Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Alfonso Antonini [1584 - 1657]

Da “Rime” [1615]
CXXIV
Per due amanti sommersi insieme ne l’acqua.

   Ai piè del colle ameno
cui fan ricca corona
su ’l fruttifero crin Bacco e Pomona,
il giovene SERENO
al ciel puro e sereno
vivea romito amante
tra l’ombre oscure e le solinghe piante.
   Torbidi giorni e diri
il misero traea,
e sol, morto d’Amor, d’Amor vivea.
Nubilosi sopiri,
tempestosi martìri,
squallido aspetto e chiome;
non ha più di sereno altro che ’l nome.
   Cinzia, bella e fugace,
d’amor l’alma gli strugge;
Cinzia che fere segue, e lui sol fugge.
Il misero seguace
in fero ardor si sface,
e per l’erbose piagge
sol con la greggia sua la vita tragge.
   Un dì mesto e dolente
pascea questi le capre
ov’entro un bosco un chiuso arringo s’apre,
su l’onda trasparente
d’un cristallo corrente
mirava espresso al suolo
ne l’acque il volto, e nel suo volto il duolo.
   Le piangenti palpèbre
mentre ne l’onda intende,
da l’imago di duol rapito pende.
Tra le chiuse latebre
stendea l’ombra funèbre
un pallido cipresso,
ov’egli appoggia il debil fianco oppresso.
   Ma già su ’l mar eoo
il balcon di zaffiro
apria l’Aurora, e i rai rotava in giro.
Lo spuntar di Piroo
saluta Oppio e Cimoo
col boschereccio coro,
et alternan gli augelli il canto loro.
   Ai canori concenti
levò SERENO i lumi,
alzò dal fiume i lagrimosi fiumi;
e, fissi i rai piangenti
ne’ raggi d’or nascenti,
ne la sorgente Aurora
de la sua ninfa il simolacro adora.
   Indi su l’erba assiso
de la riviera infausta
sotto l’ombra feral di verde esausta,
pigliò, lasso e conquiso,
del biondo fusto inciso
la rusticana avena,
onde l’anima fosca rasserena.
   Con gracile armonia
d’un suon flebile e dolce
move i tronchi; e le selci e l’aria molce.
Al fin, mentre finia,
dolcissimo languia;
e, poi che si raccolse,
da le fauci canore il canto sciolse.
   — Regni immensi de l’aria,
cui squarcia il lève lembo
il turbine sonoro e ’l fosco nembo,
Cinzia voi regge e varia,
or placida, or contraria;
Cinzia, che me governa,
l’alma mi turba di tempesta eterna.
   CINZIA, de la mia notte,
del dì infausto, infelice,
egualmente per me fera motrice;
le mie paci interrotte,
le lagrime dirotte
pendono e le querele,
dal girar no, dal tuo fuggir crudele.
   O ninfa, o dea del colle,
ch’hai vie più cari pregi
da Bacco, e da le rose il nome e i fregi;
ché fuggi Amor? deh, folle,
non sai de l’aurea e molle
cara diva amorosa
quanto amici pur sian Bacco e la rosa? —
   Distendea forse a l’aura
in più lungo concento
il misero SERENO il suo lamento.
Ma dove il colle inaura
il sol da l’onda maura,
ecco la ninfa altera
fulminar novo dì con doppia sfera.
   Venia, sì come è l’uso
di cacciatrice, al varco.
Succinta in gonna, ha la faretra e l’arco.
A lo splendor diffuso,
benché dal bosco chiuso,
SEREN da la collina
conobbe i rai de la beltà divina.
   Tosto colà drizzosse
l’inamorato ardito,
Clizia dal suo bel sol, tratto e rapito.
Ma, mentre al corso mosse,
la selvetta si scosse,
e la ninfa veloce
ritorse il piè da l’odorata foce.
   Stende ’l rapido corso
per la valletta curva
lève così, ch’a pena l’erba incurva.
Precipitoso in corso
per lo piacevol dorso
l’avido amante segue,
perché da’ lumi suoi non si dilegue.
   Et inviava i gridi
da le fauci anelanti
su l’ali a l’aure stridole volanti.
Gridava: — O tu che sfidi
e fuggi, e pur m’ancidi,
qual sei timida e schiva,
ninfa vittoriosa e fuggitiva?
   Pietate i piè ti leghi,
perché di tua vittoria
miri nel mio morir l’ultima gloria.
Ben sei, se non ti pieghi
a questi ultimi prieghi,
rigido scoglio ai duoli.
ma, se scoglio sei pur, deh come voli? —
   Dicea; ma l’ostinata
con piede agile calca
l’erbette e i solchi, e le campagne valca.
La voglia inamorata,
la fera desiata
il pastor sferza e punge:
Amor l’ali sue proprie ai piè gli aggiunge.
   Ma giungean là dove
tra le sassose sponde
fremon del Natisson le gelid’onde.
Già tutta umida piove,
già lenta il corso move
la fuggitiva ninfa
su ’l margo omai de la volubil linfa.
   Qui tra latranti scogli,
ch’un curvo gorgo involve,
con rauco mormorar l’onda si volve;
dov’è che fra gl’invogli
bolla, spumi e gorgogli,
e ’l biancheggiante fiume
franga tonando le canute spume.
   Or come fie che cinta
s’involi e si nasconda
quinci da l’amator, quindi da l’onda?
Colà da l’un sospinta,
da l’altra qui respinta,
risoluta si spicca,
e l’onda fa di se medesma ricca.
   L’acqua s’incurva e sbalza,
e di gioia sì cara
apre le fauci, divenuta avara.
Ver’ la contraria balza
la poverella s’alza,
e con la man di latte
s’aiuta al nuoto, e ’l flutto ingordo batte.
   Ma in giro la rivolta
ne l’orrida vorago,
e la torce e la rape il cupo lago.
Già perduta e disciolta
in preda a l’onda e vòlta,
SEREN, mirante d’alto,
piomba precipitoso giù d’un salto.
   Come l’aiuto scorse
la moribonda, strinse
il pastor odiato, e intorno il cinse.
Per lui fuggir, si torse,
ove a morir sen corse.
Or, per fuggir la morte,
la stringe a lui tema d’amor più forte.
   Lo sventurato avinto,
da l’onda in giù ritorto,
ov’altrui salvar volse, a morte è scorto.
Le braccia e i piè recinto,
in giù tirato e spinto,
di sé non ha dolore,
ma di lei, che l’uccide e seco more.
   Così ristretti insieme
fera morte gli unio;
ciò che non valse l’amoroso dio.
Ben le querele estreme
del miserel, che geme,
l’acqua in gorgoglio aperse;
ma il flutto invidioso le disperse.




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