Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Alfonso Antonini [1584 - 1657]

Da “Rime” [1615]
CXXV
In nozze d’una gentildonna de’ Gigli.

   La ministra del giorno,
che l’Oriente infiamma,
già col mantice adorno
destava al dì la fiamma,
e di timor men chiare,
per non arder, fuggian le stelle al mare.
   Già da l’aurette desti
i sonnacchiosi fiori
ripigliavan le vesti
tinte in vari colori,
superbi e vagheggianti
ne’ rugiadosi specchi i lor sembianti.
   Per vagheggiar l’amata
si vagheggiava Croco,
e Smilace spietata
rideasi del suo foco.
Pur da la cortes’ora
a baciarlo costretta era talora.
   Narciso, che vedea
di novo il viso impresso,
onde misero ardea
del suo sembiante istesso,
di novo inamorato,
se la forma cangiò, non cangia stato.
   Il fanciullo e ’l guerriero
in un istesso aspetto
di vario caso fiero
scorgean tragico effetto,
e ’l sangue, onde son molli,
che purpureo gli adorna, e già macchiolli.
   Clizia, prendendo a sdegno
ogni forma mortale,
specchio faceasi e segno
de l’occhio orientale;
in cui mirando ardita,
s’ebbe la morte già, traea la vita.
   Lasciva si specchiava
de’ fior tutta la torma,
pomposa vagheggiava
la sua leggiadra forma,
e l’erbetta amorosa
dal vagheggiarsi lor si fea gelosa.
   Ma sovra tutti bella
apricava, scopria,
e ’n sembianza di stella
vagheggiava, abbellia
le sue porpore e l’oro,
di Gnidia ancella la regina loro.
   A lei rideva il cielo,
lei riveriva l’erba,
ed ella in verde stelo,
quasi in seggia superba,
di maestà dipinta
stava de le sue guardie intorno cinta.
   Così col ciel lucente
apria la terra i lampi,
e al riso d’Oriente
rideano i colli e i campi;
quando un GIGLIO s’aperse,
che ’l popolo de’ fiori a sé converse.
   Sovra lo stuolo intento
balenava sereno,
e fólgori d’argento
scotea dal bianco seno,
inargentando l’aria
a la campagna miniata e varia.
   E si vedeano i suoi
candidissimi argenti
co’ lucidi ori eoi
gareggiar più lucenti,
e in vece d’indorarlo
di Gange uscito il sol quasi adorarlo.
   Udiansi ammutir l’onde,
cader gli aerei vanni
de le sonore frondi
ai rapidi tiranni,
ed agli augei le voci
instupidir ne le canore foci.
   Vedeansi immoti starne
per la beltà sovrana,
ed era con lor Arne
imitatrice umana,
che ’l duro labro sciolse
e del bel GIGLIO a favellar si volse.
   — Che nova gemma è questa?
(dicea) che ricca perla,
che la smaltata vesta
a la campagna imperla?
Certo divelta e tronca
esser può sol da la stellata conca.
   Ma che perla gentile
nominando vaneggio?
A paragone umìle
la sua beltà pareggio.
Non ha titol maggiore
che ’l bel nome di GIGLIO il suo candore.
   GIGLIO vago, vezzoso,
onor di primavera,
vincitor glorioso
de la rosa guerriera,
sorto a fregiar le belle
piagge terrestri, a sbigottir le stelle.
   Vivi, vivi felice;
né gelo o neve mai
(se tanto chieder lice)
ti turbi i puri rai. —
Qui tacque, e gli augelletti
ripigliâr, approvâr concordi i detti.




5




10




15




20




25




30




35




40




45




50




55




60




65




70




75




80




85




90




95




100




105



poesialirica.it - gennaio 2008 - Ideazione e realizzazione a cura di admin@poesialirica.it