Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Pietro Casaburi Urries [? - XVII sec.]

Da “Le saette di Cupido” [1685]
I
Gl’incendi di Giove innamorato di Calisto.

   Non più fulmini, o Bronti. Amore infido
ognor m’avventa insidioso ardore;
già con duo lumi ha fulminato il core
al Dio de’ tuoni il fólgore di Gnido.
   Del nudo arcier le rigide facelle
ardono in ciel della mia stella a scorno;
e si vedrà d’un vago viso adorno
l’autor degli astri idolatrar due stelle.
   Al mar gli azzurri, alle campagne il verde
conservar dall’Olimpo in van procura;
custodir l’universo oggi non cura,
se ’l custode del mondo Amor già perde.
   D’un vago ciglio al fólgore, che lampa,
fia ch’un bel viso il dio de’ numi adori;
chi smorzò di Fetonte i gravi ardori,
di Pafo già tra’ molli incendi avvampa.
   Con vampe espugnatrici al dio tonante
le viscere impiagâr dardi elimei;
e ’l nume avvezzo a debellar Tifei
vinse di Cipro il bambolo lattante.
   D’arcada ninfa il rutilante oggetto
vibra a’ chiarori miei lucidi oltraggi;
et hanno già di vaghe ciglia i raggi
all’anima del foco acceso il petto.
   Rigando ognor di mesti pianti i veli,
assorderò de’ Nonacrini i boschi;
per amor calpestando antri più foschi,
pongo in non cale irrequieto i cieli.
   Forse tra’ boschi è dall’eterea mole
scesa l’alta beltà che ’l cor mi fere?
o sceso qui dalle stellanti sfere
già già rimiro addormentato il sole?
   Delle lagrime mie lungo il gran fiume
qui le smaltino i fior, molle origliero;
e perché dolce assonni, il cieco arciero
de’ begli omeri suoi l’offra le piume.
   Di due stelle ridenti a’ rai beati
le pupille stellanti abbaglia al polo;
e con gemme d’april fregiando il suolo,
pinge in seno del verno il riso a’ prati.
   Per lei qui porge a’ prischi lutti esiglio
d’allegrie miniato il vago Aiace;
e de’ suoi lumi al dolce ardor sen giace,
benché di neve, incenerito il giglio.
   L’odorose pazzie de’ suoi colori
smalta il tulipo a’ suoi leggiadri aspetti;
e, variando i coloriti oggetti,
esser vanta per lei Proteo de’ fiori.
   Per lei colmo dimostra il sen di foco,
fra gli emplemi de’ fior, la rosa amante;
e di sua fronte al gemino levante
con tre lingue odorate applaude il croco.
   Se nel bel sen con sincopi ridenti
vegetanti sospir Giacinto imprime,
su le sue foglie intenerito esprime
all’idolo, ch’adoro, inni crescenti.
   Non guarda il sol tra la fiorita prole,
ch’in lei Clizia mirò luci più belle;
e d’un bel ciglio in vagheggiar le stelle,
il fior del sol più non vagheggia il sole.
   Dal suo vago sembiante hanno le rose
fra le stelle di Flora ostri odorati;
e nel suo crin de’ zeffiri argentati
incatenate ha l’anime odorose.
   D’un vago sguardo a’ calami vezzosi
saettatrice inerme il cor mi svena;
chi d’un’iride al riso il ciel serena,
ha di lagrime ognor gli occhi piovosi.
   Chi degli astri lassù gli orbi sostenta,
di Gnido abbatte il feritor pennuto;
già dell’Olimpo il gran regnante occhiuto
fra’ deliri d’amor cieco diventa.
   Di guance folgoranti ostro non finto
già mi sveglia nel cor veri tormenti;
già d’un disciolto crin l’armi lucenti
l’idolo de’ trionfi in Cipro ha vinto.
   Di duo bei lumi idolatrati all’arte
in van da Pafo aurei diletti impetra,
se al dio che gusta il nettare dell’etra
calici d’amarezze Amor comparte.
   Il cor, che fra le lagrime già nuota,
più non ha di contenti aura serena;
l’eterno nume, ond’ogni cosa è piena,
di piaceri elimei l’anima ha vòta.
   Ma s’al mio cor pudico sen contrasta,
fingerò di Diana i vaghi aspetti,
e diventi, animando i miei diletti,
protettrice d’Amor la dea più casta.
   In van ristoro all’ostinata arsura
spera impetrar, ch’ha nel suo petto accolta,
se ’l regnator, che ’l vasto mondo ascolta,
la beltà ch’idolatra udir non cura.
   Sì d’Amatunta impetuoso ardore
imperversò nell’anima che langue,
ch’ha di quel dio che si converse in angue
Amor, ch’è drago, attossicato il core.
   Chi d’aurea luce il chiaro aspetto ammanta,
scura d’alta beltà raggio sereno;
l’alto rettor ch’ha l’universo in seno,
nel sen d’alta beltà posar non vanta.
   Già dal mio cor, ch’han duo begli occhi acceso,
ho di pianti inesausti un rio disciolto;
s’un aureo crin con auree piogge ho tolto,
con auree piogge un aureo crin m’ha preso.
   Sacrando il petto all’acidalia prole,
ecco dissipa il cor tra doglie amare
un mar di pianti al produttor del mare,
un sol d’un volto al facitor del sole.
   Già d’invitto valor cedo la palma
a due pupille onde soccorso invoco;
chi vide il ciel trasfigurato in foco,
da duo begli occhi incenerita ha l’alma.
   Già l’autor della vita arde consunto,
cade il nume de’ lampi in cieco orrore;
il rettor delle Parche oggi sen more,
il principio del tutto al fine è giunto.




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