Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Marco Antonio Balcianelli [? - XVII sec.]

Da “Idilli” di AA. VV. [1613]

Affetti di Lidia ad Eurillo, Idillio.

   Quella (leggiadro Eurillo)
Lidia non meno tua
fida serva, che amante,
ch’in ben mille amorose
guise de l’amor suo fede sublime
mostrò, da che passaggio
dal suo petto al tuo sen fece il cor suo,
questa de’ suoi pensieri
vergata ambasciatrice,
muta palesatrice,
carta di linee tratteggiata e scritta,
ch’in poetiche note
fabricate e conteste
del lagrimoso mio sangue stillato
vere fiamme discopre,
ti manda, e mille insieme
affettuosi e cari
dolci baci a la man, saluti al core.
Quando fiero destino,
o di paterna legge
imperioso e rigido decreto,
Eurillo mio, ti tolse
quel dì sacrato al volator messaggio
de la corte del ciel, figlio di Maia,
ai cittadini alberghi,
ed assai più de’ cittadini alberghi
a quest’occhi, che tanto
luminosa hanno vita,
quanto tu sol, de l’amoroso cielo
lume maggiore, infondi
con soave influenza
ne’ lor moti vitali ardore e luce.
Amor, che sempre stassi,
quasi signor di geminato impero,
ne’ tuoi begli occhi e nel mio core assiso,
teco tutto vezzoso,
meco tutto penoso,
in quel punto medesmo
che tu, cor mio, partisti,
o più tosto sparisti,
quasi alato splendor, da la mia vista,
de’ suoi ferrati strali
femmi sentir l’amaro colpo al core;
né più seppi giamai
che fosse morte, e non uscir di vita,
amorosa partita.
O partire, o partire,
degli amanti morir, come mi fêsti
veder in un istante
con la larva di vita errar la Morte,
e nel regno di Morte
trovar più fiera et angosciosa vita?
Eurillo, anima mia, credi pur certo
ch’anima innamorata
non può dolor sentire
più crudel del partire;
né più chiaro argomento
aver puoi tu di questo:
ch’io senza te, mia vita,
doppo che ’l vago piè volgesti altrove,
subito mi sentii mancar gli spirti;
e se non che ’l dolore
riconcentrato al core
alimento porgeva impetuoso
ai mantici vitali,
onde rimasi in vita,
versata alora alora
avrei l’anima fuora.
Mi ritenne il dolor, che sparso poi
per le languide membra
le rese affatto affatto
de l’oziose piume
misero mondo, e inaspettato incarco.
Tosto infermai, e con egual ardore
quinci Amor, quindi febre,
animosi guerrier, sfidârsi a prova,
e, de la mia salute
malvagi insidiatori,
con arme acute di nascosto foco
per loro agone eletto
il non sano mio corpo
battagliâr lungamente;
così ch’ancor d’entrambi
la vittoria a mio danno incerta pende.
Onde, caro ben mio, da che partisti
arsi di doppio foco,
e malvagia Fortuna,
incendiosa e geminata fiamma,
del famelico cor fa cibo et ésca.
Amor, s’i tuoi diletti
con sì fatte amarezze (oimè) pur mesci,
micidiali diletti,
mortifere dolcezze,
velenosi piaceri, io non vi curo.
Ahi, che tregua giamai col mio dolore
da quel punto primier non impetrai;
ch’empia divisione
col ferro pungentissimo e mortale
d’amara lontananza
ferì le nostre viste, amato Eurillo.
Anzi mille fiate,
spinta da quel bollore
ch’in un febre maligna
e furioso amore a forza accresce,
forsennata levai dal pigro letto,
ed al balcone assisa,
allettata da vana
e lusinghiera speme
del tuo presto ritorno,
altri non rimirava
che fuggitive stelle
vagar per l’aer bruno;
e, nel più chiaro giorno,
dentro a nubi sovente
per mia pena celarsi in fretta il sole.
