Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Pietro Casaburi Urries [? - XVII sec.]

Da “Le saette di Cupido” [1685]
I
I gemiti d’Enone abbandonata da Paride.

   Sui colli d’Ida abbandonata amante,
senza il Dardano mio, fia ch’io respiri?
Già mi dilegua già tutta in sospiri
lucida tirannia d’etra stellante.
   Forse nel sen delle vallee gioconde
giace scherzando a vaghe Driadi in braccio?
Così, di Pafo imprigionato al laccio,
il sole a me de’ suoi begli occhi asconde?
   Ove chiudi il mio sol, dolce mirteto?
ove serri il mio ben, rupe gradita?
ove celi il mio cor, selva romita?
ove ascondi il mio foco, antro secreto?
   Dimmi tu susurrando, aura vagante:
chi la beltà del mio bel sol m’ascose?
di’, dimmi tu dalle caverne ombrose:
chi mi tolse il mio nume, Eco sonante?
   Ahi, già deliro. Alle mie pene intento,
per le lubriche vie dell’alghe amare,
già già mi ruba il mio bel foco il mare,
già già sen porta il mio bel sole il vento.
   Riedi, o Paride mio, deh riedi, e ’l fosco
nuvolo de’ miei lutti omai rischiara.
Ecco, pietosi alla mia doglia amara,
piange il rio, langue il prato e geme il bosco.
   Mentre più non vagheggia il tuo bel viso,
qui, dove pinge il vago prato un cielo,
privo de’ tuoi begli occhi, ond’ombre ha Delo,
spunta de’ fior mortificato il riso.
   Miniato di gemiti odorati,
da te lungi sospira il bel Giacinto;
e, vedovo di te, rimiro estinto
l’amaranto immortal cader su’ prati.
   Lungi da te, fra l’odorosa prole,
schiude lai vegetanti Aiace esangue;
e con pinte agonie Clizia già langue,
perduto qui de’ tuoi be’ lumi il sole.
   Languido ognor, da tua beltà diviso,
scolora il giglio pallido la fronte;
né trova più le sue bellezze al fonte,
dal duol disfigurato, il bel Narciso.
   Langue la rosa a’ miei dolenti affanni,
d’aprile in sen, con palpiti odorosi;
e par che pianga infra gli smalti erbosi
l’occhio di Primavera i miei gran danni.
   Qui, fremendo talor nembi stridenti,
mentre la selva i miei sospiri accoglie,
nella tua lontananza ognor si scioglie
tutta in sospiri l’anima de’ venti.
   Per te qui mesto il torbido orizzonte
rimira già l’abbandonato armento;
e geme ognor con lagrime d’argento
da te lontano addolorato il fonte.
   Ardendo ancor fra l’acidalie scole,
orfana qui de’ tuoi begli occhi ardenti,
dalle concave rupi a’ miei tormenti
con lamenti iterati Eco si duole.
   Elena fortunata, a cui tenaci
fia che stenda il mio ben furtivi amplessi,
e godrai de’ suoi labri a’ favi stessi,
nettare del mio cor, soavi i baci.
   Pietà dal ciel del tuo bel viso implora
delle dive del ciel l’arbitro altero;
e, sottoposto all’amoroso impero,
l’arbitro delle dee qual dea t’adora.
   Torna, tornami in sen, Paride infido,
riedi, riedimi in grembo, amante ingrato,
e, perché torni il tuo bel pino alato,
l’ali gl’impenni il volator Cupido.
   Di calte eterne incoronati i maggi
qui mai sempre vedrai, s’a me ritorni;
ché di molli smeraldi i campi adorni
fian de’ tuoi lumi, e non di Frisso a’ raggi.
   Riedi, o mio vago, onde conforti imploro,
sovra i prati gemmanti in cui men giaccio,
e goda un dì soavemente in braccio
fra le gemme degli orti il mio tesoro.
   Se torni qui, da’ ciprii lacci avvinto,
spiega il giglio lattante il crin pomposo,
e scopre il molle aiace il sen vezzoso,
di pianti no, ma d’allegrie dipinto.
   Giacinto ognor, che i tuoi ritorni affretta,
di liete note il suo bel grembo infiora,
e la rosa vermiglia, occhio di Flora,
di vagheggiar le tue bellezze aspetta.
   Narciso qui, tra liquidi zaffiri,
allor che riedi in seno a’ fiori accolto,
di contemplar lasciando il suo bel volto,
fia che nel fonte il tuo bel viso ammiri.
   Clizia, già lieta infra l’iblee viole,
per te svela d’elettri il crin distinto;
ch’ama sol qui, lasciando i rai di Cinto,
il sol di tua bellezza il fior del sole.
   Se qui tu riedi, entro l’idea foresta,
alla tua bocca, onde dolcezze impara,
le sue liquide perle il rio prepara,
i suoi molli zaffiri il fonte appresta.
   Se qui s’imbianca il giglio, avvampa il croco,
mostra a’ tuoi lumi, onde beltà riceve,
il candor di mia fede un fior di neve,
il bollor del mio petto un fior di foco.
   In rimirar de’ tuoi begli occhi il lume,
inchioderà fra le campagne intento
l’ali di gelo incatenato il vento,
il piè d’argento imprigionato il fiume.
   Qui, dove ad emular l’eterea mole
ho di stelle fiorite un ciel sereno,
omai ritorna e goda lieta in seno
fra le stelle de’ prati il mio bel sole.
   Di Gnido alimentando in sen la piaga,
ch’aperta fu da due pupille arciere,
se un dì volasti ad impiagar le fere,
la gran figlia d’un cigno oggi t’impiaga.
   Se riedi a me, d’Amor trafitto al telo,
tanti baci darò sul volto amato,
quante stelle di fiori accoglie il prato,
quanti fiori di stelle aduna il cielo.
   Imitando talor l’edra ritorta,
stringendo del tuo sen l’alte bellezze,
perché men giunga all’elimee dolcezze
fia duce il vezzo et il piacer fia scorta.




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