostri vermigli
ritrar sugli orienti ama l’Aurora;
e di latte dipinti in seno a Flora,
gli alti candori tuoi bramano i gigli.
   D’odorifere idee smaltati i campi,
con vampe inusitate ardono i fiori,
che nel bel sen su’ mattutini albori
di tue pupille han miniati i lampi.
   Se son del ciel le tue beltà gradite,
vago cielo di fior t’offrono i prati,
se son gli astri lassù fiori stellati,
son le calte quaggiù stelle fiorite.
   Del tuo volto idolatri ardono amanti
fra i lor ghiacci odorosi i bei ligustri;
e nutrono per te, sprezzando i lustri,
eterne arsure i teneri amaranti.
   Talor dell’alba in su l’argentee brine
straccia Clizia del crin l’ambre odorose,
e sol degli orti infra le gemme erbose
ama l’aureo tesor del tuo bel crine.
   Qui lacera per te de’ suoi lamenti
le foglie istoriate il bel Giacinto,
e, ribellato all’idolo di Cinto,
gode negli occhi tuoi duo soli ardenti.
   Mira quel fior ch’ha ricamato il seno
del molle april di porpora vezzosa:
mentre sembra quaggiù stella odorosa,
ama del tuo bel viso il ciel sereno.
   Ecco d’ostri odorati Adone asperso,
di Ciprigna disdegna il bel sembiante;
e, fatto sol di tue bellezze amante,
stilla favi di Gnido in fior converso.
   Qui s’ascondi talora il tuo bel viso,
con aerei sospir l’aura delira;
e tra molli smeraldi ognor si mira
in bocca a’ fiori agonizzante il riso.
   Miniando di lai foglie erudite,
per te langue fra gli orti il mesto Aiace;
e, sentendo per te l’idalia face,
fra i verdi smalti suoi piange la vite.
   Ma più dell’alma a’ gemiti s’indura
l’immago di diamante, onde sospira.
già del mio cor le frenesie non mira,
già del mio sen le tirannie non cura.
   Allor più sembra alle mie vampe algente,
allor men vive alle mie voglie amante,
quando a’ palpiti miei langue penante,
quando a’ languori miei geme languente.
   Trovo in gelida fonte ardor che sface,
sento in liquido gelo onda che coce,
mi dà vaga beltà piacer che nòce,
m’offre dolce beltà gioia che spiace.
   Voi, del mio pianto ascoltatrici, o fere,
voi, del mio duol mormoratrici, o sponde,
voi, del mio mal susurratrici, o fronde,
voi, del mio foco emulatrici, o sfere,
   palesate alle selve i miei deliri,
divulgate fra l’onde i miei tormenti,
dichiarate per l’aria i miei lamenti,
publicate alle stelle i miei sospiri.
   Ma già nutro nell’alma insano errore:
vuol ch’adori me stesso astro fatale;
son piaga e piagator, bersaglio e strale,
son nodo et annodato, ésca et ardore.
   Sembro al rigor d’una battaglia amara,
sembro all’idolatria d’un nume altero,
saetta e saettato, arco et arciero,
vittima e sacerdote, idolo et ara.
   Poiché m’agita il sen vampa vorace,
poiché a’ miei lustri i precipizi affretta,
mi lusinga agli strazi error che alletta,
mi consiglia le pene error che piace.
   Sospiroso adorando il mio bel volto,
amo l’oggetto mio da me diviso;
la beltà che desio porto nel viso,
la beltà che possiedo aver m’è tolto.
   Da’ miei begli occhi incatenato io fui,
rassembrando a me stesso idolo ignoto,
ond’estinta cadrà per man di Cloto
un’alma sol martirizzata in dui.




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