Parnaso Italiano
Repertorio della poesia italiana tra Cinquecento e Seicento
Alfonso Antonini [1584 - 1657]

Da “Rime” [1615]
CXXII
Baciatore importuno.

   Narrami, Lidia, il caso
de la schiva Giacinta,
che fu trafitta e vinta;
come trovata a caso
dormir negli antri cupi
de le vicine rupi
l’inamorato Aspaso
l’assalì, la trafisse,
sì che morendo visse.
   Ma prima che ragioni,
cor mio, baciami inanti.
Di baci mormoranti
prima il labro risuoni,
che di sonori accenti.
Prima che ’l vagar tenti
la lingua, s’imprigioni.
Dopo ’l carcere amato
le fie l’errar più grato.
   Or narra, ch’io t’ascolto,
la bella istoria intera.
Ahi, lingua lusinghiera,
con che dolcezza accolto
spiri nettare e mèle?
Lingua, lingua crudele,
che in suon facondo e sciolto
con accenti omicidi
per l’orecchie m’ancidi.
   Tu disciolta e girata
sovra i molli rubini
fuggitiva camini;
e, per vezzo vibrata,
fra le perle e fra gli ostri
or t’ascondi, or ti mostri.
Scherzatrice beata,
sfidi, lusinghi e scorni,
spunti, fuggi e ritorni.
   O scaltra viperetta,
non posso più, non posso.
Eccomi a pugna mosso,
dove scherzando alletta
quella punta ridente,
quella punta pungente,
quella viva saetta.
Ecco con pari strale
la mia bocca l’assale.
   Ti lascio, o cara bocca,
d’auree catene fabra.
Seguite, belle labra.
O come dolce fiocca
da voi faconda manna,
de l’anime tiranna,
sì ch’ebro il cor trabocca;
siate mute o disciolte,
o vi baci o v’ascolte.
   Tremoli rubinetti,
usci del bel tesoro,
che ’l favellar sonoro
sciogliete amorosetti;
voi, gelosi custodi
de l’amorose frodi,
avari e ritrosetti
le perle custodite
parcamente m’aprite.
   Garrule cianciatrici,
tumidette, vezzose,
umidette, amorose,
labra favellatrici;
a voi ritorno, al bacio.
E, se ben spesso bacio
le tue labra felici,
ben mio, non prender ira
del desio che delira.
   Sai che forma stridendo
l’aura più dolci spirti,
se si frange tra’ mirti.
Sai che move, correndo,
più dolce mormorio
rotto tra’ sassi un rio.
Così più dolce rendo
le tue note fugaci
rompendole coi baci.
   Ma tu t’adiri, ahi lasso,
ahi sdegnosetta, meco.
Orsù, patteggio teco,
che ragionar ti lasso.
Pace e tregua ti faccio,
né più darotti impaccio;
ma ben in questo passo
convien ch’un bacio segua
per confermar la tregua.




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