Pur talora porgendo alcun conforto
al doglioso mio cor, mi figurai,
rimirando là suso il ciel sereno,
te vagheggiar, cor mio;
e spesso in contemplar la bella Aurora,
amorosa foriera
del chiaro dì nascente,
ch’avea tinto di rose il suo bel volto,
a la mia vista cupida s’offriva
l’animato color de le tue guance;
e tal volta fissati
ne la lampa diurna i vaghi lumi,
ingannando me stessa, indi adorare
lo splendor del tuo volto.
Quante volte veder fummi concesso
negli orror de la notte
la stellata famiglia
corteggiar la gran dea che nacque in Cinto.
Tante belle sembianze e tanti raggi
mi sembrava goder de’ tuoi begli occhi;
e spesso fra me stessa
dolcemente diceva:
O cielo, io pur vagheggio
ne la tua vista mole
l’idolo del mio sole.
Tosto poi soggiongendo,
favoleggiando amante,
dicorreva festosa:
Un luminoso Eurillo è certo il cielo,
e un vezzosetto cielo
è ’l mio leggiadro Eurillo.
Così, cor mio, passati
ho miei vedovi giorni
da l’ora infausta ch’io
priva di tua presenza indi rimasi;
ma, da l’usato ardore,
e di febre e d’amore
miseramente tormentata e oppressa.
Solo per consolarmi,
sotto forma di sogno
visione amorosa
venne stamane a l’apparir de l’alba,
da la più bella e rilucente porta
di quell’aurea magion dal cielo uscita.
Pennelleggiava il ciel di nova luce
la miniatrice Aurora
(così mi rassembrava
ne’ profondi silenzii
di desiato sonno),
quando donna m’apparve
di bellissimo aspetto e di sembianze
veramente celesti;
e di purpuree rose
miste con bianco latte
le sue guance vezzose
avea tinte, fregiate.
Di filato smeraldo indi e tessuto
di bianchi fregi adorno
veste la ricopria, ch’altra più bella
a mortal guardatrice
non s’offerse giamai;
la qual, meco pria fatte
amorose accoglienze,
in questa guisa il suo parlar disciolse:
— Lidia, Lidia d’Amore
tributaria fedele,
che di lagrime tante
a la superba reggia
de l’alato tiranno
il vassallaggio in ricca forma porti,
qual insolito stato
il tuo presente ben turba e confonde?
Solo perché lontano
Eurillo il bello, Eurillo
pompa di questa terra,
fregio di questo cielo,
gloria maggior de’ veronesi amori,
vive dagli occhi tuoi, fatti di pianto,
ove si nutre il foco,
inceneriti e innessicabil fonti?
Ahi Lidia, ahi Lidia, torna,
torna in te stessa, e mira
che non lunge da te sen vive Eurillo,
Eurillo il tuo bel foco,
l’anima del tuo core,
il cor de la tua vita. —
Sì detto, io tutta piena
d’amoroso spavento,
d’amoroso contento,
alzai gli occhi bramosi,
e te vidi, cor mio. Ma non sì ratta
piomba alata saetta
dal ciel irato in terra,
o corriero vapor là ne’ gran campi
de l’aria scorre a nunziar la pioggia,
com’ambo a le mie luci
vi toglieste nel sogno, e via spariste.
Quindi ancor io in quel medesmo punto
gli occhi al sonno furai, rimasa piena
d’amorosa speranza
che tu presto, cor mio,
a la città ritorni,
e torni a dar di tua presenza amata
soavissimo cibo a la mia vista.
Dunque Eurillo, mia speme,
più tenace dimora
costì non far; ma torna
per dar non meno al sogno
bella fede gradita,
ch’a l’infermo mio cor virtute e aita.

50, 51. morte > Morte. 61. sentì > sentii. 125. guanze > guance; in oscillazione con ‘guance’ al v. 170. 180. d’amor > d’Amor. 195. si aggiunge il punto interrogativo a fine v.





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